A vent’anni dal muro: capitalismo autoritario, utopie democratiche e rivoluzioni a venire
È un luogo comune, 20 anni dopo la caduta del muro di Berlino, sentir descrivere gli eventi di quegli anni come miracolosi, un sogno realizzatosi, qualcosa che nessuno si sarebbe immaginato anche solo un paio di mesi prima. Libere elezioni in Polonia con presidente Lech Walesa: chi avrebbe pensato fosse possibile? Ma un ancor più grande miracolo avvene due anni dopo: libere elezioni democratiche riportarono gli ex comunisti al potere, Walesa fu ridimensionato, divenendo molto meno popolare persino di quel generale Jaruzelski che guidava il regime prima, appunto, della caduta del muro.
Questo capovolgimento viene solitamente spiegato con le aspettative “immature” delle persone, che semplicemente non avrebbero un’idea realistica del capitalismo: volevano avere la loro torta e mangiarsela, volevano la libertà e l’abbondanza materiale della democrazia capitalista senza doversi adattare a vivere in una “società del rischio”, ad esempio senza perdere la sicurezza e la stabilità garantita dal regime comunista.
Nostalgie comuniste
Quando il sogno sublime della “rivoluzione di velluto” è stato infranto dalla realtà della nuova democrazia capitalista, la gente reagì in uno di questi tre modi: con nostalgia per i bei tempi andati del comunismo; abbracciando il nazionalismo populista di destra; con tardive paranoie anti−comuniste. Le prime due reazioni sono facili da capire, e spesso si sovrappongono, come avviene oggi in Russia. Gli stessi conservatori di destra che, decenni fa, urlavano “meglio morto che rosso!”, oggi li si sente spesso mugugnare “meglio rosso che mangiare hamburger”. La nostalgia per il comunismo non dovrebbe essere presa troppo seriamente: lungi dall’esprimere un reale desiderio di tornare a una grigia società socialista, è piuttosto una forma di lutto per prendere commiato dal passato. E il nazionalismo populista, lungi dall’essere una peculiarità dei paesi dell’est, è una caratteristica comune a tutti i paesi catturati nel vortice della globalizzazione.
È molto più interessante la recente resurrezione dell’anticomunismo, dall’Ungheria alla Slovenia. Nell’ottobre 2006 una vasta protesta contro il Partito Socialista al governo paralizzò l’Ungheria per settimane. I manifestanti addossavano la colpa della crisi economica del paese ai suoi leader, i successori dei comunisti. Negarono la legittimità del governo, sebbene si fosse insediato in seguito a elezioni democratiche, e quando venne impiegata la polizia per ristabilire un livello minimo di ordine, paragonarono l’atto all’invasione dell’armata sovietica nel 1956. In breve, si sostenne che la rivoluzione di velluto del 1989 andava riproposta dal momento che, dietro le false apparenze della democrazia, niente era davvero cambiato, gli stessi potentati tenevano ben strette le redini del poteri. Nel dicembre 2006, la Polonia promulgò la cosiddetta “legge di pulizia”, con cui fu impedito l’accesso a cariche pubbliche ai collaboratori della polizia segreta comunista, nonché a chiunque avesse avuto legami con il vecchio regime.
Un altro aspetto del medesimo processo è il definire “partigiani anticomunisti” coloro che collaborarono col nazismo, come avviene nei paesi baltici e in Slovacchia. La loro collaborazione, persino la partecipazione a pogrom antisemiti, viene giustificata come una dura ma necessaria pagina della lotta patriottica contro il comunismo, una sorta di male minore insomma. Nella rivoluzione di velluto ucraina, che portò al governo Viktor Yushchenko, si cantavano le stesse canzoni dei nazionalisti ucraini che collaborarono con la Germania durante l’occupazione.
Nessuna meraviglia, quindi, nel vedere il Parlamento Europeo, su istigazione di alcuni paesi ex−comunisti, approvare una risoluzione che equipara comunismo e nazismo. E nessuna meraviglia se, in Slovenia, la destra populista rimprovera alla sinistra di non essersi sbarazzata del suo passato nel regime comunista. Nuove sfide e problemi vengono così riletti nei termini di vecchie contrapposizioni, giungendo a interpretare la rivendicazione di diritti per gli omosessuali come un complotto comunista per demoralizzare la nazione.
Rifare la rivoluzione
Come e in che modo vengono evocati tali spettri in paesi dove i giovani il comunismo nemmeno se lo ricordano? Gli anticomunisti pongono una semplice domanda: “se il capitalismo è davvero molto meglio del socialismo, perché le nostre vite sono ancora miserabili?”, e offrono una brusca risposta: “perché non abbiamo ancora il capitalismo, non abbiamo ancora una vera democrazia. Gli ex comunisti sono ancora al potere, travestiti da proprietari e manager. Abbiamo bisogno di un altro repulisti, dobbiamo rifare la rivoluzione”. Di fronte a simili argomentazioni, a nulla serve far notare la somiglianza con il modo in cui il vecchio regime comunista scaricava il biasimo per i suoi fallimenti sulla supposta persistente influenza delle “forze del passato”.
Questa nuova generazione di anticomunisti ha un’immagine della società inquietantemente simile a quella che aveva del capitalismo la sinistra tradizionale: una società in cui la democrazia formale altro non è se non una maschera dietro cui si nasconde il potere di una ricca minoranza. In altre parole, gli anti−comunisti non si rendono conto che ciò che denunciano come perverso pseudo−capitalismo è, molto semplicemente, il capitalismo.
Si potrebbe notare che, quando i regimi collassarono, i disillusi ex comunisti, rispetto ai dissidenti populisti, erano meglio attrezzati per guidare la nuova economia capitalista. Mentre gli eroi delle proteste anticomuniste continuarono a indulgere nei sogni di una nuova società basata su giustizia, onestà e solidarietà, gli ex comunisti furono in grado, senza difficoltà, di adattarsi alle nuove regole del gioco. Paradossalmente, dopo la caduta del muro, gli anticomunisti si batterono per l’utopia della vera democrazia, mentre gli ex comunisti si schierarono dalla parte del nuovo, crudele mondo dell’efficienza di mercato, con tutta la sua corruzione e i suoi sporchi trucchi.
L’utopia della fine della storia
Il realismo capitalista è l’unica risposta all’utopia socialista? Ciò che è venuto dopo il collasso dei regimi è l’era del capitalismo maturo, il lasciarsi alle spalle tutte le utopie? E se quest’era si fondasse su una sua specifica utopia? Il novembre del 1989 segnò l’inizio dei “felici anni ‘90”, l’utopia della “fine della storia” descritta da Francis Fukuyama: la democrazia liberale, annunciò, aveva vinto, l’avvento di una comunità mondiale libera era giusto dietro l’angolo, e i rimanenti ostacoli a questo lieto fine erano meramente contingenti. In contrasto, l’11 settembre rappresentò la fine simbolica dei “felici anni ‘90”, segnando l’inizio della presente era, in cui spuntano da tutte le parti nuovi muri: fra Israele e la West Bank, attorno all’Unione Europea, sul confine fra Stati Uniti d’America e Messico, ma anche all’interno dei singoli stati.
Sembra che l’utopia di Fukuyama debba morire due volte: il collasso dell’utopia liberal−democratica l’11 settembre non abbatté anche l’utopia economica del capitalismo di mercato, l’ha fatto nel 2008 la crisi finanziaria. Negli anni ‘90 si credeva che l’umanità avesse finalmente trovato la formula per un ordine socio−economico ottimale. L’esperienza degli ultimi decenni ha mostrato chiaramente che il mercato non è un meccanismo benigno che lavora meglio quando lasciato libero. C’è bisogno di violenza per creare le condizioni necessarie al suo funzionamento. Il modo in cui i fondamentalisti del mercato reagiscono alle ondate di protesta che si sollevano quando le loro idee vengono tradotte in leggi è tipica dei totalitarismi “utopistici”: addossano il fallimento al compromesso, c’è ancora troppo intervento statale, e chiedono un’implementazione ancora più radicale della dottrina di mercato.
Socialismo dal volto umano
Oggi osserviamo l’esplodere del capitalismo in Cina, e ci chiediamo quando diventerà una democrazia. E se ciò non avvenisse mai? E se il suo capitalismo autoritario non fosse meramente la ripetizione del processo di accumulazione del capitale che, in Europa, avvenne dal quindicesimo al diciottesimo secolo, ma un segno del futuro che ci attende? E se “l’insidiosa combinazione della frusta asiatica e del mercato azionario europeo”, l’immagine con cui Trotsky dipinse la Russia degli Zar, si rivelasse economicamente più efficiente del capitalismo liberale? E se mostrasse che la democrazia, per come la intendiamo, non è più la condizione e il motore dello sviluppo economico, bensì il suo ostacolo?
E se è questo il caso, forse la delusione post comunista non dovrebbe essere derubricata a sintomo di aspettative “immature”. Quando la gente nell’Europa dell’Est protestava contro i regimi, la maggior parte di loro non lo faceva invocando il capitalismo. Volevano solidarietà e giustizia, libertà di vivere fuori dal controllo statale, di riunirsi e parlare come desideravano; chiedevano di essere liberati dall’ipocrisia e da un indottrinamento ideologico primitivo. In effetti aspiravano a qualcosa che si potrebbe chiamare “socialismo dal volto umano”. Forse questo sentimento meriterebbe una seconda chance.
Slavoj Žižek
Traduzione di Cesare Del Frate
Pubblicato originariamente su: London Review of Books, vol. 31, n. 22, novembre 2009.







