L’Albero della Vita è un salice piangente medusoide col cascame ondeggiante di led luccicosi, e l’ecologismo è una pratica new age molto trendy che promuove l’autostima citando involontariamente Rousseau e Kant, “io amo il verde! E lo urlo gagliardo!”: l’ho scoperto vedendo Avatar e i suoi indigeni-peluche Hello Kitty.

Daniel Lee, Manimals

Daniel Lee, Manimals

di Cesare Del Frate

Il “buon selvaggio” di Rousseau è sbarcato a Hollywood per i provini di Avatar, l’ultima fatica del James Cameron dell’infame Titanic, e gli hanno dato subito un ruolo di primo piano, tutto dipinto e tatuato e pixelato, il volto che sembra la copia in celluloide dei Manimals di Daniel Lee, gli hanno messo il perizoma con cui sballonzolarsi fra le liane e ciak, si gira!

Jean-Jaques Rousseau

Jean-Jaques Rousseau

Rousseau, con nonchalance

Il più grande blockbusterone della storia del cinema inanella così, con nonchalanche, cioè “l’arte di fare una cosa strana come se fosse normalissima per evitare figuracce” (Nonciclopedia), una serie di citazioni filosofiche stravolte, per realizzare una fiaba ecologista coll’happy end che ti fa uscire dal cinema in un brodo di giuggiole, ti autoassolvi da solo sognando di trasferirti su Pandora mentre torni a casa tumulato nel SUV, mica come quando vedi quei filmacci spaventosi e colpevolizzanti di Al Gore o Greenpeace/Beppe Grillo!

Allora, che c’è di “filosofico” in Avatar? Intanto c’è il sublime kantiano, il sentimento di meraviglia e fascinazione, vale a dire sia il sublime dinamico, donato dalla potenza della natura (un vulcano che erutta, il Maelstrom di Poe), sia quello matematico, lo provi scrutando l’immensità: del cielo stellato, dei mari o dei monti. E non scordiamoci che per Kant il sublime non è propriamente, e banalmente, la commozione trasmessa da certi fenomeni e paesaggi, il sublime nasce piuttosto dal gesto riflessivo che porta l’uomo a tornare su se stesso, a pensare che pur davanti a tutto ciò lui non è piccolo e insignificante, è anzi speciale per via del pensiero; il fenomeno potente e immenso non gli è superiore perché solo lui, l’uomo, può pensare, è dotato di anima e intelletto. Sono io che vedo e penso il ciclone, lui non può né vedermi né pensarmi (e gli animali? Kant se ne scorda…): un antropocentrismo di vecchia data che pone l’essere umano al centro dell’universo. Bene, lo stesso vale per Avatar, dove gli indigeni di Pandora urlano all’unisono “cacciamo i cattivoni delle multinazionali, questo pianeta è NOSTRO!”, reclamando per sé il dominio sul creato.

E godendosi la bellezza delle jungla, con annessa e connessa slavina di sublime: mai una volta che camminino tranquilli per un sentiero, appena vedono un precipizio, una montagna volante, una cascata mortale, subito ci si buttano, in un tripudio di acrobazie circo Togni fra liane, rami precari, foglione airbag e abissi vertiginosi, wow!, il sublime matematico e dinamico tutto in un colpo mozzafiato. E che dire della jungla? Colori elettro pop ovunque, una fantasmagoria di lucine e bisbigli e muschio al fosforo bianco e vegetali che fanno i ghirigori e semi che cadono seguendo improbabili traiettorie da grafica vettoriale di un flyer per la nottata brava a Rimini, sembra una pubblicità MTV, ci sono pure gli alberi mocho ondeggianti fra tentaloconi fluorescenti fatti coi led rubati al macchinone trucido dei teppisti di Pimp my ride, che se fai il plug-in con l’extension bio-nervosa puoi sentire le vocine della segreteria telefonica dell’antenato.

Lalieno guerriero Hello Kitty

L'alieno guerriero Hello Kitty

Il sublime secondo Hello Kitty

E non scordiamoci la terza categoria di sublime coniata da Cameron, il sublime Hello Kitty sdolcinato da batticuore forte forte, da emozioncina puccettosa dei draghetti volanti con le ali a elicottere coloratissime anche al buio, che scherzosi e teneri teneri volano intorno a te e all’amata per ammiccare alla vostra felicità. Senza contare che gli alieni stessi sembrano peluche Hello Kitty col faccione glitterato: basta con lo stereotipo dell’omino verde vivisezionato a Roswell, ci piacciono gli stangoni immancabilmente alti, slanciati, magri, col musetto da gattino delle suonerie Nokia e gli occhi grandi, liquidi e innocenti.

Perché la morale della favola di Avatar è assai spicciola, l’ecologismo non è saggezza, intelligenza del mondo, il sublime non kantiano del sentimento di appartenere a qualcosa di più grande, la “carne del mondo”, direbbe Merlau-Ponty, no, è dominio sulle cose e gli animali, mentre nel tempo libero ti trastulli fra la natura selvaggia che è tanto bella e simpatica e da foto ricordo, la catastrofe ambientale ridotta a un problema di verde urbano (quando il protagonista confessa commosso e contrito alla Dea Madre “nel nostro mondo non c’è più verde”).

Manifesto di Avatar

Manifesto di Avatar

Ecologista si, ma non vegetariano!

Qual’è il rito di passaggio che conduce a diventare membri a pieno titolo della tribù? Ovviamente una sfida fallica di sottomissione della natura in cui l’audace accolito dovrà domare e far suo l’uccello da bungee jumping volante, e quando l’ha legato e sconfitto gli dice “sei mio”, tanto per non lasciare ombra di dubbio – nel finale troviamo anche la sfida a chi conquista l’uccello più grosso del mondo. Con gli animali, d’altronde, gli alieni hanno un rapporto così: veneriamo la Dea Madre di cui siam tutti figli, ma non toccatemi la bistecca! E allora eccoli in cacce sfrenate, nonostante vivano nel mezzo di un paradiso ortofrutticolo, massacrano la bestia sacra e mentre lei è lì moribonda, la onorano sussurrandole all’orecchio: “il tuo spirito ora si ricongiungerà alla Dea, ma la tua carne, il tuo cadavere succulento e sanguinolento, rimarrà qui, ce lo mangeremo durante il rave party orgiastico e psicotropo intorno all’Albero della Vita mocho coi led, e diventerai parte del Popolo, slurp, ho già l’acquolina in bocca!”. Ecologista si, ma non vegetariano!

Romanticismo incompreso

Immancabile la storia d’amore: questa volta Cameron ci risparmia gli innamorati crocifissi sulla prua del Titanic, e la scena di sesso in macchina coi vetri appannati dalla lussuria e la mano che splash, ci si spiccica sopra a ventosa e cala giù fremente per l’orgasmo; questa volta invece c’è lui, marines tagliagole convertitosi al downshifting e alla decrescita felice in mezzo alla foresta, che incontra lei, la principessa frigida; dal primo giorno lei lo sfotte, umilia, insulta, lo picchia persino, ma no, niente, lui non vuol capire, pensa sia solo un gioco erotico sadomaso, non comprende i grugniti e le botte della principessa, non intuisce che lei è una lesbica separatista armata di frecce avvelenate ansiosa di accoppiarsi con lui (“ci siamo uniti di fronte alla Dea”) solo per perpetrare la genia delle lesbiche separatiste armate di frecce avvelenate a cavallo di panterone assassine giganti.

La jungla di Avatar

La jungla di Avatar

Madre Natura lost in Las Vegas

Per finire: la morale della favola. Dopo 6 ore di film, una cosa l’hai afferrata: o gli alieni “buoni selvaggi” alla Rousseau, puri e innocenti, kaloskaiagathos, belli fuori e dentro, o i terrestri cattivoni marci e brutti, il capo missione nerd sfigatuccio e il generalissimo sfregiato; o la storiella della Dea Madre coi dragucci Hello Kitty o la tecnocrazia delle ruspone; o l’amore per la natura “abbraccia alberi” o il mondo “senza più verde”. Avatar trasforma l’ecologismo in un sogno new age frikkettone, la natura va difesa perché è bella e ci regala tante emozioni, anche se il cadavere nel piatto ci piace e nessuno lo tocchi, e, last but not least, diventiamo tutti tecnofobi!

Avatar è tutto questo, sarabanda di neon e fosforo bianco, alieni peluche, macchine terminator, sculettamenti in perizoma, Rousseau e Kant clonati e fusi in un unico organismo transgenico, marines tagliagole trasformatisi in antropologi going native, l’etica del bianco o nero e vissero tutti felici e contenti, insomma: l’ecologismo di Madre Natura lost in Las Vegas.

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