— Filopop

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Steve Jobs

 Sono ono­rato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vos­tra lau­rea presso una delle migliori uni­ver­sità del mondo. Io non mi sono mai lau­re­ato. A dir la ver­ità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvi­c­i­nato ad un con­fer­i­mento di titolo acca­d­e­mico. Oggi voglio rac­con­tarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di spe­ciale. Solo tre storie.

La prima sto­ria parla di “unire i puntini”.

Ho abban­do­nato gli studi al Reed Col­lege dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbu­cato per altri diciotto mesi, prima di las­cia­rlo defin­i­ti­va­mente. Allora per­chè ho smesso?
Tutto è com­in­ci­ato prima che io nascessi. La mia madre bio­log­ica era lau­re­anda ma ragazza-madre, decise per­ciò di darmi in adozione. Desider­ava arden­te­mente che io fossi adot­tato da lau­re­ati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvo­cato e di sua moglie. All’ultimo min­uto, appena nato, questi ultimi decis­ero che avreb­bero prefer­ito una fem­min­uc­cia. Così quelli che poi sareb­bero diven­tati i miei “veri” gen­i­tori, che allora si trova­vano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chia­mati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbi­amo un bimbo, un maschi­etto, ‘non pre­visto’; volete adot­tarlo?”. Risposero: “Cer­ta­mente”. La mia madre bio­log­ica venne a sapere suc­ces­si­va­mente che mia mamma non aveva mai ottenuto la lau­rea e che mio padre non si era mai diplo­mato: per questo si rifi­utò di fir­mare i doc­u­menti defin­i­tivi per l’adozione. Tornò sulla sua deci­sione solo qualche mese dopo, quando i miei gen­i­tori adot­tivi le promis­ero che un giorno sarei andato all’università.
Infine, dici­as­sette anni dopo ci andai. Ingen­u­a­mente scelsi un’università che era cos­tosa quanto Stan­ford, così tutti i risparmi dei miei gen­i­tori sareb­bero stati spesi per la mia istruzione acca­d­e­m­ica. Dopo sei mesi, non rius­civo a com­pren­derne il val­ore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiu­tato a sco­prirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei gen­i­tori ave­vano risparmi­ato per tutta la vita, così decisi di abban­donare, avendo fidu­cia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piut­tosto ter­ror­iz­zato all’epoca, ma guardan­domi indi­etro credo sia stata una delle migliori deci­sioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abban­donai potei smet­tere di assis­tere alle lezioni obbli­ga­to­rie e com­in­ciai a seguire quelle che mi sem­bra­vano inter­es­santi.
Non era tutto così roman­tico al tempo. Non avevo una stanza nel dor­mi­to­rio, per­ciò dormivo sul pavi­mento delle camere dei miei amici; por­tavo indi­etro i vuoti delle bot­tiglie di coca-cola per rac­cogliere quei cinque cent di depos­ito che mi avreb­bero per­me­sso di com­prarmi da man­giare; ogni domenica cam­mi­navo per sette miglia attra­verso la città per avere l’unico pasto decente nella set­ti­mana presso il tem­pio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o gra­zie all’intuizione in quel peri­odo si sono riv­e­late ines­tima­bili più avanti. Las­ci­ate che vi fac­cia un esem­pio: il Reed Col­lege a quel tempo offriva prob­a­bil­mente i migliori corsi di cal­ligrafia del paese. Nel cam­pus ogni poster, ogni etichetta su ogni cas­setto, erano scritti in splen­dida cal­ligrafia. Sic­come avevo abban­do­nato i miei studi ‘ufficiali’e per­tanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di cal­ligrafia per imparare come ripro­durre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei carat­teri serif e sans serif, a come vari­are la spaziatura tra dif­fer­enti com­bi­nazioni di let­tere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bel­lis­simo, antico e così artis­ti­ca­mente del­i­cato che la scienza non avrebbe potuto ‘cat­turarlo’, e trovavo ciò affasci­nante. Nulla di tutto questo sem­brava avere sper­anza di appli­cazione prat­ica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo prog­et­tando il primo com­puter Mach­in­tosh, mi tornò utile. Prog­et­tammo così il Mac: era il primo com­puter dalla bella tipografia. Se non avessi abban­do­nato gli studi, il Mac non avrebbe avuto mul­ti­pli carat­teri e font spazial­mente pro­porzion­ate. E se Win­dows non avesse copi­ato il Mac, nes­sun per­sonal com­puter ora le avrebbe. Se non avessi abban­do­nato, se non fossi incap­pato in quel corso di cal­ligrafia, i com­puter oggi non avreb­bero quella splen­dida tipografia che ora possiedono. Cer­ta­mente non era pos­si­bile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di cosa sarebbe suc­cesso, ma tutto diventò molto chiaro guardan­dosi alle spalle dieci anni dopo. Vi ripeto, non potete sper­are di unire i pun­tini guardando avanti, potete farlo solo guardan­dovi alle spalle: dovete quindi avere fidu­cia che, nel futuro, i pun­tini che ora vi paiono senza senso pos­sano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qual­cosa: il vostro ombe­lico, il vostro karma, la vos­tra vita, il vostro des­tino, chia­matelo come volete… questo approc­cio non mi ha mai las­ci­ato a terra, e ha fatto la dif­ferenza nella mia vita.

La mia sec­onda sto­ria parla di amore e di perdita.

Fui molto for­tu­nato — ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piut­tosto in fretta. Io e Woz fon­dammo la Apple nel garage dei miei gen­i­tori quando avevo appena vent’anni. Abbi­amo lavo­rato duro, e in dieci anni Apple è cresci­uta da noi due soli in un garage sino ad una com­pag­nia da due mil­iardi di dol­lari con oltre quat­tro­mila dipen­denti. Ave­vamo appena rilas­ci­ato la nos­tra migliore creazione — il Mac­in­tosh — un anno prima, e avevo appena com­pi­uto trent’anni… quando venni licen­zi­ato. Come può una per­sona essere licen­zi­ata da una Soci­età che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una per­sona — che pen­savamo fosse di grande tal­ento — per dirigere la com­pag­nia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nos­tre visioni sul futuro com­in­cia­rono a diverg­ere finché non ci scon­trammo. Quando suc­cesse, il nos­tro Con­siglio di Ammin­is­trazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focal­iz­zato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu dev­as­tante. Non avevo la benché min­ima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sen­tivo di aver tra­dito la prece­dente gen­er­azione di impren­di­tori, che avevo las­ci­ato cadere il tes­ti­mone che mi era stato pas­sato. Mi incon­trai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così mala­mente: era stato un vero fal­li­mento pub­blico, e arrivai addirit­tura a pen­sare di andarmene dalla Sil­i­con Val­ley. Ma qual­cosa com­in­ciò a farsi strada den­tro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era suc­cesso alla Apple non aveva cam­bi­ato questo di un nulla. Ero stato rifi­u­tato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricom­in­ciare.
Non potevo accorg­ermene allora, ma venne fuori che essere licen­zi­ato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta cap­itare. La pesan­tezza del suc­cesso fu sos­ti­tuita dalla soav­ità di essere di nuovo un inizia­tore, mi rese libero di entrare in uno dei peri­odi più cre­ativi della mia vita. Nei cinque anni suc­ces­sivi fondai una Soci­età chia­mata NeXT, un’altra chia­mata Pixar, e mi innamorai di una splen­dida ragazza che sarebbe diven­tata mia moglie. La Pixar pro­dusse il primo film di ani­mazione intera­mente cre­ato al com­puter, Toy Story, ed è ora lo stu­dio di ani­mazione di mag­gior suc­cesso nel mondo. In una mirabile suc­ces­sione di accadi­menti, Apple com­prò NeXT, ritor­nai in Apple e la tec­nolo­gia che svilup­pammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinasci­mento di Apple. E io e Lau­rene abbi­amo una splen­dida famiglia insieme.
Sono abbas­tanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licen­zi­ato dalla Apple. Fu una med­i­c­ina con un sapo­rac­cio, ma pre­sumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mat­tone. Non perdete la fidu­cia, però. Sono con­vinto che l’unica cosa che mi ha aiu­tato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre pas­sioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occu­perà una parte ril­e­vante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero sod­dis­fatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, con­tin­u­ate a cer­care, non fer­mat­evi, come capita per le fac­cende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi sto­rie d’amore, diven­terà sem­pre meglio col pas­sare degli anni. Quindi con­tin­u­ate a cer­care finché non lo trovate. Non accontentatevi.

La mia terza sto­ria parla della morte.

Quando avevo dici­as­sette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi c’avrai azzec­cato”. Mi fece una gran impres­sione, e da quel momento, per i suc­ces­sivi trenta­trè anni, mi sono guardato allo spec­chio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vor­rei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni con­sec­u­tivi, sapevo di dover cam­biare qualcosa.

Ricor­dare che sarei morto presto è stato lo stru­mento più utile che abbia mai trovato per aiu­tarmi nel fare le scelte impor­tanti nella vita. Per­ché quasi tutto — tutte le aspet­ta­tive este­ri­ori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fal­li­mento — sono cose che scivolano via di fronte alla morte, las­ciando sola­mente ciò che è davvero impor­tante. Ricor­darvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trap­pola rap­p­re­sen­tata dalla con­vinzione che abbi­ate qual­cosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per­ché non seguiate il vostro cuore.
Un anno fa mi è stato diag­nos­ti­cato un can­cro. Effet­tuai una scan­sione alle sette e trenta del mat­tino, e mostrava chiara­mente un tumore nel mio pan­creas. Fino ad allora non sapevo nem­meno cosa fosse un pan­creas. I dot­tori mi dis­sero che con ogni prob­a­bil­ità era un tipo di can­cro incur­abile, e avevo un’aspettativa di vita non supe­ri­ore ai tre-sei mesi. Il mio dot­tore mi con­sigliò di tornare a casa ‘a sis­temare i miei affari’, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. Sig­nifica che devi cer­care di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei suc­ces­sivi dieci anni in pochi mesi. Sig­nifica che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da ren­dere la cosa più sem­plice per la tua famiglia. Sig­nifica che devi pro­nun­ciare i tuoi ‘addio’.
Ho vis­suto con quella spada di Damo­cle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biop­sia, dove mi infi­larono una sonda nella gola, attra­verso il mio stom­aco fin den­tro l’intestino, inserirono una sonda nel pan­creas e prel­e­varono alcune cel­lule del tumore. Ero in aneste­sia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cel­lule al micro­sco­pio, i dot­tori com­in­cia­rono a gri­dare per­ché venne fuori che si trat­tava una forma molto rara di can­cro cur­abile attra­verso la chirur­gia. Così mi sono oper­ato e ora sto bene.
Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci pas­sato, posso dirvi ora qual­cosa con mag­giore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro con­cetto intel­let­tuale:
Nes­suno vuole morire. Anche le per­sone che desider­ano andare in par­adiso non vogliono morire per andarci. E nonos­tante tutto la morte rap­p­re­senta l’unica des­ti­nazione che noi tutti con­di­vidi­amo, nes­suno è mai sfug­gito ad essa. Questo per­ché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore inven­zione della Vita. E’ l’agente di cam­bio della Vita: fa piazza pulita del vec­chio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un giorno non troppo lon­tano da oggi, grad­ual­mente diven­terete ‘il vecchio’e sarete messi da parte. Mi dispi­ace essere così dram­matico, ma è pres­s­ap­poco la ver­ità.
Il vostro tempo è lim­i­tato, per­ciò non spre­catelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrap­po­lati nei dogmi, che vi porter­anno a vivere sec­ondo il pen­siero di altre per­sone. Non las­ci­ate che il rumore delle opin­ioni altrui zit­tisca la vos­tra voce inte­ri­ore. E, ancora più impor­tante, abbi­ate il cor­ag­gio di seguire il vostro cuore e la vos­tra intu­izione: loro vi guider­anno in qualche modo nel conoscere cosa vera­mente vor­rete diventare. Tutto il resto è sec­on­dario.
Quando ero gio­vane, c’era una pub­bli­cazione splen­dida che si chia­mava The whole Earth cat­a­log, che è stata una delle bib­bie della mia gen­er­azione. Fu cre­ata da Stew­ard Brand, non molto dis­tante da qui, a Menlo Park, e cos­tui apportò ad essa il suo senso poet­ico della vita. Era la fine degli anni Ses­santa, prima dei per­sonal com­puter, ed era fatto tutto con le mac­chine da scri­vere, le for­bici e le foto­camere polaroid: era una specie di Google for­mato vol­ume, trentac­inque anni prima che Google venisse fuori. Era ide­al­ista, e pieno di con­cetti chiari e nozioni spe­ciali.
Stew­ard e il suo team pub­bli­carono diversi numeri di The whole Earth cat­a­log, e quando con­cluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Set­tanta e io avevo pres­s­ap­poco la vos­tra età. Nella quarta di cop­er­tina del numero finale c’era una fotografia di una strada di cam­pagna nel primo mat­tino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avven­tur­osi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio, e ho sper­ato sem­pre questo per me. Ora, nel giorno della vos­tra lau­rea, pronti nel com­in­ciare una nuova avven­tura, auguro questo a voi.

Siate affamati. Siate folli. 

Traduzione di Naz­zario Gian­bar­tolomei, pub­bli­cata orig­i­nar­i­a­mente qui


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Che cos’è il sen­ti­mento, quando viene scru­tato e svis­cer­ato da mille occhi indis­creti? Pas­sate le velleità antropo­logiche delle prime edi­zioni, e le annesse pretese di con­durre un esper­i­mento affasci­nante, oggi il Grande Fratello ha fatto sua la retor­ica del sen­ti­mento: questa è l’umanità vera! Si, pro­prio così, gente comune, gente sem­plice! Il para­dosso di una selezione sci­en­tifica dei con­cor­renti che dovrebbe pro­durre il mas­simo di spon­taneità.
Per­ché è pro­prio lo sgor­gare dei sen­ti­menti che vogliono gli autori, ai fini del grande spet­ta­colo. E quando la ten­sione si abbassa, ecco che parte un fil­mato in cui il tuo miglior amico ti dà dello stronzo, o spunta l’ex amante da dietro la parete scor­rev­ole per rico­prirti di insulti.
Pas­sioni inar­ti­co­late, inesprim­i­bili: “me la voglio vivere fino in fondo”, “mi regali grandi emozioni”, “lo sento a pelle, è così”. Le emozioni ven­gono inces­san­te­mente evo­cate, ma mai nom­i­nate. Tenerezza, mal­in­co­nia, inqui­etu­dine, gioia, fasci­nazione, com­plic­ità, ran­core: il var­ie­gato lessico del sen­ti­mento non appar­tiene ai con­cor­renti, che par­lano di ciò che sentono sem­pre in modo indis­tinto, indif­feren­zi­ato, caotico.
E non potrebbe essere altri­menti, se, come sostiene il grande soci­ol­ogo Erv­ing Goff­man, intim­ità ed este­ri­or­ità, pri­vato e pub­blico, sono due dimen­sioni cos­ti­tu­ti­va­mente intrec­ciate. Quando viene meno una delle due, anche l’altra risulta incom­pren­si­bile, invivi­bile. Per Goff­man siamo come attori che con­tin­u­a­mente si spostano dal palco al ret­roscena, fra pub­blico e pri­vato appunto. Palco e ret­roscena hanno ognuno il loro canovac­cio: anche il pri­vato ha regole e cor­nici di senso, c’è ben poco di spon­ta­neo persino nell’intimità, fatta invece di regole del sen­tire. Come ogni lin­guag­gio, anche quello dei sen­ti­menti ha la sua gram­mat­ica.
Nel Grande Fratello, ciò che scom­pare non è tanto la pri­vacy, come potrebbe sem­brare. È la dimen­sione pub­blica che evap­ora com­ple­ta­mente in una casa dove si vive tutto il tempo fra amici, o almeno agendo come tali, costretti a non par­lar d’altro che di sé, in una con­fi­denza col­let­tiva inin­ter­rotta e ridon­dante. Come pri­gion­ieri den­tro al diario struggente di una quindi­cenne poco avve­duta, tutto cuoricini sulle i e dichiarazioni enfatiche di ami­cizia ed affetto.
Una volta elim­i­nata la dimen­sione pub­blica, con il suo dis­tacco inter­per­son­ale, con le sue strate­gie comu­nica­tive, anche quella pri­vata perde senso e con­sis­tenza, si sub­lima nella vaporosa nuvola del “è quello che sento”. Cioè, il nulla.

di Cesare Del Frate

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Daniel Lee, Humanimals

L’uomo è intel­li­gente per­ché ha le mani, come sostiene l’antropologo André Leroi-Gourhan. Allora cosa c’è di più piacev­ole di usare questo stru­mento per una godu­riosa grat­tata sulla schiena? Un bel ris­toro ded­i­cato al grat­tarsi porta la mente alle più alte con­sid­er­azioni, per­ché la mano sti­mola l’intelligenza. In barba al pol­lice opponi­bile, che ci elegge come ottimi lavoratori.

Pren­di­amo spunto dagli ani­mali, che pur senza il pol­lice opponi­bile, ma non senza intel­li­genza, sanno godersi la vita grat­tan­dosi con­tro un tronco.

Camilla Nar­boni

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Eva Peron

María Eva Duarte de Perón (1919–1952): il mito politico più amato dagli argen­tini, che la chia­mano col vezzeg­gia­tivo Evita. Ex attrice, la moglie del Pres­i­dente Juan Perón seppe ben usare il suo tal­ento scenico per cat­turare la sim­pa­tia e il favore del popolo. Ad esem­pio quando, prima della sua ascesa al potere, Perón venne fatto arrestare dai colon­nelli che temevano il suo astro nascete. Fu Evita, insieme ai sin­da­cati, ad orga­niz­zare la mar­cia di 300.000 lavo­ra­tori che ne chiese, ed ottenne, la lib­er­azione. E fu sem­pre Evita, dal bal­cone della Casa Rosada (sede del gov­erno Argentino), a riv­ol­gersi alla folla che aveva guidato con un dis­corso appas­sion­ato e dram­matico, che ne segnò l’ingresso nel pan­theon della polit­ica nazionale. In seguito affi­ancò il mar­ito nella cam­pagna elet­torale del 1947, tenendo comizi in tutto il Paese e appel­lan­dosi ai descamisa­dos, i lavo­ra­tori poveri, nel suo pro­gramma radio set­ti­manale.
Durante il primo gov­erno Perón, non si lim­itò a recitare la parte di first lady di rap­p­re­sen­tanza: fu anzi figura di primo piano del movi­mento per­o­nista. Orga­nizzò il Par­tito Per­o­nista Fem­minile, con più di 500.000 iscritti, si batté per il suf­fra­gio fem­minile, ed infine l’ottenne. Portò avanti riforme in favore dei desacamisa­dos, la fas­cia di popo­lazione che, insieme alle donne, più la sup­por­t­ava, e che garan­tiva una sol­ida base di con­senso al regime per­o­nista.
Nel 1947 compì in Europa il Rain­bow Tour: in rap­p­re­sen­tanza dell’Argentina, incon­trò Franco e De Gaulle, vis­itò Roma e la Svizzera e, al rifi­uto della Famiglia Reale del Regno Unito di incon­trarla, annullò quella tappa soste­nendo che non gradiva essere “snob­bata”.
Il Rain­bow Tour segnò anche un punto di svolta nella ges­tione della sua immag­ine. Fino ad allora aveva fatto leva sul glam­our che pro­manava dal pas­sato di attrice: capiglia­ture vis­tose, abiti degli stilisti argen­tini più strav­a­ganti, trucco accen­tu­ato, esaltazione della sua bellezza. In seguito, optò per un look meno appariscente. Rac­colse i capelli nella cipolla, indossò abiti meno vis­tosi, uti­lizzò un trucco più soft, abban­donò i cap­pelli da diva.
Il 22 agosto 1951 i sin­da­cati orga­niz­zarono una man­i­fes­tazione con più di due mil­ioni di parte­ci­panti, e inter­loquendo con i coni­ugi Perón la folla chiese che Evita si can­di­dasse alla vicepres­i­denza. Quando lei rispose doman­dando tempo per pen­sarci, la folla invocò “Ora, Evita, ora!”. Nonos­tante fosse ormai diven­tata la leader più amata e con il mag­gior con­senso, persino più del mar­ito, la sua can­di­datura alla vicepres­i­denza fu fer­mata dai ver­tici mil­i­tari e di par­tito. Le asseg­narono invece il titolo onori­fico di “Guida spir­i­tuale della Nazione”.
Alla sua pre­matura morte, nel 1952, un’ondata di com­mozione travolse il paese. Il suo corpo venne imbal­sam­ato, ed esposto alla folla che intasava le vie cen­trali di Buenos Aires. Il suo mito per­dura ancora oggi, e le sue fotografie ven­gono appese ai muri a fianco delle icone della Madonna di Guadalupe. L’associazione non è casuale, se pen­si­amo al tipo di carisma di Evita: una leader emo­tiva, appas­sion­ata, che si proclamò pal­ad­ina degli umili, dei desacamisa­dos, delle donne. Lei stessa, pro­prio come la Madonna, si con­sid­er­ava un “ponte” fra il popolo e il Capo, un tramite per portare le esi­genze della gente all’attenzione del mar­ito Pres­i­dente.
Si può quindi con­sid­er­are il mito di Evita in analo­gia col culto dei santi, come fonte di una pas­sione polit­ica vic­ina alla devozione. Ma c’è dell’altro, un’ambiguità di fondo che fu anche la sua forza: “Perón ha una doppia per­son­al­ità, e mi piac­erebbe averla anch’io: sono Eva Perón, la moglie del Pres­i­dente, il cui lavoro è sem­plice. Ma sono anche Evita, la moglie del leader di un popolo che ha riposto in lui tutta la pro­pria fede, sper­anza ed amore”. È la fedele moglie del Pres­i­dente, Eva, ma è anche il mito, la leader mes­sian­ica, Evita, come viene chia­mata con affetto. Gioca all’interno delle regole della tradizione, accettando il ruolo di moglie che affi­anca il suo uomo, e al con­tempo le con­testa, riven­di­cando per sé un rap­porto diretto e priv­i­le­giato col popolo, ergen­dosi a rap­p­re­sen­tante di chi non ha voce: “Qualche giorno all’anno io rap­p­re­sento Eva Perón. La mag­gior parte del tempo, però, sono Evita”.
Eva ed Evita, la donna e il mito, una par­ti­tura sapi­en­te­mente orches­trata ed insce­nata nel suo stesso corpo, attra­verso l’immagine. L’attrice fatale, sem­pre all’ultima moda, che con­quista il suc­cesso rima­nendo però fedele alle sue umili orig­ini e vic­ina ai desacamisa­dos. Evita si espone con­tin­u­a­mente allo sguardo e all’adorazione del popolo: tiene comizi nelle piazze, parla dal bal­cone del palazzo del Pres­i­dente, la Casa Rosada, appare bel­lis­sima, per­fetta, eppure vic­ina, partecipe. Fon­da­men­tale la voce: all’inizio della sua car­ri­era entra nelle case degli argen­tini con il suo pro­gramma radio­fon­ico, lo stesso che in seguito uti­lizzerà per fare cam­pagna a favore del mar­ito. Nei comizi, la sua voce è al con­tempo decisa e piena di pathos. Quando Juan viene fatto pri­gion­iero, la sua diventa la voce della lotta, l’urlo che incita il popolo. Quando, negli ultimi anni, la folla le chiede di can­di­darsi alla vicepres­i­denza, si com­muove fra le brac­cia di Juan, la voce rotta.
Eva ed Evita incar­nano l’uso iper­bol­ico degli stilemi della fem­minil­ità nella costruzione di una lead­er­ship caris­mat­ica: un mito che unisce fas­cino, ambizione, pas­sione, il richi­amo cris­tiano al pri­mato degli ultimi, la spregiu­di­catezza della manipo­lazione dell’immagine.
di Cesare Del Frate

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Stu­art Hall


Stu­art Hall

Soci­ol­ogo, Pro­fes­sore Emer­ito all’Open Uni­ver­sity di Londra.

Volu­ta­mente mi rifi­uto di scegliere fra mito e realtà, voglio invece anal­iz­zare gli effetti asso­lu­ta­mente reali dei miti dell’identità. Il prob­lema dell’identità cul­tur­ale, in quanto ele­mento politico, oggi è uno dei più seri a liv­ello glob­ale. Il riemerg­ere di ques­tioni etniche, del nazion­al­ismo, l’ostinazione, i peri­coli e i piac­eri del risco­prire l’identità nel mondo mod­erno, den­tro e fuori dell’Europa, pone l’identità cul­tur­ale nel cuore dell’agenda polit­ica contemporanea.

Nonos­tante i dilemmi e le vicis­si­tu­dini dell’identità attra­verso cui i caraibici sono pas­sati e con­tin­u­ano a pas­sare, abbi­amo un esile ma impor­tante mes­sag­gio per il mondo circa come negoziare l’identità.

Se la ricerca d’identità coin­volge sem­pre una ricerca delle orig­ini, è impos­si­bile trovarne una per le popo­lazioni dei Caraibi. Gli indi­geni quasi non esistono più, scom­par­irono subito dopo l’incontro con gli europei. Questo è sicu­ra­mente il primo trauma nell’identità caraibica.

Lo stemma gia­maicano raf­figura due indi­rani arawak che ten­gono uno scudo nel mezzo, sul quale sono dip­inte ananas sor­mon­tate da un coc­co­drillo. Nel 1983, l’allora Primo Min­istro Edward Seaga vol­eva cam­biare lo stemma dato che non vi vedeva rap­p­re­sen­tata una sin­gola, riconosci­bile iden­tità jamaicana:

Gli indi­geni Arawaks, dis­trutti ed estinti, pos­sono forse rap­p­re­sentare gli intre­pidi abi­tanti della Gia­maica? Può l’infimo coc­co­drillo, dal freddo sangue di ret­tile, sim­boliz­zare il caldo e potente spir­ito dei gia­maicani? Pos­sono gli ananas, che furono impor­tati dalle Hawaii, avere un posto di primo piano nella nos­tra sto­ria o nel folklore?

Queste affer­mazioni di Seaga ci ricor­dano che la ques­tione dell’identità è sem­pre una ques­tione di rap­p­re­sen­tazione. E ha sem­pre a che fare con l’invenzione, non con la riscop­erta della tradizione. Si tratta di un eser­cizio di memo­ria selet­tiva che com­porta il tacere qual­cosa affinché si esp­ri­mano altri elementi.

Mau­rice Cargill, un famoso gior­nal­ista locale, così rispose al Primo Ministro:

E se il dis­egno con­te­nesse della piante di mar­i­juana intrec­ciate? Con sullo sfondo un dol­laro amer­i­cano con tur­isti ram­panti e donne ammiccanti?

Silen­ziando così come ricor­dando, l’identità ha sem­pre a che fare con la pro­duzione, nel futuro, di un reso­conto del pas­sato, il che vale a dire che è sem­pre ques­tione di nar­razione, riguarda le sto­rie che la cul­tura rac­conta a se stessa circa chi siamo e da dove veniamo.

Vi sono nei Caraibi molte isole dove i neri non sono la mag­gio­ranza della popo­lazione. A Cuba vi sono antichi inse­di­a­menti d’ispanici, men­tre Haiti, che in un certo senso è l’isola sim­bolo della cul­tura nera, ha una sto­ria dove i mulatti hanno gio­cato un ruolo chi­ave. La Mar­tinica è un posto mer­av­iglioso, nella mia espe­rienza è più francese della stessa Parigi. La Repub­blica Domini­cana è il luogo dove puoi sen­tirti più vicino alla tradizione spag­nola e latino amer­i­cana. Il mis­cuglio etnico della isole bri­tan­niche ha prodotto ovunque dif­fer­enti com­bi­nazioni di fat­tori genetici, e in ognuna di esse sono pre­senti ele­menti di numerose cul­ture: cinese, siri­ana, libanese, por­togh­ese, ebraica. Io stesso ho nel mio sangue tracce africane, inglesi, por­togh­esi ed ebree.

Nei Caraibi tutti proven­gono da qualche altro luogo, e non sem­pre è chiaro cosa li ha por­tati lì. Le rispet­tive cul­ture e tradizioni proven­gono da altrove: quella caraibica è la prima e orig­i­nale dias­pora. I neri che in questi giorni com­ple­tano la tri­an­go­lazione, tor­nando in Gran Bre­tagna, spesso par­lano di una dias­pora nera emer­gente, ma devo ricor­dare loro che questa è la nos­tra sec­onda dias­pora. E c’è di più: la dias­pora non è solo vivere in un posto il cui cen­tro è sem­pre altrove, è anche vivere una con­dizione di rot­tura con quelle radici cul­tur­ali orig­i­narie che hanno subito il trauma di una lac­er­azione violenta.

Non voglio par­lare di questa lac­er­azione, con la mag­gio­ranza delle popo­lazioni strap­pate dalle loro cul­ture e inserite in quelle delle relazioni di schi­av­itù nelle pianta­gioni. Non voglio par­lare del trauma della depor­tazione, della dis­truzione dei gruppi lin­guis­tici, trib­ali e famil­iari. Voglio sem­plice­mente dire che nelle sto­rie di migrazione, forzate o volute, delle per­sone che oggi com­pon­gono queste soci­età, le cui radici cul­tur­ali sono ovunque mis­chi­ate e intrec­ciate, c’è sem­pre l’impronta di una vio­lenza e di una lac­er­azione. E se qual­cuno ancora si illude che si possa dis­cutere di cul­tura senza dis­cutere di potere, basta guardare ai Caraibi.

Mia madre mi diceva sem­pre che se solo fosse rius­cita met­tere le mani sui doc­u­menti giusti, sarebbe stata in grado di ricostru­ire la sua genealo­gia famil­iare, e che questa sarebbe risalita non alla costa occi­den­tale dell’Africa ma alla famiglia reg­nante dell’Impero Austro-Ungarico, o ai loro par­enti scozzesi. E prob­a­bil­mente lei era con­vinta che io, stu­diando al Mer­ton Col­lege di Oxford, mi sarei imbat­tuto in uno di quei doc­u­menti seg­reti che mi avreb­bero trasfor­mato in ciò per cui ero stato for­mato, cresci­uto, edu­cato: una sorta di gen­tle­man bri­tan­nico nero. Quando tor­nai a casa per la prima volta a metà degli anni Ses­santa, i miei gen­i­tori mi dissero:

Spe­ri­amo non ti scam­bino per uno di quegli immi­grati che ci sono là in Gran Bretagna.

E la cosa curiosa è che non avevo mai pen­sato a me stesso come a un immi­grato, almeno prima di allora. Ma in quell’istante capii che rap­p­re­sen­tava ciò che ero, e in quel momento migrai. Allo stesso modo, la parola “nero” non era mai stata pro­nun­ci­ata a casa mia, e nem­meno l’avevo mai sen­tita usare in Gia­maica, anche se c’erano altri modi per esprimere la cosa. Così fu durante un’altra visita a casa, pochi anni dopo, che i miei gen­i­tori mi dissero:

C’è tutta quella coscienza nera, il movi­mento nero negli Stati Uniti d’America, spe­ri­amo non stia avendo influenza anche in Gran Bretagna,

e allora real­iz­zai che la mia iden­tità era nuo­va­mente cam­bi­ata. Lo capii e risposi:

A dire il vero, io sono esat­ta­mente ciò che in Gran Bre­tagna sti­amo iniziando a chia­mare nero.

Il che equiv­ale a spie­gare che l’identità non è soltanto una sto­ria, una nar­razione su di noi che rac­con­ti­amo a noi stessi, è qual­cosa che muta con le cir­costanze storiche. L’identità cam­bia a sec­onda di come riflet­ti­amo su queste cir­costanze, e di come ne fac­ciamo espe­rienza. Lungi dal derivare uni­ca­mente dalla ver­ità den­tro di noi, le iden­tità proven­gono da fuori, sono il modo in cui veni­amo riconosciuti e quindi giun­giamo a porci nel luogo definito dal riconosci­mento altrui. Senza gli altri non c’è il sé, non c’è autoriconoscimento.

C’è stato un momento cru­ciale, durante l’esplosione del rasta­far­i­anes­imo in Gia­maica negli anni Ses­santa, quando il Primo Min­istro ha dichiarato:

Bene, forse dovreste tornare in Africa. Ne avete par­lato così tanto, dite di venire da lì, dite di essere ancora in schi­av­itù qui, che non siete in un Paese libero, men­tre la terra promessa è il posto da cui veniste por­tati via, allora forse dovreste provare a tornare.

Alcuni in effetti tornarono, ma ovvi­a­mente non trovarono ciò che cer­ca­vano; quella non era l’Africa di cui parla­vano. Fra l’Africa da cui proveni­vano e quella a cui vol­e­vano tornare, erano suc­cessi due avven­i­menti crit­ici. L’Africa non è rimasta al quindices­imo o al dici­as­settes­imo sec­olo, per essere riscop­erta in una fan­tas­ti­cata purezza trib­ale, atten­dendo di essere risveg­li­ata dal ritorno dei suoi figli e figlie. Sta invece affrontando prob­lemi come l’Aids, il sot­tosviluppo e il deb­ito cres­cente. Sta cer­cando di sfamare la sua gente e sta cer­cando di capire cosa sig­ni­fichi la democrazia a fronte del pas­sato colo­niale che dis­trusse e rior­ga­nizzò popo­lazioni, tribù, regni inducendo un ter­ri­f­i­cante crollo d’interi mondi cog­ni­tivi e sociali. Ecco cosa sta cer­cando di fare l’Africa di oggi.

I rit­u­ali rasta­fari par­lano invece di Africa, Etiopia, Babilo­nia, della terra promessa, e di col­oro che stanno ancora sof­frendo: un lin­guag­gio mil­lenar­is­tico. Ciò che sen­ti­vano i rasta­fari era: non ho voce, non ho sto­ria, vengo da un luogo a cui non posso tornare e che non ho mai visto. Ho prog­en­i­tori che non posso trovare, che ado­ra­vano divinità di cui non conosco i nomi. Di fronte a questo senso di pro­fonda rot­tura, la metafora di una nuova reli­gione può diventare un lin­guag­gio in cui una certa sto­ria può essere rinar­rata, in cui per la prima volta pos­sono essere espresse aspi­razioni di libertà.

Quando ho las­ci­ato la Gia­maica negli anni Cinquanta, era una soci­età che non poteva ammet­tere di essere a mag­gio­ranza nera. Quando tor­nai in Gia­maica alla fine degli anni Ses­santa trovai una soci­età ancor più povera di quando la las­ciai, ma che era pas­sata attra­verso una pro­fonda riv­o­luzione cul­tur­ale. Non cer­cava più di essere qual­cosa d’altro, né di diventare qual­cosa che non poteva essere.

L’identità caraibica è vec­chia o nuova? Si tratta di un’antica cul­tura preser­vata e cus­todita? O è qual­cosa di prodotto oggi dal nulla? Ovvi­a­mente non è nulla di tutto ciò. L’identità cul­tur­ale è costru­ita tramite ele­menti non scritti quali espe­rienze storiche, tradizioni, lin­guaggi per­duti o mar­gin­ali, espe­rienze di esclu­sione. Queste sono le radici dell’identità. Allo stesso tempo, l’identità non è sem­plice riscop­erta delle radici, ma ciò che queste, uti­liz­zate come risorse, con­sentono alle per­sone di pro­durre. L’identità non è da risco­prire nel pas­sato, ma da costru­ire per il futuro.

Tratto da: S. Hall, Nego­ti­at­ing caribbean iden­ti­ties, “New Left Review”, 1/209, 1995.

Traduzione di Cesare Del Frate.

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bell hooks

bell hooks

Filosofa e fem­min­ista americana.

Inter­vista di Lawrence Chua.

L’amore può portarci in luoghi inaspet­tati. Chiede­telo a chi segue il lavoro di bell hooks. Le sue inchi­este senza paura e le sue provo­cazioni appas­sion­ate ci hanno spinti a inter­rog­a­rci sulle nos­tre iden­tità cul­tur­ali. Nelle sue col­lab­o­razioni artis­tiche, così come negli inter­venti pub­blici, hooks non las­cia mai indif­fer­enti, ed esplora la cul­tura come spazio di resistenza al supre­ma­tismo bianco, al cap­i­tal­ismo e al patri­ar­cato. Men­tre molti intel­let­tuali par­lano della cul­tura popo­lare dalla torre d’avorio dell’accademia, hooks si è sem­pre sporcata le mani in mezzo alla gente.

Recen­te­mente, hai parte­ci­pato a una con­ferenza sul cin­ema nero dove il filosofo Stan­ley Crouch ha sug­ger­ito che rap­per come Snoop Doggy Dog andreb­bero ster­mi­nati. Come hai risposto?

È cru­ciale criti­care il ses­sismo e la mis­oginia di Snoop Doggy Dog, ma bisogna ricor­dare a tutti che questi rap­per non solo sono per­son­aggi più com­p­lessi del modo in cui rap­p­re­sen­tano se stessi, sono anche più com­p­lessi del modo in cui la soci­età bianca li rap­p­re­senta. L’idea che Snoop Doggy Dog si auto definisca “come è vera­mente” è qual­cosa che rifi­uto. L’aspetto più scor­ag­giante di quella con­ferenza è stata l’insistenza sull’individualismo lib­erale, come se le azioni degli indi­vidui fos­sero dis­con­nesse da strut­ture più vaste, e da più ampie cor­nici rap­p­re­sen­ta­tive. Persino Stan­ley Crouch non ha risposto nel mer­ito ai miei que­siti. Stava piut­tosto recitando la parte per quelle forze cul­tur­ali main­stream che lo ripagano per par­lare neg­a­ti­va­mente del rap.

Durante la con­ferenza, ho con­fes­sato di avere impulsi davvero vio­lenti e che ascoltando certi inter­venti avrei voluto alzarmi e sparare ai rela­tori. Il pub­blico si è messo a rid­ere, ma non stavo scherzando. Stavo riconoscendo che gli impulsi vio­lenti non esistono solo là fuori, fra i gio­vani neri o fra i poveri, esistono anche in per­sone come me, con un dot­torato di ricerca e un buon lavoro. Non posso dire che la mia vita non sia tor­men­tata da impulsi rab­biosi e irrazion­ali. Soltanto che invece di sparare alla gente, vado a casa e scrivo un sag­gio critico. L’impulso vio­lento che mi porta a pen­sare di sparare alle per­sone che mi annoiano o il cui ragionare non è molto com­p­lesso ha ovvi­a­mente a che fare con una risposta esager­ata a situ­azioni in cui mi sento impotente.

Quando abbi­amo pran­zato insieme l’ultima volta, stavi per andare a un talk show in Tv. Mi hai detto che saresti inter­venuta per­ché non stavi rag­giun­gendo il pub­blico a cui avevi bisogno di rivolgerti.

Sono andata al Ricki Lake Show ed è stato un dis­as­tro. Ma è stata una grande espe­rienza. Ci sono acca­d­e­mici che lavo­rano sulla cul­tura popo­lare, ma si lim­i­tano a pro­durre un muc­chio di dis­corsi teo­retic senza entrare in quegli spazi che sono pieni di con­trad­dizioni, ostil­ità, ten­sioni. Ho ascoltato i cit­ta­dini neri pre­senti al Ricki Lake Show dirmi: “Non siamo d’accordo con la dot­toressa hooks. Anzi, non vogliamo neanche chia­marla dot­toressa. Non sa nem­meno ciò di cui sta par­lando”. Mi sono sen­tita aggred­ita, e allo stesso tempo si è trat­tato di un sen­ti­mento di rab­bia diverso da quello che provo quando me ne sto seduta a casa a scri­vere un arti­colo sot­tile sui talk show. Quando mi hanno invi­tata mi dis­sero che ci sarebbe stato un ospite spe­ciale, ma non mi dis­sero che era una donna nazista. Ho voluto parte­ci­pare per­ché quello show è seguito da gio­vani neri che non seguono corsi uni­ver­si­tari sul fem­min­ismo o sui diritti delle mino­ranze etniche. Durante la con­ferenza sul cin­ema nero, ho citato Snoop Doggy Dog: “Io non fac­cio rap. Parlo e basta. Voglio potermi rilas­sare e con­ver­sare con la mia gente”. E che dire di noi, le per­sone che lavo­rano nel campo della cul­tura, che pro­du­ci­amo un gergo acca­d­e­mico per anal­iz­zare la cul­tura popo­lare men­tre quello stesso gergo ci impedisce di con­ver­sare e di super­are quei con­fini che sti­amo anal­iz­zando? Tutto ciò è cru­ciale per il futuro della crit­ica cul­tur­ale: quanto sti­amo conversando?

In che modo cer­chi di conversare?

Voglio met­termi in dis­cus­sioni in tutti i modi pos­si­bili, persino venendo trat­tata come una merda come mi è suc­cesso al Ricki Lake Show. Non dob­bi­amo min­i­miz­zare la dif­ferenza fra il tenere una con­ferenza all’Università di Yale o Har­vard, dove la gente si inchina ripe­tendo “non siamo degni, non siamo degni”, oppure par­lare in uno show in mezzo a gente di cui di bell hooks non gliene fotte nulla. O l’essere a Flint, in Michi­gan, par­lando a centi­naia di gio­vani stu­denti che non hanno idea di chi sia, e dover trovare un lin­guag­gio che possa attra­ver­sare effi­cace­mente questi confini.

Il punto non è essere un mod­ello che fa un dis­corso pre­con­fezion­ato. Una cosa su cui sono molto crit­ica è il liv­ello di con­fes­sioni per­son­ali nel mio lavoro e nelle mie per­for­mance pub­bliche. Nei miei primi saggi, c’è molto poco di per­son­ale, non ci sono det­tagli sulla mia vita. Una cosa che ho capito, cer­cando di attra­ver­sare i con­fini, è che devo dare alle per­sone qual­cosa che gli con­senta d’identificarsi in ciò che sto dicendo, senza fare ragion­a­menti astratti che potreb­bero non avere alcuna ril­e­vanza per le loro vite. E ciò riguarda il ruolo della nar­razione. Dei gio­vani stu­denti, dopo un mio inter­vento, per prima cosa mi hanno chiesto “quanto guadagni?”. Questi ragazzi proven­gono da un’area eco­nomi­ca­mente depressa. Molti dei loro gen­i­tori lavo­rano nell’industria delle auto­mo­bili. Per loro è più impor­tante quanto guadagni della relazione fra fem­min­ismo e marx­ismo. Ma rispon­dere aper­ta­mente e ones­ta­mente a quella domanda può essere un modo per arrivare a par­lare di fem­min­ismo e della strut­tura del cap­i­tal­ismo. Infatti, siamo pas­sati da quanto io guadagno alla domanda: “Ragazzi, sapete quanto guadagna in media una donna?”. Sono rimasti scioc­cati, per­ché cre­dono così pro­fon­da­mente nel mito della democrazia da pen­sare che le donne vengano pagate come gli uomini a par­ità di man­sioni e com­pe­tenze. Attra­ver­sare i con­fini sig­nifica che a volte con­di­vido cose che non vor­rei con­di­videre. Ma se ritieni di dover lavo­rare per la lib­ertà, allora la sfida è di sac­ri­fi­care a certe nozioni di pri­vacy, soprat­tutto se siamo aggrap­pati a mod­elli borgh­esi d’identità.


Il tuo sag­gio Sis­ters of the Yam parla attra­verso i con­fini di classe. L’hai con­cepito come un libro di auto aiuto. Quanto è stato dif­fi­cile scri­vere un libro non accademico?

È essen­ziale pen­sare a certi modi di scri­vere come forme di attivismo politico. Che impor­tanza ha lo scri­vere di decol­o­niz­zazione se gli unici a leg­gere le nos­tre ele­ganti teorie sono ragazzi priv­i­le­giati nelle migliori uni­ver­sità? Ci sono masse di per­sone di col­ore che sof­frono per un razz­ismo inte­ri­or­iz­zato, il nos­tro lavoro non inciderà mai sulle loro vite se non lo por­ti­amo fuori dall’accademia. Ecco per­ché penso che i mass media siano così impor­tanti. Le riv­iste popo­lari e la tele­vi­sione devono essere viste come veicoli cen­trali per dis­sem­inare il lavoro intel­let­tuale. Sti­amo par­lando di una cul­tura in cui mil­ioni di per­sone non leg­gono né scrivono. Se voglio rag­giungerli devo trovare il canale adatto. Parte­cipo a molte più trasmis­sioni radio di quelle che vor­rei, ma lo fac­cio per­ché la radio ha ancora un suo spazio nelle vite di molti operai. E la cosa mi affascina.

Ho la sen­sazione che il sig­ni­fi­cato del sac­ri­fi­cio sia andato perso. Quando guardo alle lotte per i diritti civili, sono impres­sion­ata dalla volontà delle per­sone di sac­ri­fi­care il pro­prio com­fort, o benessere, per portare un cam­bi­a­mento. È triste che il sig­ni­fi­cato del sac­ri­fi­cio sem­bri essere legato uni­ca­mente alla reli­gione. Pen­si­amo a Mal­colm X. Chi oggi sfrutta il suo nome per guadagni per­son­ali non parla mai del fatto che quest’uomo visse in quasi povertà per com­piere la sua mis­sione. Quanti di noi sareb­bero dis­posti a vivere come lui? Io non lo sono, lavoro dura­mente per non dover vivere così, anche quando cerco di atten­ermi al prin­ci­pio del sac­ri­fi­cio e a essere pronta a fare ciò che sarà nec­es­sario per porre fine all’ingiustizia.

Puoi spie­garci meglio l’importanza del sacrificio?

In che modo puoi rag­giun­gere un’armonia inte­ri­ore che ti con­senta di sac­ri­fi­carti, o non farlo, quando nec­es­sario? Fui pro­fon­da­mente col­pita dalla reli­giosa bud­dhista che, in Viet­nam, si diede fuoco per protestare con­tro la guerra. Fino a che punto siamo dis­posti a spingerci, e a dare? La reli­gione è ciò che tem­pera il mio spir­ito. Una volta ho lit­i­gato con un amico: ci chiede­vamo se esi­tano luoghi, all’infuori della reli­gione, per trasmet­tere val­ori come la dis­ci­plina morale, l’integrità e il sac­ri­fi­cio. Pos­si­amo inseg­nare questi val­ori senza inseg­nare la reli­gione, ma è dif­fi­cile portare una dimen­sione etica in polit­ica in una cul­tura così osce­na­mente edonista.

Ecco per­ché per­sone come me non si affi­dano a reli­gioni orga­niz­zate, ma costru­is­cono una dimen­sione spir­i­tuale pri­vata che ci con­senta di pen­sare a ide­ali quali il sac­ri­fi­cio e il servizio. Da pic­coli ci è stato inseg­nato che avremmo dovuto servire la causa dell’antirazzismo e per porre fine al supre­ma­tismo bianco. I gio­vani neri a cui insegno oggi sono per­vasi da quel lib­er­al­ismo che dice: “Sono qui innanz­i­tutto per servire me stesso, e se lo voglio anche per unirmi a cause rad­i­cali”. Per anni non sarei nem­meno stata in grado di pen­sare di miglio­rare me stesse senza miglio­rare la lib­ertà e il benessere della mia comu­nità. Ciò che dis­trusse questa mia con­vinzione fu l’entrare nelle isti­tuzioni bianche dell’istruzione uni­ver­si­taria. Dove viene mag­gior­mente inseg­nato l’individualismo lib­erale, se non nell’accademia? Le Uni­ver­sità esistono per pro­durre le classi priv­i­le­giate. E per farlo hanno bisogno che le per­sone ripudino ogni etica comu­ni­taria a favore di un modo di pen­sare privatizzato.

Mi chiedo quanto della tua etica comu­ni­taria provenga dal far parte di una comu­nità rurale.

Sono nata in Ken­tucky, uno Stato per molti versi feu­dale, ma in cui si crede real­mente in certi val­ori. I mass media dipin­gono i poveri come privi di etica e val­ori, invece, dove sono cresci­uta, non c’è nes­suna relazione fra lo sta­tus eco­nom­ico e l’integrità morale. La mia gente è legata alla lealtà e all’onore, c’è un’intera dimen­sione etica com­ple­ta­mente altra rispetto a cose mate­ri­ali. Trovo affasci­nante che trasver­salmel­mente rispetto all’etnia o alla classe sociale, vivi­amo in un Paese in cui la col­lo­cazione geografica conta ancora tan­tis­simo. Rara­mente ci capita di udire le voci dell’America rurale. Le per­sone prove­ni­enti da queste regioni che hanno stu­di­ato imparano ad abban­donare i lin­guaggi ver­na­co­lari col fine di ottenere mag­giore considerazione.

Un giorno stavo par­lando con mio padre, ha più di settant’anni, e mi rac­con­tava come abbia lavo­rato per trent’anni senza mai assen­tarsi un sol giorno per malat­tia. Disse che ciò era una “benedi­zione mer­av­igliosa”. Una delle cose che dico sem­pre a mio padre è che la dis­ci­plina che applico nella scrit­tura non l’ho imparata alla Stand­ford Uni­ver­sity. L’ho appresa dal back­ground operaio dove il lavo­rare con dis­ci­plina è così impor­tante. Pen­sare che un nero che ha fatto un lavoro umile nel Sud possa ripen­sare a quell’esperienza e dirsi mer­av­igliosa­mente benedetto per non essersi mai assen­tato in trent’anni, è qual­cosa che mi ha toc­cata pro­fon­da­mente. C’è della bellezza nei lin­guaggi ver­na­co­lari in America.

Par­liamo del gangsta rap: la tua anal­isi al riguardo è molto dis­tante da quella del femminismo.

La gente si aspetta da me, in quanto fem­min­ista, che butti il rap nella spaz­zatura. Posso com­bat­tere il ses­sismo e la mis­oginia del rap, ma posso al con­tempo abbrac­ciare la rab­bia che vi è implicita. Ovvi­a­mente è una sfida vedere che in certe per­sone non ti puoi iden­ti­fi­care, eppure ci sono parti di loro che abbracci e in cui ti puoi sen­tire coin­volta. Quando inter­vis­tai il gangsta rap Ice Cube, lui insis­teva sul potere dei padri neri in famiglia. Gli urlai: “Stai davvero cer­cando di dirmi che se ci sono in casa padri neri emo­ti­va­mente assenti crescer­emo una gen­er­azione di bam­bini sani?”. Alla fine ha riconosci­uto che un padre, se assente emo­ti­va­mente, non fa il bene dei pro­pri figli. Questo è il tipo di scam­bio che dovremmo cer­care con il gangsta rap, invece di criti­carne in modo sem­plicis­tico la mis­oginia e il sessismo.

Tratto da: b. hooks, Love takes us to places we might not ordi­nar­ily go, “Bomb Mag­a­zine”, n. 48, 1994.

Traduzione di Cesare Del Frate.

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