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Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.
La prima storia parla di “unire i puntini”.
Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso?
Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.
Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.
Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un esempio: il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e trovavo ciò affascinante. Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo. Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.
La mia seconda storia parla di amore e di perdita.
Fui molto fortunato — ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione — il Macintosh — un anno prima, e avevo appena compiuto trent’anni… quando venni licenziato. Come può una persona essere licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una persona — che pensavamo fosse di grande talento — per dirigere la compagnia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo. Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu devastante. Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così malamente: era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare.
Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita. Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT, un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente creato al computer, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione di maggior successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida famiglia insieme.
Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.
La mia terza storia parla della morte.
Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi c’avrai azzeccato”. Mi fece una gran impressione, e da quel momento, per i successivi trentatrè anni, mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa.
Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto — tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento — sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore.
Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una scansione alle sette e trenta del mattino, e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile, e avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei successivi dieci anni in pochi mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi ‘addio’.
Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così mi sono operato e ora sto bene.
Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro concetto intellettuale:
Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’e sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la verità.
Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario.
Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava The whole Earth catalog, che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali.
Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di The whole Earth catalog, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi.
Siate affamati. Siate folli.
Traduzione di Nazzario Gianbartolomei, pubblicata originariamente qui

Che cos’è il sentimento, quando viene scrutato e sviscerato da mille occhi indiscreti? Passate le velleità antropologiche delle prime edizioni, e le annesse pretese di condurre un esperimento affascinante, oggi il Grande Fratello ha fatto sua la retorica del sentimento: questa è l’umanità vera! Si, proprio così, gente comune, gente semplice! Il paradosso di una selezione scientifica dei concorrenti che dovrebbe produrre il massimo di spontaneità.
Perché è proprio lo sgorgare dei sentimenti che vogliono gli autori, ai fini del grande spettacolo. E quando la tensione si abbassa, ecco che parte un filmato in cui il tuo miglior amico ti dà dello stronzo, o spunta l’ex amante da dietro la parete scorrevole per ricoprirti di insulti.
Passioni inarticolate, inesprimibili: “me la voglio vivere fino in fondo”, “mi regali grandi emozioni”, “lo sento a pelle, è così”. Le emozioni vengono incessantemente evocate, ma mai nominate. Tenerezza, malinconia, inquietudine, gioia, fascinazione, complicità, rancore: il variegato lessico del sentimento non appartiene ai concorrenti, che parlano di ciò che sentono sempre in modo indistinto, indifferenziato, caotico.
E non potrebbe essere altrimenti, se, come sostiene il grande sociologo Erving Goffman, intimità ed esteriorità, privato e pubblico, sono due dimensioni costitutivamente intrecciate. Quando viene meno una delle due, anche l’altra risulta incomprensibile, invivibile. Per Goffman siamo come attori che continuamente si spostano dal palco al retroscena, fra pubblico e privato appunto. Palco e retroscena hanno ognuno il loro canovaccio: anche il privato ha regole e cornici di senso, c’è ben poco di spontaneo persino nell’intimità, fatta invece di regole del sentire. Come ogni linguaggio, anche quello dei sentimenti ha la sua grammatica.
Nel Grande Fratello, ciò che scompare non è tanto la privacy, come potrebbe sembrare. È la dimensione pubblica che evapora completamente in una casa dove si vive tutto il tempo fra amici, o almeno agendo come tali, costretti a non parlar d’altro che di sé, in una confidenza collettiva ininterrotta e ridondante. Come prigionieri dentro al diario struggente di una quindicenne poco avveduta, tutto cuoricini sulle i e dichiarazioni enfatiche di amicizia ed affetto.
Una volta eliminata la dimensione pubblica, con il suo distacco interpersonale, con le sue strategie comunicative, anche quella privata perde senso e consistenza, si sublima nella vaporosa nuvola del “è quello che sento”. Cioè, il nulla.
di Cesare Del Frate
L’uomo è intelligente perché ha le mani, come sostiene l’antropologo André Leroi-Gourhan. Allora cosa c’è di più piacevole di usare questo strumento per una goduriosa grattata sulla schiena? Un bel ristoro dedicato al grattarsi porta la mente alle più alte considerazioni, perché la mano stimola l’intelligenza. In barba al pollice opponibile, che ci elegge come ottimi lavoratori.
Prendiamo spunto dagli animali, che pur senza il pollice opponibile, ma non senza intelligenza, sanno godersi la vita grattandosi contro un tronco.
Camilla Narboni
María Eva Duarte de Perón (1919–1952): il mito politico più amato dagli argentini, che la chiamano col vezzeggiativo Evita. Ex attrice, la moglie del Presidente Juan Perón seppe ben usare il suo talento scenico per catturare la simpatia e il favore del popolo. Ad esempio quando, prima della sua ascesa al potere, Perón venne fatto arrestare dai colonnelli che temevano il suo astro nascete. Fu Evita, insieme ai sindacati, ad organizzare la marcia di 300.000 lavoratori che ne chiese, ed ottenne, la liberazione. E fu sempre Evita, dal balcone della Casa Rosada (sede del governo Argentino), a rivolgersi alla folla che aveva guidato con un discorso appassionato e drammatico, che ne segnò l’ingresso nel pantheon della politica nazionale. In seguito affiancò il marito nella campagna elettorale del 1947, tenendo comizi in tutto il Paese e appellandosi ai descamisados, i lavoratori poveri, nel suo programma radio settimanale.
Durante il primo governo Perón, non si limitò a recitare la parte di first lady di rappresentanza: fu anzi figura di primo piano del movimento peronista. Organizzò il Partito Peronista Femminile, con più di 500.000 iscritti, si batté per il suffragio femminile, ed infine l’ottenne. Portò avanti riforme in favore dei desacamisados, la fascia di popolazione che, insieme alle donne, più la supportava, e che garantiva una solida base di consenso al regime peronista.
Nel 1947 compì in Europa il Rainbow Tour: in rappresentanza dell’Argentina, incontrò Franco e De Gaulle, visitò Roma e la Svizzera e, al rifiuto della Famiglia Reale del Regno Unito di incontrarla, annullò quella tappa sostenendo che non gradiva essere “snobbata”.
Il Rainbow Tour segnò anche un punto di svolta nella gestione della sua immagine. Fino ad allora aveva fatto leva sul glamour che promanava dal passato di attrice: capigliature vistose, abiti degli stilisti argentini più stravaganti, trucco accentuato, esaltazione della sua bellezza. In seguito, optò per un look meno appariscente. Raccolse i capelli nella cipolla, indossò abiti meno vistosi, utilizzò un trucco più soft, abbandonò i cappelli da diva.
Il 22 agosto 1951 i sindacati organizzarono una manifestazione con più di due milioni di partecipanti, e interloquendo con i coniugi Perón la folla chiese che Evita si candidasse alla vicepresidenza. Quando lei rispose domandando tempo per pensarci, la folla invocò “Ora, Evita, ora!”. Nonostante fosse ormai diventata la leader più amata e con il maggior consenso, persino più del marito, la sua candidatura alla vicepresidenza fu fermata dai vertici militari e di partito. Le assegnarono invece il titolo onorifico di “Guida spirituale della Nazione”.
Alla sua prematura morte, nel 1952, un’ondata di commozione travolse il paese. Il suo corpo venne imbalsamato, ed esposto alla folla che intasava le vie centrali di Buenos Aires. Il suo mito perdura ancora oggi, e le sue fotografie vengono appese ai muri a fianco delle icone della Madonna di Guadalupe. L’associazione non è casuale, se pensiamo al tipo di carisma di Evita: una leader emotiva, appassionata, che si proclamò paladina degli umili, dei desacamisados, delle donne. Lei stessa, proprio come la Madonna, si considerava un “ponte” fra il popolo e il Capo, un tramite per portare le esigenze della gente all’attenzione del marito Presidente.
Si può quindi considerare il mito di Evita in analogia col culto dei santi, come fonte di una passione politica vicina alla devozione. Ma c’è dell’altro, un’ambiguità di fondo che fu anche la sua forza: “Perón ha una doppia personalità, e mi piacerebbe averla anch’io: sono Eva Perón, la moglie del Presidente, il cui lavoro è semplice. Ma sono anche Evita, la moglie del leader di un popolo che ha riposto in lui tutta la propria fede, speranza ed amore”. È la fedele moglie del Presidente, Eva, ma è anche il mito, la leader messianica, Evita, come viene chiamata con affetto. Gioca all’interno delle regole della tradizione, accettando il ruolo di moglie che affianca il suo uomo, e al contempo le contesta, rivendicando per sé un rapporto diretto e privilegiato col popolo, ergendosi a rappresentante di chi non ha voce: “Qualche giorno all’anno io rappresento Eva Perón. La maggior parte del tempo, però, sono Evita”.
Eva ed Evita, la donna e il mito, una partitura sapientemente orchestrata ed inscenata nel suo stesso corpo, attraverso l’immagine. L’attrice fatale, sempre all’ultima moda, che conquista il successo rimanendo però fedele alle sue umili origini e vicina ai desacamisados. Evita si espone continuamente allo sguardo e all’adorazione del popolo: tiene comizi nelle piazze, parla dal balcone del palazzo del Presidente, la Casa Rosada, appare bellissima, perfetta, eppure vicina, partecipe. Fondamentale la voce: all’inizio della sua carriera entra nelle case degli argentini con il suo programma radiofonico, lo stesso che in seguito utilizzerà per fare campagna a favore del marito. Nei comizi, la sua voce è al contempo decisa e piena di pathos. Quando Juan viene fatto prigioniero, la sua diventa la voce della lotta, l’urlo che incita il popolo. Quando, negli ultimi anni, la folla le chiede di candidarsi alla vicepresidenza, si commuove fra le braccia di Juan, la voce rotta.
Eva ed Evita incarnano l’uso iperbolico degli stilemi della femminilità nella costruzione di una leadership carismatica: un mito che unisce fascino, ambizione, passione, il richiamo cristiano al primato degli ultimi, la spregiudicatezza della manipolazione dell’immagine.
di Cesare Del Frate
Stuart Hall
Sociologo, Professore Emerito all’Open University di Londra.
Volutamente mi rifiuto di scegliere fra mito e realtà, voglio invece analizzare gli effetti assolutamente reali dei miti dell’identità. Il problema dell’identità culturale, in quanto elemento politico, oggi è uno dei più seri a livello globale. Il riemergere di questioni etniche, del nazionalismo, l’ostinazione, i pericoli e i piaceri del riscoprire l’identità nel mondo moderno, dentro e fuori dell’Europa, pone l’identità culturale nel cuore dell’agenda politica contemporanea.
Nonostante i dilemmi e le vicissitudini dell’identità attraverso cui i caraibici sono passati e continuano a passare, abbiamo un esile ma importante messaggio per il mondo circa come negoziare l’identità.
Se la ricerca d’identità coinvolge sempre una ricerca delle origini, è impossibile trovarne una per le popolazioni dei Caraibi. Gli indigeni quasi non esistono più, scomparirono subito dopo l’incontro con gli europei. Questo è sicuramente il primo trauma nell’identità caraibica.
Lo stemma giamaicano raffigura due indirani arawak che tengono uno scudo nel mezzo, sul quale sono dipinte ananas sormontate da un coccodrillo. Nel 1983, l’allora Primo Ministro Edward Seaga voleva cambiare lo stemma dato che non vi vedeva rappresentata una singola, riconoscibile identità jamaicana:
Gli indigeni Arawaks, distrutti ed estinti, possono forse rappresentare gli intrepidi abitanti della Giamaica? Può l’infimo coccodrillo, dal freddo sangue di rettile, simbolizzare il caldo e potente spirito dei giamaicani? Possono gli ananas, che furono importati dalle Hawaii, avere un posto di primo piano nella nostra storia o nel folklore?
Queste affermazioni di Seaga ci ricordano che la questione dell’identità è sempre una questione di rappresentazione. E ha sempre a che fare con l’invenzione, non con la riscoperta della tradizione. Si tratta di un esercizio di memoria selettiva che comporta il tacere qualcosa affinché si esprimano altri elementi.
Maurice Cargill, un famoso giornalista locale, così rispose al Primo Ministro:
E se il disegno contenesse della piante di marijuana intrecciate? Con sullo sfondo un dollaro americano con turisti rampanti e donne ammiccanti?
Silenziando così come ricordando, l’identità ha sempre a che fare con la produzione, nel futuro, di un resoconto del passato, il che vale a dire che è sempre questione di narrazione, riguarda le storie che la cultura racconta a se stessa circa chi siamo e da dove veniamo.
Vi sono nei Caraibi molte isole dove i neri non sono la maggioranza della popolazione. A Cuba vi sono antichi insediamenti d’ispanici, mentre Haiti, che in un certo senso è l’isola simbolo della cultura nera, ha una storia dove i mulatti hanno giocato un ruolo chiave. La Martinica è un posto meraviglioso, nella mia esperienza è più francese della stessa Parigi. La Repubblica Dominicana è il luogo dove puoi sentirti più vicino alla tradizione spagnola e latino americana. Il miscuglio etnico della isole britanniche ha prodotto ovunque differenti combinazioni di fattori genetici, e in ognuna di esse sono presenti elementi di numerose culture: cinese, siriana, libanese, portoghese, ebraica. Io stesso ho nel mio sangue tracce africane, inglesi, portoghesi ed ebree.
Nei Caraibi tutti provengono da qualche altro luogo, e non sempre è chiaro cosa li ha portati lì. Le rispettive culture e tradizioni provengono da altrove: quella caraibica è la prima e originale diaspora. I neri che in questi giorni completano la triangolazione, tornando in Gran Bretagna, spesso parlano di una diaspora nera emergente, ma devo ricordare loro che questa è la nostra seconda diaspora. E c’è di più: la diaspora non è solo vivere in un posto il cui centro è sempre altrove, è anche vivere una condizione di rottura con quelle radici culturali originarie che hanno subito il trauma di una lacerazione violenta.
Non voglio parlare di questa lacerazione, con la maggioranza delle popolazioni strappate dalle loro culture e inserite in quelle delle relazioni di schiavitù nelle piantagioni. Non voglio parlare del trauma della deportazione, della distruzione dei gruppi linguistici, tribali e familiari. Voglio semplicemente dire che nelle storie di migrazione, forzate o volute, delle persone che oggi compongono queste società, le cui radici culturali sono ovunque mischiate e intrecciate, c’è sempre l’impronta di una violenza e di una lacerazione. E se qualcuno ancora si illude che si possa discutere di cultura senza discutere di potere, basta guardare ai Caraibi.
Mia madre mi diceva sempre che se solo fosse riuscita mettere le mani sui documenti giusti, sarebbe stata in grado di ricostruire la sua genealogia familiare, e che questa sarebbe risalita non alla costa occidentale dell’Africa ma alla famiglia regnante dell’Impero Austro-Ungarico, o ai loro parenti scozzesi. E probabilmente lei era convinta che io, studiando al Merton College di Oxford, mi sarei imbattuto in uno di quei documenti segreti che mi avrebbero trasformato in ciò per cui ero stato formato, cresciuto, educato: una sorta di gentleman britannico nero. Quando tornai a casa per la prima volta a metà degli anni Sessanta, i miei genitori mi dissero:
Speriamo non ti scambino per uno di quegli immigrati che ci sono là in Gran Bretagna.
E la cosa curiosa è che non avevo mai pensato a me stesso come a un immigrato, almeno prima di allora. Ma in quell’istante capii che rappresentava ciò che ero, e in quel momento migrai. Allo stesso modo, la parola “nero” non era mai stata pronunciata a casa mia, e nemmeno l’avevo mai sentita usare in Giamaica, anche se c’erano altri modi per esprimere la cosa. Così fu durante un’altra visita a casa, pochi anni dopo, che i miei genitori mi dissero:
C’è tutta quella coscienza nera, il movimento nero negli Stati Uniti d’America, speriamo non stia avendo influenza anche in Gran Bretagna,
e allora realizzai che la mia identità era nuovamente cambiata. Lo capii e risposi:
A dire il vero, io sono esattamente ciò che in Gran Bretagna stiamo iniziando a chiamare nero.
Il che equivale a spiegare che l’identità non è soltanto una storia, una narrazione su di noi che raccontiamo a noi stessi, è qualcosa che muta con le circostanze storiche. L’identità cambia a seconda di come riflettiamo su queste circostanze, e di come ne facciamo esperienza. Lungi dal derivare unicamente dalla verità dentro di noi, le identità provengono da fuori, sono il modo in cui veniamo riconosciuti e quindi giungiamo a porci nel luogo definito dal riconoscimento altrui. Senza gli altri non c’è il sé, non c’è autoriconoscimento.
C’è stato un momento cruciale, durante l’esplosione del rastafarianesimo in Giamaica negli anni Sessanta, quando il Primo Ministro ha dichiarato:
Bene, forse dovreste tornare in Africa. Ne avete parlato così tanto, dite di venire da lì, dite di essere ancora in schiavitù qui, che non siete in un Paese libero, mentre la terra promessa è il posto da cui veniste portati via, allora forse dovreste provare a tornare.
Alcuni in effetti tornarono, ma ovviamente non trovarono ciò che cercavano; quella non era l’Africa di cui parlavano. Fra l’Africa da cui provenivano e quella a cui volevano tornare, erano successi due avvenimenti critici. L’Africa non è rimasta al quindicesimo o al diciassettesimo secolo, per essere riscoperta in una fantasticata purezza tribale, attendendo di essere risvegliata dal ritorno dei suoi figli e figlie. Sta invece affrontando problemi come l’Aids, il sottosviluppo e il debito crescente. Sta cercando di sfamare la sua gente e sta cercando di capire cosa significhi la democrazia a fronte del passato coloniale che distrusse e riorganizzò popolazioni, tribù, regni inducendo un terrificante crollo d’interi mondi cognitivi e sociali. Ecco cosa sta cercando di fare l’Africa di oggi.
I rituali rastafari parlano invece di Africa, Etiopia, Babilonia, della terra promessa, e di coloro che stanno ancora soffrendo: un linguaggio millenaristico. Ciò che sentivano i rastafari era: non ho voce, non ho storia, vengo da un luogo a cui non posso tornare e che non ho mai visto. Ho progenitori che non posso trovare, che adoravano divinità di cui non conosco i nomi. Di fronte a questo senso di profonda rottura, la metafora di una nuova religione può diventare un linguaggio in cui una certa storia può essere rinarrata, in cui per la prima volta possono essere espresse aspirazioni di libertà.
Quando ho lasciato la Giamaica negli anni Cinquanta, era una società che non poteva ammettere di essere a maggioranza nera. Quando tornai in Giamaica alla fine degli anni Sessanta trovai una società ancor più povera di quando la lasciai, ma che era passata attraverso una profonda rivoluzione culturale. Non cercava più di essere qualcosa d’altro, né di diventare qualcosa che non poteva essere.
L’identità caraibica è vecchia o nuova? Si tratta di un’antica cultura preservata e custodita? O è qualcosa di prodotto oggi dal nulla? Ovviamente non è nulla di tutto ciò. L’identità culturale è costruita tramite elementi non scritti quali esperienze storiche, tradizioni, linguaggi perduti o marginali, esperienze di esclusione. Queste sono le radici dell’identità. Allo stesso tempo, l’identità non è semplice riscoperta delle radici, ma ciò che queste, utilizzate come risorse, consentono alle persone di produrre. L’identità non è da riscoprire nel passato, ma da costruire per il futuro.
Tratto da: S. Hall, Negotiating caribbean identities, “New Left Review”, 1/209, 1995.
Traduzione di Cesare Del Frate.
bell hooks
Filosofa e femminista americana.
Intervista di Lawrence Chua.
L’amore può portarci in luoghi inaspettati. Chiedetelo a chi segue il lavoro di bell hooks. Le sue inchieste senza paura e le sue provocazioni appassionate ci hanno spinti a interrogarci sulle nostre identità culturali. Nelle sue collaborazioni artistiche, così come negli interventi pubblici, hooks non lascia mai indifferenti, ed esplora la cultura come spazio di resistenza al suprematismo bianco, al capitalismo e al patriarcato. Mentre molti intellettuali parlano della cultura popolare dalla torre d’avorio dell’accademia, hooks si è sempre sporcata le mani in mezzo alla gente.
Recentemente, hai partecipato a una conferenza sul cinema nero dove il filosofo Stanley Crouch ha suggerito che rapper come Snoop Doggy Dog andrebbero sterminati. Come hai risposto?
È cruciale criticare il sessismo e la misoginia di Snoop Doggy Dog, ma bisogna ricordare a tutti che questi rapper non solo sono personaggi più complessi del modo in cui rappresentano se stessi, sono anche più complessi del modo in cui la società bianca li rappresenta. L’idea che Snoop Doggy Dog si auto definisca “come è veramente” è qualcosa che rifiuto. L’aspetto più scoraggiante di quella conferenza è stata l’insistenza sull’individualismo liberale, come se le azioni degli individui fossero disconnesse da strutture più vaste, e da più ampie cornici rappresentative. Persino Stanley Crouch non ha risposto nel merito ai miei quesiti. Stava piuttosto recitando la parte per quelle forze culturali mainstream che lo ripagano per parlare negativamente del rap.
Durante la conferenza, ho confessato di avere impulsi davvero violenti e che ascoltando certi interventi avrei voluto alzarmi e sparare ai relatori. Il pubblico si è messo a ridere, ma non stavo scherzando. Stavo riconoscendo che gli impulsi violenti non esistono solo là fuori, fra i giovani neri o fra i poveri, esistono anche in persone come me, con un dottorato di ricerca e un buon lavoro. Non posso dire che la mia vita non sia tormentata da impulsi rabbiosi e irrazionali. Soltanto che invece di sparare alla gente, vado a casa e scrivo un saggio critico. L’impulso violento che mi porta a pensare di sparare alle persone che mi annoiano o il cui ragionare non è molto complesso ha ovviamente a che fare con una risposta esagerata a situazioni in cui mi sento impotente.
Quando abbiamo pranzato insieme l’ultima volta, stavi per andare a un talk show in Tv. Mi hai detto che saresti intervenuta perché non stavi raggiungendo il pubblico a cui avevi bisogno di rivolgerti.
Sono andata al Ricki Lake Show ed è stato un disastro. Ma è stata una grande esperienza. Ci sono accademici che lavorano sulla cultura popolare, ma si limitano a produrre un mucchio di discorsi teoretic senza entrare in quegli spazi che sono pieni di contraddizioni, ostilità, tensioni. Ho ascoltato i cittadini neri presenti al Ricki Lake Show dirmi: “Non siamo d’accordo con la dottoressa hooks. Anzi, non vogliamo neanche chiamarla dottoressa. Non sa nemmeno ciò di cui sta parlando”. Mi sono sentita aggredita, e allo stesso tempo si è trattato di un sentimento di rabbia diverso da quello che provo quando me ne sto seduta a casa a scrivere un articolo sottile sui talk show. Quando mi hanno invitata mi dissero che ci sarebbe stato un ospite speciale, ma non mi dissero che era una donna nazista. Ho voluto partecipare perché quello show è seguito da giovani neri che non seguono corsi universitari sul femminismo o sui diritti delle minoranze etniche. Durante la conferenza sul cinema nero, ho citato Snoop Doggy Dog: “Io non faccio rap. Parlo e basta. Voglio potermi rilassare e conversare con la mia gente”. E che dire di noi, le persone che lavorano nel campo della cultura, che produciamo un gergo accademico per analizzare la cultura popolare mentre quello stesso gergo ci impedisce di conversare e di superare quei confini che stiamo analizzando? Tutto ciò è cruciale per il futuro della critica culturale: quanto stiamo conversando?
In che modo cerchi di conversare?
Voglio mettermi in discussioni in tutti i modi possibili, persino venendo trattata come una merda come mi è successo al Ricki Lake Show. Non dobbiamo minimizzare la differenza fra il tenere una conferenza all’Università di Yale o Harvard, dove la gente si inchina ripetendo “non siamo degni, non siamo degni”, oppure parlare in uno show in mezzo a gente di cui di bell hooks non gliene fotte nulla. O l’essere a Flint, in Michigan, parlando a centinaia di giovani studenti che non hanno idea di chi sia, e dover trovare un linguaggio che possa attraversare efficacemente questi confini.
Il punto non è essere un modello che fa un discorso preconfezionato. Una cosa su cui sono molto critica è il livello di confessioni personali nel mio lavoro e nelle mie performance pubbliche. Nei miei primi saggi, c’è molto poco di personale, non ci sono dettagli sulla mia vita. Una cosa che ho capito, cercando di attraversare i confini, è che devo dare alle persone qualcosa che gli consenta d’identificarsi in ciò che sto dicendo, senza fare ragionamenti astratti che potrebbero non avere alcuna rilevanza per le loro vite. E ciò riguarda il ruolo della narrazione. Dei giovani studenti, dopo un mio intervento, per prima cosa mi hanno chiesto “quanto guadagni?”. Questi ragazzi provengono da un’area economicamente depressa. Molti dei loro genitori lavorano nell’industria delle automobili. Per loro è più importante quanto guadagni della relazione fra femminismo e marxismo. Ma rispondere apertamente e onestamente a quella domanda può essere un modo per arrivare a parlare di femminismo e della struttura del capitalismo. Infatti, siamo passati da quanto io guadagno alla domanda: “Ragazzi, sapete quanto guadagna in media una donna?”. Sono rimasti scioccati, perché credono così profondamente nel mito della democrazia da pensare che le donne vengano pagate come gli uomini a parità di mansioni e competenze. Attraversare i confini significa che a volte condivido cose che non vorrei condividere. Ma se ritieni di dover lavorare per la libertà, allora la sfida è di sacrificare a certe nozioni di privacy, soprattutto se siamo aggrappati a modelli borghesi d’identità.
Il tuo saggio Sisters of the Yam parla attraverso i confini di classe. L’hai concepito come un libro di auto aiuto. Quanto è stato difficile scrivere un libro non accademico?
È essenziale pensare a certi modi di scrivere come forme di attivismo politico. Che importanza ha lo scrivere di decolonizzazione se gli unici a leggere le nostre eleganti teorie sono ragazzi privilegiati nelle migliori università? Ci sono masse di persone di colore che soffrono per un razzismo interiorizzato, il nostro lavoro non inciderà mai sulle loro vite se non lo portiamo fuori dall’accademia. Ecco perché penso che i mass media siano così importanti. Le riviste popolari e la televisione devono essere viste come veicoli centrali per disseminare il lavoro intellettuale. Stiamo parlando di una cultura in cui milioni di persone non leggono né scrivono. Se voglio raggiungerli devo trovare il canale adatto. Partecipo a molte più trasmissioni radio di quelle che vorrei, ma lo faccio perché la radio ha ancora un suo spazio nelle vite di molti operai. E la cosa mi affascina.
Ho la sensazione che il significato del sacrificio sia andato perso. Quando guardo alle lotte per i diritti civili, sono impressionata dalla volontà delle persone di sacrificare il proprio comfort, o benessere, per portare un cambiamento. È triste che il significato del sacrificio sembri essere legato unicamente alla religione. Pensiamo a Malcolm X. Chi oggi sfrutta il suo nome per guadagni personali non parla mai del fatto che quest’uomo visse in quasi povertà per compiere la sua missione. Quanti di noi sarebbero disposti a vivere come lui? Io non lo sono, lavoro duramente per non dover vivere così, anche quando cerco di attenermi al principio del sacrificio e a essere pronta a fare ciò che sarà necessario per porre fine all’ingiustizia.
Puoi spiegarci meglio l’importanza del sacrificio?
In che modo puoi raggiungere un’armonia interiore che ti consenta di sacrificarti, o non farlo, quando necessario? Fui profondamente colpita dalla religiosa buddhista che, in Vietnam, si diede fuoco per protestare contro la guerra. Fino a che punto siamo disposti a spingerci, e a dare? La religione è ciò che tempera il mio spirito. Una volta ho litigato con un amico: ci chiedevamo se esitano luoghi, all’infuori della religione, per trasmettere valori come la disciplina morale, l’integrità e il sacrificio. Possiamo insegnare questi valori senza insegnare la religione, ma è difficile portare una dimensione etica in politica in una cultura così oscenamente edonista.
Ecco perché persone come me non si affidano a religioni organizzate, ma costruiscono una dimensione spirituale privata che ci consenta di pensare a ideali quali il sacrificio e il servizio. Da piccoli ci è stato insegnato che avremmo dovuto servire la causa dell’antirazzismo e per porre fine al suprematismo bianco. I giovani neri a cui insegno oggi sono pervasi da quel liberalismo che dice: “Sono qui innanzitutto per servire me stesso, e se lo voglio anche per unirmi a cause radicali”. Per anni non sarei nemmeno stata in grado di pensare di migliorare me stesse senza migliorare la libertà e il benessere della mia comunità. Ciò che distrusse questa mia convinzione fu l’entrare nelle istituzioni bianche dell’istruzione universitaria. Dove viene maggiormente insegnato l’individualismo liberale, se non nell’accademia? Le Università esistono per produrre le classi privilegiate. E per farlo hanno bisogno che le persone ripudino ogni etica comunitaria a favore di un modo di pensare privatizzato.
Mi chiedo quanto della tua etica comunitaria provenga dal far parte di una comunità rurale.
Sono nata in Kentucky, uno Stato per molti versi feudale, ma in cui si crede realmente in certi valori. I mass media dipingono i poveri come privi di etica e valori, invece, dove sono cresciuta, non c’è nessuna relazione fra lo status economico e l’integrità morale. La mia gente è legata alla lealtà e all’onore, c’è un’intera dimensione etica completamente altra rispetto a cose materiali. Trovo affascinante che trasversalmelmente rispetto all’etnia o alla classe sociale, viviamo in un Paese in cui la collocazione geografica conta ancora tantissimo. Raramente ci capita di udire le voci dell’America rurale. Le persone provenienti da queste regioni che hanno studiato imparano ad abbandonare i linguaggi vernacolari col fine di ottenere maggiore considerazione.
Un giorno stavo parlando con mio padre, ha più di settant’anni, e mi raccontava come abbia lavorato per trent’anni senza mai assentarsi un sol giorno per malattia. Disse che ciò era una “benedizione meravigliosa”. Una delle cose che dico sempre a mio padre è che la disciplina che applico nella scrittura non l’ho imparata alla Standford University. L’ho appresa dal background operaio dove il lavorare con disciplina è così importante. Pensare che un nero che ha fatto un lavoro umile nel Sud possa ripensare a quell’esperienza e dirsi meravigliosamente benedetto per non essersi mai assentato in trent’anni, è qualcosa che mi ha toccata profondamente. C’è della bellezza nei linguaggi vernacolari in America.
Parliamo del gangsta rap: la tua analisi al riguardo è molto distante da quella del femminismo.
La gente si aspetta da me, in quanto femminista, che butti il rap nella spazzatura. Posso combattere il sessismo e la misoginia del rap, ma posso al contempo abbracciare la rabbia che vi è implicita. Ovviamente è una sfida vedere che in certe persone non ti puoi identificare, eppure ci sono parti di loro che abbracci e in cui ti puoi sentire coinvolta. Quando intervistai il gangsta rap Ice Cube, lui insisteva sul potere dei padri neri in famiglia. Gli urlai: “Stai davvero cercando di dirmi che se ci sono in casa padri neri emotivamente assenti cresceremo una generazione di bambini sani?”. Alla fine ha riconosciuto che un padre, se assente emotivamente, non fa il bene dei propri figli. Questo è il tipo di scambio che dovremmo cercare con il gangsta rap, invece di criticarne in modo semplicistico la misoginia e il sessismo.
Tratto da: b. hooks, Love takes us to places we might not ordinarily go, “Bomb Magazine”, n. 48, 1994.
Traduzione di Cesare Del Frate.






