Manifesto campagna Press the 8, 2009

Manifesto campagna "Press the 8", 2009

Esiste una qualche relazione tra Ahmadinejad e Berlusconi? Non è forse assurdo confrontare Ahmadinejad con un primo ministro occidentale democraticamente eletto? Sfortunatamente, non lo è: i due sono parte dello stesso processo globale.

Se c’è una persona a cui bisognerebbe costruire un monumento tra un centinaio di anni – come sostenne qualche tempo fa Peter Sloterdijk – questo è Lee Kuan Yew, il leader di Singapore che elaborò e realizzò il “capitalismo dai valori asiatici”.

Il virus del capitalismo autoritario si sta diffondendo in tutto il mondo, con passo lento ma deciso: a partire dalla Cina, dove Deng Xiaoping lodò Singapore come modello che il suo paese avrebbe dovuto seguire.

Fino ad ora, il capitalismo è sempre sembrato inestricabilmente connesso alla democrazia; è vero che ci furono, di volta in volta, episodi di dittatura diretta, ma, dopo un decennio o due, la democrazia riuscì sempre a imporsi di nuovo (in Corea del Sud, per esempio, o in Cile). Ora, tuttavia, il legame fra democrazia e capitalismo si è spezzato.

Questo non significa – inutile dirlo – che dovremmo rinunciare alla democrazia in favore del progresso capitalistico. Piuttosto, dovremmo confrontarci con i limiti della democrazia rappresentativa parlamentare.

Il giornalista americano Walter Lippman coniò il termine di “fabbricazione del consenso”, reso famoso più tardi da Chomsky. Al contrario del filosofo, Lippman attribuì a questo fenomeno un senso positivo. Anche lui, come Platone, considerava il pubblico come un gigantesco animale selvatico o un gregge imbambolato, impigliato nel “chaos delle opinioni locali”. Il gregge, scrisse in L’Opinione Pubblica (1922), deve essere governato da una “classe specializzata i cui interessi personali superano la località”: un elite che agisce per eludere il difetto primario della democrazia, ovvero la sua incapacità di realizzare l’ideale del “cittadino onnicompetente”. Non è un mistero che quanto Lippman andava affermando si manifesta in tutta la sua verità; l’enigma, piuttosto, è che, pur sapendolo, continuiamo a giocare questo gioco. Agiamo come se fossimo liberi, accettando e anche pretendendo che un’ingiunzione invisibile ci dica quello che dobbiamo fare e pensare.

In democrazia, il cittadino ordinario è effettivamente sovrano. Ma è un sovrano della democrazia costituzionale, le cui decisioni sono meramente formali e la cui funzioni è di firmare misure proposte dall’esecutivo.

Il problema della legittimità democratica è analogo al problema della democrazia costituzionale: come proteggere la dignità del re? Come far sembrare che il re effettivamente decide, quando tutti noi sappiamo che non è vero? Ciò che noi chiamiamo “crisi della democrazia” è allora quello che accade non quando le persone smettono di credere nei loro propri poteri ma, al contrario, quando smettono di fidarsi delle elite, quando percepiscono che il trono è vuoto, che la decisione adesso è loro? Le “libere elezioni” implicano almeno una minima esibizione di gentilezza, che richiede a coloro che stanno al potere di far finta di non detenere il potere e di chiedere ai cittadini di decidere liberamente se vogliano garantirglielo.

Alan Badiou ha proposto una distinzione tra due tipi (o piuttosto, livelli) di corruzione in democrazia: il primo, la corruzione empirica, è ciò che noi di solito intendiamo con questo termine, mentre il secondo riguarda la forma della democrazia per se e il modo in cui essa riduce la politica a una negoziazione di interessi privati.

La distinzione risulta visibile nel caso (raro) di un politico “democratico” onesto che, mentre combatte la corruzione empirica, al contempo spalleggia lo spazio formale della corruzione del secondo tipo.

(C’è, ovviamente, anche il caso opposto del politico empiricamente corrotto che agisce per ordine della dittatura della Virtù.)

Vignetta del fumetto Persepolis

Vignetta del fumetto Persepolis

“Se democrazia significa rappresentazione”, scrive Badiou in Sarkozy, “è prima di tutto la rappresentazione del sistema generale dal quale nascono le sue forme. In altre parole: la democrazia elettorale è rappresentativa solo in quanto è la prima rappresentazione consensuale del capitalismo, o di ciò che oggi è stato soprannominato ‘market economy’. Questa è la sua implicita corruzione”. A livello empirico, la democrazia liberale multi-partitica “rappresenta” –  riflette, registra, misura – la dispersione quantitativa delle opinioni della gente, di ciò che loro pensano sui programmi proposti dai partiti e sui loro candidati, etc.

In un senso più radicale, “trascendentale”, la democrazia liberale multipartitica rappresenta – ne è la concreta istanza – una certa visione della società, della politica e del ruolo dell’individuo al suo interno. La democrazia liberale multipartitica rappresenta una precisa visione della vita sociale nella quale la società è organizzata in modo tale che i partiti partecipano alla competizione elettorale per ottenere il controllo sugli apparati legislativi e esecutivi dello stato.

Questa cornice trascendentale non è mai neutrale – privilegia certi valori e pratiche – e questo diventa palpabile in momenti di crisi o indifferenza, quando noi sperimentiamo l’incapacità del sistema democratico di registrare ciò che le persone vogliono o pensano. Nelle elezioni britanniche del 2005, per esempio, nonostante l’impopolarità crescente di Tony Blair, la disaffezione non trovò alcuna forma di espressione politica.

Vignetta del fumetto Persepolis

Vignetta del fumetto Persepolis

Allora, qualcosa ovviamente andò storto: a frenare le persone dall’agire non fu tanto il non sapere cosa volevano, ma piuttosto il cinismo o la rassegnazione.

Non si vuole certo dire che le elezioni democratiche dovrebbero essere disprezzate; voglio insistere sul fatto che non sono questi gli indicatori dello stato delle cose reale; di regola, esse tendono a riflettere la doxa predominante. Prendiamo un esempio indiscutibile: la Francia nel 1940. Anche Jacques Duclos, il numero due del Partito Comunista francese, ammise che, se in quel momento si fossero tenute libere elezioni in Francia, il maresciallo Petain avrebbe vinto con il 90% dei voti. Quando De Gaulle rifiutò di riconoscere la capitolazione della Francia e continuò la resistenza,  si presentò come unico e legittimo rappresentante della Francia. Al contrario del regime di Vichy, De Gaulle sosteneva di parlare in nome della vera Francia (non, notate bene, “in nome della maggioranza dei francesi”). La sua rivendicazione di verità non aveva alcuna legittimità democratica ed era chiaramente opposta all’opinione della maggioranza dei francesi.

Ci possono tuttavia essere elezioni democratiche che contengono un momento di verità: elezioni nelle quali la maggioranza abbandona l’inerzia scettica e cinica e momentaneamente si risveglia e vota contro l’opinione egemonica; tuttavia, tali elezioni sono così eccezionali che non possono essere considerate mezzo di verità in quanto tali.

E’ l’autentico potenziale democratico che sta perdendo terreno con il crescere del capitalismo autoritario, i cui tentacoli si stanno facendo sempre più vicini all’Occidente.

Questo cambiamento avviene nel rispetto dei valori del paese: il capitalismo di Putin con “i valori russi”(il brutale dispiegamento del potere), il capitalismo di Berlusconi con i “valori italiani” (i comportamenti istrionici). Sia Putin che Berlusconi governano in democrazie che sono state gradualmente ridotte a un guscio vuoto, e, nonostante il rapido peggioramento della situazione economica, godono entrambi del supporto popolare (più di due terzi dell’elettorato). Non ci meraviglia che i due siano amici: ognuno di loro ha l’abitudine a esplosioni spontanee (che, nel caso di Putin, sono preparati in anticipo in conformità con il “carattere nazionale” russo).

Di volta in volta, Putin ama usare espressioni scurrili o emettere minacce oscene. Quando, un paio di anni fa, un giornalista occidentale gli fece una domanda scomoda sulla Cecenia, Putin lo aggredì dicendogli che se non era ancora circonciso, allora era cordialmente invitato a Mosca, dove un  eccellente chirurgo gli avrebbe inferto incisioni più “accurate” del solito.

Gaguro, Silviusberluscaesar, 2009

Gaguro, Silviusberluscaesar, 2009

Berlusconi è una figura emblematica, e l’Italia un laboratorio sperimentale dove si elabora il nostro futuro. Se la nostra scelta politica è tra la tecnocrazia permissiva – liberale e il populismo fondamentalista, il più grande risultato di Berlusconi è stato quello di aver coniugato entrambe le opzioni, incarnandole entrambe.

E’ discutibile se sia questa combinazione a renderlo imbattibile, almeno nell’immediato futuro: i resti della “sinistra” sono rassegnati a lui come proprio destino.

Questo, forse, è l’aspetto più triste dell’impero: la sua è una democrazia dei vincitori di default, che governano grazie alla demoralizzazione cinica dell’avversario.

Berlusconi agisce sempre più svergognatamente: non solo ignorando o neutralizzando le indagini legali negli interessi dei suoi affari privati, ma comportandosi in modo tale da minacciare la dignità della sua carica istituzionale.

La dignità della politica classica discende dalla capacità di elevarsi sopra il gioco degli interessi particolari della società civile: la politica è alienata dalla società civile, presenta se stessa come la sfera ideale del citoyen in contrasto con il conflitto degli interessi egoistici che caratterizzano il burgeois. Berlusconi ha efficacemente abolito questa alienazione: nell’Italia di oggi, il burgeois esercita il potere politica, trasformato in mezzo per proteggere interessi economici, e sfoggia sfoggia la sua vita privata come un partecipante ad un talk show.

L’ultimo tragico presidente statunitense fu Richard Nixon: lui era un truffatore, ma un truffatore che rimase vittima dello scarto tra gli ideali e le ambizioni personali da una parte e la realtà politica dall’altra. Con Ronald Reagan (and Carlos Menem in Argentina), sul palcoscenico salì una figura diversa e indifferente a ogni critica fattuale (ricordate come la popolarità di Reagan cresceva dopo ogni apparizione pubblica, quando i giornalisti elencavano i suoi errori). E’ il tipo di leader che confonde le uscite spontanee con la manipolazione spietata.

La scommessa celata dietro le volgarità di Berlusconi è che le persone si identifichino con lui come incarnazione dell’immagine mitica dell’italiano medio: Sono uno di te, un po’ corrotto, con problemi con la legge, con problemi con mia moglie perché sono attratto da altre donne.

Anche la sua grandiosa messa in atto del ruolo di nobile politico, il cavaliere, non è nient’altro che il sogno di grandezza di un pover’uomo da opera.

Non facciamoci ingannare: dietro la maschera da clown c’è un potere statale che funziona con un’efficacia spietata. Forse stiamo già facendo il suo gioco ridendo di lui.

Tuttavia, l’unione di amministrazione economica tecnocratica combinata e facciata buffonesca non basta.  E’ necessario qualcos’altro: la paura, campo in cui entra in gioco il dragone bicefalo di Berlusconi, gli immigrati e i comunisti (il nome generico che Berlusconi da a chiunque l’attacchi, compreso l’Economist).

Kung fu Panda, il cartone di successo del 2008, ci fornisce le coordinate di base per comprendere la situazione ideologica che ho descritto. Il grasso panda sogna di diventare un guerriero kung fu. Egli viene scelto, per un puro caso (dietro il quale si nasconde la mano del destino), come l’eroe che salverà la sua città, e ci riesce.

Ma la spiritualità pseudo-orientale del film è costantemente minata dallo humour cinico. Ciò che sorprende del film è che la continua autoironia non lo rende meno spirituale: nel finale, il film prende sul serio il bersaglio dei suoi scherzi senza fine. Un famoso aneddoto su Niels Bohr illustra la stessa idea. Sorpreso di vedere un ferro di cavallo sopra la porta della casa di campagna di Bohr, uno scienziato, suo ospite, gli disse di non credere che i ferri di cavallo riuscissero a tenere gli spiriti maligni fuori dalla casa. A ciò Bohr rispose: “Neanch’io ci credo; l’ho appeso lì perché mi hanno detto che funziona anche senza credere nei suoi poteri”.

Ecco come funziona l’ideologia oggi: nessuno prende sul serio la democrazia o la giustizia, siamo tutti consapevoli che sono due ambiti corrotti, ma li pratichiamo ugualmente perché riteniamo che funzionino anche senza crederci.

Berlusconi è il nostro Kung Fu Panda. O, per dirla con i fratelli Marx, “quest’uomo può sembrare un idiota corrotto e può agire come un idiota corrotto, ma non farti ingannare – lui è un idiota corrotto”.

Slavoj Žižek

tratto da: Berlusconi in Teheran – London Review of Books

traduzione di: Francesca Bigi

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