A cena con Nagarjuna
Nagarjuna, davanti a un piatto di funghi, sfotte il discepolo che gli dà del postmoderno, naturalmente per condurlo verso la saggezza del nulla.
scritto da Antonio Vigilante
Vissuto probabilmente nel secondo secolo dopo Cristo in India, Nagarjuna è senza alcun dubbio il più grande pensatore del buddhismo. Il Tommaso d’Aquino del dharma, si potrebbe dire; con questa differenza, però: che mentre l’Aquinate ha cercato una solida fondazione filosofica per le verità di fede del cristianesimo, Nagarjuna nella sue opere (e principalmente nel suo capolavoro, il Madhyamakakārikā, le Stanze del cammino di mezzo), ricorrendo ad una dialettica raffinatissima, ha demolito una dopo l’altra le concezioni che compongono la visione buddhista: gli aggregati, le nobili verità, il karma, il nibbana, il Buddha stesso. Resta, alla fine, solo śunyātā, la vacuità. La quale, avverte lo stesso Nagarjuna, è cosa assai difficile a maneggiarsi: come un serpente, ti morde se la afferri dalla parte sbagliata. Il pericolo è quello di cadere nell’ucchedvāva, nel puro e semplice nichilismo di chi si limita ad affermare che nulla è. Ancora più grave è il pericolo di spingersi oltre il bene e il male: soprattutto per un interprete occidentale, abituato a fondare l’etica su una visione piena e rassicurante dell’essere.
Come afferrare, dunque, la vacuità? È una di quelle questioni di cui conviene discutere davanti a un bicchiere di vino rosso. E per fortuna il buon Nagarjuna non è tipo da rifiutare un invito a cena.
Che c’è, dunque?
C’è, Maestro, che ho riflettuto.
Bene: ma perché me lo dici con quella faccia?
Perché, Maestro, ho molte perplessità. Dicendo che tutto è vuoto, tu dici tante altre cose, mi accorgo: e non so più se posso seguirti. Se tutto è vuoto, nulla sussiste. Non sussiste il male, né la sua origine, né la sua soluzione. E quindi nemmeno sussiste il bene. E nemmeno il giusto e l’ingiusto. Nulla più si sostiene, tutto va in malora. C’è, Maestro, che tu mi fai il postmoderno.
Non agitarti, e senti piuttosto quanto sono buoni questi funghi.
Tu scherzi, Maestro, ma io tremo.
Ah, male. Il tremore non fa ragionare.
Spiegami, te ne prego.
Vedi questi funghi? Sono buoni (sei sicuro di non volerli assaggiare?). Altri funghi, invece, sono pericolosissimi, addirittura mortali.
Sì.
E queste ostriche… Cosa vogliamo dire di queste ostriche?
Non so, cosa vogliamo dire, Maestro?
Che sono buone anch’esse. Non vuoi assaggiare?
No, Maestro, sono vegetariano. Ma che c’entrano ora le ostriche?
Queste ostriche sono anch’esse tanto buone quanto pericolose.
Va bene, Maestro, ho capito, la nostra tavola è piena di cose buone ma pericolose; lo terrò presente al momento di pagare il conto. Ora mi dici che c’entra?
E che ne so?
Maestro?
Più di ogni cosa però dovresti assaggiare questo vino.
Maestro!
Tu sei il più noioso dei discepoli possibili.
E il più tenace. Dimmi della vacuità.
La vacuità è una cosa tanto buona quanto pericolosa. È buona per i saggi, è pericolosa per gli stupidi.
E io, temendo che sia cosa cattiva, sarei stupido.
Esatto, vedo che in fondo sei un tipo sveglio.
Ma se tutto è vuoto, nulla è pieno. E se nulla è pieno, mi si apre la terra sotto i piedi, Maestro.
Aspetta a sprofondare, ché ancora non hai pagato il conto.
Tu ridi del mio smarrimento.
Di gusto. Ma voglio aiutarti. Quando dico che le cose sono vuote, voglio dire che non esistono per sé. Voglio dire che ogni cosa esiste in quanto esiste altro. Ammettiamo che così non sia, e che ogni cosa esista di per sé. Ammettiamo che questo mondo non sia vuoto.
Ammettiamolo, Maestro.
Bene. Ma se non c’è vuoto, niente appare o scompare. E se niente appare e scompare, non esiste il male né il dolore. Da dove comparirebbe, da dove si produrrebbe? E se il dolore esiste per sé, come lo si può vincere? Non impermanente, permane, in assenza di vuoto.
Sì, Maestro.
E nessuno potrà mai compiere il bene o il male, se tutto è pieno. Come potrebbe prodursi il bene? Da dove nascerebbe il frutto del bene? Da quali rami, da quali radici?
Sì, Maestro.
E cosa potresti tu fare, se fossi pieno, e non vuoto come sei? Da dove nascerebbe l’azione? Verso dove si dirigerebbe l’azione, se tu esistessi per te, pieno e sazio?
Non so, Maestro.
Con questo tuo assurdo dubbio – che il vuoto non sia, e che sia il pieno – tu distruggi l’ordine delle cose, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Che te ne pare?
Assaggerei volentieri, Maestro, un goccio di aglianico.
Per approfondire:
Nagarjuna, Madhyamakakarika, cap. 24, in La rivelazione del Buddha, a cura di Raniero Gnoli, volume secondo: Il Grande veicolo, Mondadori, Milano 2004, pp.634 segg
Il blog di antonio vigilante, minimo karma:
http://minimokarma.blogsome.com/
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