La decrescita felice, le avventure dello yogurt e l’etica aristotelica

Mark Jenkins, Sleepers, 2009

Mark Jenkins, Sleepers, 2009

Un giorno un vecchio pianeta, durante i suoi viaggi, incontra la Terra che non aveva visto da alcuni milioni di anni. E le fa: “come stai?”. La Terra risponde: “non mi sento molto bene, credo di avere una malattia mortale”, “e come si chiama questa malattia?”. “Si chiama umanità”, “ah – conclude il vecchio pianeta –, anch’io l’avevo presa alcuni milioni di anni fa. Ma guarisce da sola, si autodistrugge”.

Hubert Reeves, scienziato francese, amava raccontare questa favola per ironizzare sulla follia di pensare solo all’oggi senza rendersi conto che stiamo precipitando verso il baratro. Il movimento della decrescita felice si propone non solo di risvegliare la nostra coscienza intorpidita – non c’è più tempo! dobbiamo fare qualcosa ora! –, ma soprattutto di elaborare un altro modello di vita e persino di economia. Si, tutto parte dalla preoccupazione per il futuro della vita sulla Terra, eppure quello della decrescita non è l’ennesimo movimento ecologista: ha implicazioni molto più ampie, che vanno dalla qualità delle relazioni umane all’etica della lentezza, ripensa insomma la società e la cultura stesse.

La dittatura del PIL

Basta col PIL! Quante volte l’abbiamo pensato, sentendo per la milionesima volta lo speaker del TG annunciare “nuove” misure per favorire la crescita? Qualsiasi altro problema o esigenza viene sempre dopo, equità, giustizia, salute, ambiente, tutti i beni comuni sono in fila dietro l’imperativo della crescita: se avanzeranno risorse e tempo penseremo anche a loro, ma ora non disturbateci, dobbiamo occuparci di fare più soldi.

Perché di questo si tratta, di soldi, non fatevi ingannare dai termini astrusi, prodotto interno lordo, perché il prodotto in questione viene misurato con l’unico metro del denaro, del volume finanziario. Come nota maliziosamente Serge Latouche, il più influente sociologo e filosofo della decrescita, un incidente automobilistico fa aumentare il PIL, perché fa spendere per la riparazione e per le cure mediche. Se un incidente, che nulla produce se non una movimentazione di soldi, è un fattore di “crescita” economica, forse c’è qualcosa di sbagliato.

Spencer Tunick, Mexico City, 2007

Spencer Tunick, Mexico City, 2007

Le avventure dello yogurt

Per farci capire la decrescita felice, Maurizio Pallante, suo esponente di spicco in Italia, ci racconta la storia dello yogurt. Quello prodotto industrialmente percorre dai 1.200 ai 1.500 chilometri prima di arrivare nei nostri frigoriferi, costa 5 euro al litro, viene confezionato in vasetti di plastica monouso e altamente inquinanti, subisce trattamenti di conservazione che spesso uccidono i batteri da cui è stato prodotto. Lo yogurt autoprodotto, tramite l’utilizzo di colonie batteriche che facciano fermentare il latte, non viaggia su gomma, non ha confezioni o imballaggi, è ricco di batteri benefici per la flora intestinale, costa quanto il latte, non ha conservanti e, cosa non trascurabile, è più buono.

Lo yogurt autoprodotto non fa crescere il PIL: non passa attraverso una transazione economica, né fa aumentare la domanda di merci, dal petrolio per i trasporti alla plastica per gli imballaggi. Non alimenta nemmeno l’economia dei rifiuti: non c’è nulla da smaltire o buttare in una discarica. Insomma, un vero e proprio disastro per la crescita!

Eppure abbiamo prodotto un bene, lo yogurt appunto, che ha anche una serie di esternalità positive: diminuisce l’inquinamento, fa bene alla salute, è più buono. Questa semplice realtà è invisibile per i parametri sclerotizzati che definiscono il PIL: lo abbiamo visto, solo il denaro conta, tutto il resto è niente. Read the rest of this entry »

Il perizoma di Gandhi: il khadi e la costruzione di una nazione

L’immagine di Gandhi vestito semplicemente con un perizoma e uno scialle di cotone mentre fa girare un arcolaio è familiare in tutto il mondo. In realtà quello che noi chiamiamo perizoma è il dhoti, un indumento maschile indossato tradizionalmente dai contadini indiani. Una volta rimboccato si trasforma in un paio di braghe corte adatte a lavorare nei campi; se invece si allenta ha l’aspetto di un’ampia gonna lunga fino alle caviglie.

Il fatto che il Mahatma, figura esemplare, avesse scelto una veste contadina è già di per sé significativo: l’adozione di un unico abito per tutti gli indiani, indipendentemente dalle loro differenze economiche o religiose, era in aperto contrasto con il sistema delle caste contro il quale Gandhi si scagliò più volte. Vestendo quell’abito gli indiani avrebbero compiuto una specie di atto di povertà e uguaglianza tra loro, rinunciando allo sfarzo e indirizzandosi a uno stile di vita semplice e sobrio.

Gandhi vuole il kadhi

Il perizoma di Gandhi aveva però un surplus simbolico: era tessuto col metodo kadhi, un sistema di filatura e tessitura a mano del cotone e della seta che il Mahatma promosse come strumento di riscatto sociale ed economico per le comunità rurali e l’intero Paese. Ma del vero khadi ottenuto da fibre di cotone o di lana filate a mano e tessute su telai a mano, soltanto pochi nel subcontinente avevano conservato la sapienza. Così il Mahatma faticò molto a trovare chi gli insegnasse l’arte della filatura e della tessitura.

Lo aiutarono alcune donne dell’ashram di Ahmedabad e grazie a loro nel 1919 poté indossare un dhoti di puro tessuto khadi. Con i suoi sostenitori iniziò quindi a praticare la tessitura dei propri vestiti usando un filatoio manuale (il charka) e invitò tutti gli indiani a seguirlo nel vestire di puro khadi.

Gandhi aveva scritto nel 1921: “I tessuti che importiamo dall’Occidente hanno letteralmente ucciso milioni di nostri fratelli e sorelle. Un Paese rimane in povertà, materiale e spirituale, se non sviluppa il suo artigianato e le sue industrie e vive una vita da parassita importando manufatti dall’estero”. Il dhoti filato in kadhi era la realizzazione più immediata di un principio fondamentale del pensiero politico di Gandhi: lo swaraj, ovvero l’autosufficienza economica.

Gandhi intendeva sostituire l’economia centralizzata di tipo industriale, imposta dal colonialismo britannico, con un sistema artigianale e decentrato. L’India libera da lui auspicata non era un vero e proprio Stato nazionale unitario, ma una confederazione di villaggi autonomi e autosufficienti, in cui il potere politico ed economico doveva essere gestito da assemblee locali. Gandhi considerava questi villaggi così importanti che pensava di dar loro lo status di Repubbliche Villaggio. Read the rest of this entry »

Filosofia del Grande Fratello

Che cos’è il sentimento, quando viene scrutato e sviscerato da mille occhi indiscreti? Passate le velleità antropologiche delle prime edizioni, e le annesse pretese di condurre un esperimento affascinante, oggi il Grande Fratello ha fatto sua la retorica del sentimento: questa è l’umanità vera! Si, proprio così, gente comune, gente semplice! Il paradosso di una selezione scientifica dei concorrenti che dovrebbe produrre il massimo di spontaneità.

Perché è proprio lo sgorgare dei sentimenti che vogliono gli autori, per il grande spettacolo. E quando la tensione si abbassa, ecco che parte un filmato in cui il tuo miglior amico ti dà dello stronzo, o spunta l’ex amante da dietro la parete scorrevole per ricoprirti di insulti.
Passioni inarticolate, inesprimibili: “me la voglio vivere fino in fondo”, “mi regali grandi emozioni”, “lo sento a pelle, è così”. Le emozioni vengono incessantemente evocate, ma mai nominate. Tenerezza, malinconia, inquietudine, gioia, fascinazione, complicità, rancore: il variegato lessico del sentimento
non appartiene ai concorrenti, che parlano di ciò che sentono sempre in modo indistinto, indifferenziato, caotico.

E non potrebbe essere altrimenti, se, come sostiene il grande sociologo Erving Goffman, intimità ed esteriorità, privato e pubblico, sono due dimensioni costitutivamente intrecciate. Quando viene meno una delle due, anche l’altra risulta incomprensibile, invivibile. Per Goffman siamo come attori, che continuamente si spostano dal palco al retroscena, fra pubblico e privato appunto. Palco e retroscena hanno ognuno il loro canovaccio: anche il privato ha regole e cornici di senso, c’è ben poco di spontaneo persino nell’intimità, fatta invece di regole del sentire. Come ogni linguaggio, anche quello dei sentimenti ha la sua grammatica.

Nel Grande Fratello, ciò che scompare non è tanto la privacy, come potrebbe sembrare. È la dimensione pubblica che evapora completamente in una casa dove si vive tutto il tempo fra amici, o almeno agendo come tali, costretti a non parlar d’altro che di sé, in una confidenza collettiva ininterrotta e ridondante. Come prigionieri dentro al diario struggente di una quindicenne poco avveduta, tutto cuoricini sulle i e dichiarazioni enfatiche di amicizia ed affetto.

Una volta eliminata la dimensione pubblica, con il suo distacco interpersonale, con le sue strategie comunicative, anche quella privata perde senso e consistenza, si sublima nella vaporosa nuvola del “è quello che sento”. Cioè, il nulla.

Cesare Del Frate

Salta che ti passa

Fernando Botero, Circus, 2008

Fernando Botero, Circus, 2008

Avete mai sfiorato la morte? Accarezzata, guardata da vicino, ma non toccata? Corteggiata per qualche istante o minuto che sia e poi sorriderle con fare beffardo?  Io sì, ed è stato illuminante, fremente, eccitante e terribile…

Non intendo parlare di suicidi o incidenti semi-mortali (questi, si sa, non possono essere eccitanti o meravigliosi!), ma di avventure estreme come il bungee jumping, il paracadutismo, il parapendio e quant’altro rientri in queste categorie.  Per esperienza personale mi è possibile commentare solo il salto con la corda, ma credo che certe sensazioni si provino anche con gli altri “sport”.

Era un giorno come tanti: agosto, faceva caldo ed ero al mare. Periodo di agitazione stagnante, di calma rumorosa… non capivo le mie emozioni, non sapevo cosa volevo, non mi riconoscevo più. Non mi rendevo nemmeno più conto di vivere, avevo perso la meraviglia sempre provata di fronte a tutte le cose mondane. Ero smarrita.

Dovevo darmi una scossa: sublimare ogni istante, esasperarlo, portarlo al suo massimo potenziale. Avevo deciso che dovevo trovare un modo per risentire le infinite vibrazioni che la vita ci fa provare, smetterla con quel falso torpore che non mi apparteneva in attesa di una svolta che non sarebbe mai arrivata.

Cosa poteva esserci al mare di tanto forte da farmi provare tutto ciò? Un amore no. Stavo cercando di dimenticarne uno ed era quello il motivo per cui mi ero “inspiegabilmente spenta”. Drogarmi? No, non ne avevo voglia, ho sempre temuto l’idea di perdere i miei neuroni: ci devo lavorare con il cervello!

Cosa dunque? Alcool? Nah, troppo poco trasgressivo, io dovevo sentire di v-i-v-e-r-e!

Ecco che mi passa sotto gli occhi un manifesto che pubblicizzava la nuova struttura per il bungee jumping: l’avevo sempre voluto fare, ma per una cosa o per l’altra non ne avevo mai avuto l’occasione e ora il momento pareva essere arrivato.

Carpe diem. O adesso o mai più. Vivi ogni istante come se fosse l’ultimo. E come si fa? Read the rest of this entry »