estetica e arte
Fra sublime e terrore: filosofia dell’horror
17 feb
Il sublime di Burke per capire Cthulhu, il sentimento cosmico di Lovercraft, l’abbandonarsi alla precarietà ontologica.
di Cesare Del Frate
De profundis: la religione senza fede di Oscar Wilde
16 feb
La felicità che nasce dalla sofferenza e l’artista che imita Cristo: “Tutto, per essere vero, deve diventare religione”.
di Simon Critchley
Baudrillard a Dinsey World
14 feb
Il virtuale che cannibalizza il reale: come siamo diventati prigionieri nel sogno di universi sintetici sognato da Walt Disney crioibernato.
di Jean Baudrillard
La fotografia che onora la realtà
14 gen

Fabio Lana, senza titolo, 2008
Appunto filosofico a margine di un’arte viva:
“In principio era il verbo!”: son già bell’e fermo! Chi mi aiuta a proseguire? È impossibile ch’io stimi la parola in modo così alto. Devo tradurre altrimenti (Goethe, Faust). Concetto chiave.
Il fotografo, nell’epoca del fotoritocco, si spoglia del connotato di testimone e si misura con la traduzione: si smarrisce nel reale e, tornato da questo viaggio, ci mostra lo scheletro di una realtà a cui siamo soliti credere un po’ troppo in fretta.
Premessa
Per diversi motivi scrivere di fotografia è un esercizio contraddittorio, quando non solamente ridondante. Primo fra tutti: la fotografia non ci chiede affatto di parlare. Tuttavia mi propongo di riflettere per un attimo sulla fruizione della fotografia nell’epoca del fotoritocco, conscio dell’alienazione che mi contraddistingue in quanto uomo legato al suo linguaggio del pensiero, essenzialmente inferiore al linguaggio dell’arte.
Fabio Lana, senza titolo, 2008
Appunti
- La fotografia è sempre un “già-scritto” e non chiede altro, un enigma che non vuole essere risolto, bensì contemplato.
- La fotografia è un esempio di forza che richiede contemplazione non nel mero senso di un visionare, quanto piuttosto di un predisporsi verso di essa facendo pulizia dagli equivoci del nostro intelletto lineare.
- L’immagine fotografica non richiede un’interpretazione descrittiva, bensì di “contemplare” la sua energia nel senso di concepire. Dopo lo sforzo del fotografo, anche il fruitore deve vivere in sé un concepimento. Si verifica una doppia nascita.
- Se per ogni “concepimento” il presupposto base è il tempo di “gestazione”, è vero che il rapporto fra foto e tempo è talmente denso che un aiuto determinante ci proviene proprio dall’immagine. Sin da antichissimi spunti platonici l’immagine in quanto enigma si fa avanti: siamo di fronte all’immagine di un esser-stato? Di un perduto? Perché questo perduto lascia traccia? Possiamo sfogliare pagine e pagine del Teeteto e del Sofista, immergendoci nell’orda di dubbi sull’eikòn. Possiamo convivere con le pressioni platoniche sino all’infinito, sull’eikòn, ma fino alla fine ci rimarrà questo fardello: l’immagine è presenza dell’assente, messa in scena di un passato che non ne vuole sapere di tacere, pur tacendo. L’immensità della fotografia sta nella capacità di scardinare il tempo svolgendone ogni nervatura in una sola opera.
- Se il tempo potesse manifestarsi una volta per tutte solo in un atomo, saremmo probabilmente di fronte a qualcosa di molto simile a una fotografia (aspetto che la rende vicina alla nota musicale); “bisogna smettere di chiedersi se un racconto somigli a un fatto”, dice Ricoeur nel primo capitolo di Ricordare dimenticare perdonare; per poi precisare come “casomai si può dire che il testimone ci ha fatto assistere al fatto raccontato”. A buona ragione dice: “suggerisco che il ritratto è immagine solo in seconda battuta, in virtù del movimento attraverso cui pone in immagine il proprio slancio di fedeltà al modello”, ma nell’epoca del fotoritocco e della disponibilità del reale come ricettacolo, per il bravo fotografo, ove usufruire delle forme “scheletriche” della realtà e dei suoi tempi, quello “slancio di fedeltà” non trova senso se non dopo una radicata infedeltà.
- Il fotografo contemporaneo vuole tradurre, alla maniera, verosimilmente, del demiurgo di Platone, senza il quale “é impossibile che ogni cosa abbia nascimento” (Timeo, 28c).
- Proprio per la sua infedeltà al tempo e soprattutto al presente, la fotografia nell’epoca del fotoritocco è l’opera più fedele al tempo stesso: il tempo nel suo divenire è contraddizione, quindi l’ipostasi dell’immagine da ri-toccare sublima il reale a un grado di dignità talmente maggiore al semplice manifestarsi del reale, da onorare la realtà, così come il profeta solo voltando le spalle a Dio e volgendosi agli uomini può vivere, nella sua presa di coscienza universale, la più grande complicità con il divino, onorando l’esperienza terrestre. Da “onor del vero” a onor del reale, questo l’itinerario.

Fabio Lana, senza titolo, 2008
- Il nuovo fotografo non è più interessato alla semplice testimonianza, non è il reale in quanto “colto” come cifra del Vero, il suo interesse; il fotografo contemporaneo è affascinato dal Possibile, non è più apostolo di una verità rivelata ma profeta silente di meandri metafisici da tradurre.
- Iperpotenziamento del presente.
- Tempo e realtà vengono uniti da un legame che il vissuto quotidiano non porta mai a coscienza: la fotografia ritoccata ha grandi similitudini con il concetto di “punto del cerchio” –
allora così come il punto del cerchio rappresenta l’identità con qualsiasi altro punto, la foto rappresenta l’identità con ogni mutare dell’apparire nella realtà, che è eterna e fissa al di là della nostra coscienza separatrice.
Simonfrancesco Di Rupo
foto di Fabio Lana, http://www.fabiolana.com/



