Spezzare il soffitto di vetro: le pari opportunità oggi
11 mar
L’ormone antifemminista, le schiave grate, il rettore che discrimina le docenti: le pari opportunità oggi.
Nel gennaio del 2005 fecero scalpore le dichiarazioni fatte da Larry Summers, allora rettore di Harvard e attuale consigliere economico del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, sulle motivazioni della difficoltà di carriera per le donne nella scienza. Il suo discorso di apertura alla conferenza Diversifying the Science & Engineering Work–force suscitò come reazione migliaia di articoli e forti contestazioni, fino a costringerlo alle dimissioni. Le scuse, che replicò pubblicamente in diverse occasioni, e i cinquanta milioni di dollari stanziati per assumere e promuovere all’Università Harvard docenti donne o appartenenti alle minoranze, non bastarono a placare gli aspri dissensi generati dalle sue parole.
Ma cosa disse di così offensivo il rettore? Affermò che la principale barriera nelle professioni scientifiche e in quelle di potere è imputabile alle donne stesse, non disponibili a quell’esclusiva e totalizzante dedizione al lavoro che certe carriere richiedono. Non solo: le abilità necessarie allo svolgimento di lavori ad alto contenuto scientifico e tecnologico non sarebbero compatibili con le capacità femminili, meno portate all’eccellenza. Solo alla fine il rettore si ricordò di menzionare che anche la discriminazione e la socializzazione primaria potrebbero creare degli svantaggi. Continua >
Donne non si nasce
10 mar
Lo si diventa. Così scrisse a metà del XX secolo Simone de Beauvoir, anticipando la riflessione contemporanea sull’identità di genere.
di Alessandra Tanesini
Con questa frase, Simone de Beauvoir volle indicare che essere donna non è una questione puramente biologica fissata già alla nascita, né è un destino inevitabile. Più recentemente, ma in uno spirito che per certi versi non è dissimile dai sentimenti espressi da de Beauvoir, Judith Butler ha dichiarato che credere nelle identità “politiche”, tra cui si include quella femminile, è un errore, anche se è politicamente necessario.
La posizione di Butler può sembrare sorprendente. È difficile capire come possa essere un errore pensare che essere donna, o essere gay, non sia un’identità che cattura aspetti centrali degli individui. Per questo, la posizione di Butler e di altri proponenti del movimento cosiddetto queer è sembrata a molti negare alcuni fatti cruciali e ovvi dell’esperienza degli esseri umani. Eppure lo scetticismo a proposito delle identità non è senza motivazioni. Movimenti politici basati su un’identità hanno spesso incontrato difficoltà a formare coalizioni con gruppi basati su altre identità. Inoltre l’organizzazione interna di questi movimenti è stata a volte caratterizzata da una tendenza a sopprimere le differenze e imporre omogeneità di idee e comportamenti. Continua >
Un pò di femminismo non guasta mai
9 mar
Il gene del ferro da stiro, gli strip tease manieristici, l’8 marzo trasformato nella festa del chirurgo plastico e dell’erotismo a buon mercato.
di Martina Pasotti
Come ogni anno, inesorabilmente, ecco apparire l’otto marzo tra le pagine dei calendari: le porte del trash si spalancano e un’orda di donne assatanate, anche solo per gioco, riempie i locali di ogni genere, organizzati per l’occasione, cioè trasudanti erotismo alla mimosa. Questa ritualità ormai diventata consuetudine rievoca l’immagine, poco poetica, di una gabbia da circo che si apre: l’otto marzo è la liberazione della donna, si ode nel sottobosco cittadino, una liberazione dai lacci dei mille doveri socialmente sanciti. Per le strade è un tripudio di tacchi dodici e profumi assortiti: la follia dell’otto marzo non conosce anagrafe, rango o posizione sociale; dalla ragazzina alla manager, passando per la casalinga di provincia, le puoi vedere tutte lì, attrici di un divertimento forzato trasfigurate dalla solennità della festa.
L’otto marzo è la data della resa momentanea: il gentil sesso dimentica invidie e rancori e si riscopre unito in un senso di sorellanza che ha nella contrapposizione agli uomini la propria essenza; la guerra dei sessi apre le danze a suon di slogan inflazionati e svuotati di significato in nome di un “femminismo,” o pseudo tale, che si manifesta unicamente in questa data. Continua >
I bottoni di Lou Andreas Salomé
7 mar
di Cesare Del Frate
Il più antico ricordo di Lou Andreas Salomé, l’eccentrica intellettuale che si legò a personaggi come Freud, Nietzsche e Jung, è l’immagine della cassetta dei bottoni: una memoria in cui si confondono i confini fra biografia, immaginazione, affetto:
Il mio primissimo ricordo riguarda dei bottoni. Stavo seduta su un tappeto di fiori, davanti a me una cassetta marrone aperta, dove, quando ero stata molto buona o la mia vecchia governante non aveva tempo per me, potevo rovistare tra bottoni di vetro, d’osso, variopinti, dalle forme fantastiche. La cassetta dei bottoni si chiamava la cassetta delle meraviglie, dapprima in senso ingenuo, più tardi ironicamente; e all’inizio rappresentò davvero per me il miracoloso, poi – forse perché mi insegnarono le parole relative – ammirai nei bottoni altrettanti zaffiri, rubini, smeraldi, diamanti e altre pietre preziose, per cui la parola russa per “gioielli”, “jemtschung”, conserva per me ancora oggi un suono ricco di memorie. I gioielli-bottoni restarono per lungo tempo la quintessenza di ciò che, considerato prezioso, non viene dato via ma raccolto (e in effetti i bottoni di moda allora, piuttosto costosi, venivano conservati dopo che il vestito si era consumato).
I bottoni si trasfigurano in pietre preziose, zaffiri e diamanti: ciò che qui conta non è tanto il valore materiale, ma il loro farsi simbolo di ciò che c’è di più prezioso, la relazione stessa. Cioè l’affetto e la cura dell’altro per me (e viceversa), in quel periodo della vita, quando siamo bambini, in cui così tanto siamo dipendenti e bisognosi. Si tratta di ciò che “non viene dato via ma raccolto”, preservato e custodito in quella cassetta che è l’inconscio “ricco di memorie”. Quei bottoni che raccontano la relazione sono frammenti, metonimie, della madre e della balia:
I bottoni significavano parti inalienabili, in un certo senso frammenti di mia madre stessa (del suo vestito, cioè, con i cui bottoni potevo giocherellare standole in grembo), o forse della balia (a me affezionata) al cui petto, dietro l’abito aperto, conobbi nella pratica il primo rubino.
Seduta in grembo alla madre, lì raccolta e protetta, Lou Andreas gioca coi bottoni, infila le dita fra le asole e i fili, accarezza le rotondità e la freddezza dei materiali, osserva il luccicare degli smalti. Il bottone, oggetto interstiziale che ricollega parti distinte, si insinua nell’asola, a sua volta collegato e trattenuto dai fili che lo intrecciano al tessuto: quale miglior metafora del rapporto stesso? Dell’altro che ci viene incontro, e a cui andiamo incontro come il bottone che si adatta all’asola?
Approfondire:
Lou Andreas Salomé, Il tipo femmina, in Riflessioni sull’amore, Editori Riuniti, Roma, 1985.




