Montecarlo: la città che non esiste

di Cesare Del Frate

Gare de Monaco

Mi inerpico su per 3 rampe di scale mobili, prendo l’ascensore, percorro gelidi corridoi e passerelle, alla fine ci manca solo il teletrasporto: tanto ci vuole per emergere dalla stazione ferroviaria del Principato di Monaco, ficcata nelle viscere del monte secondo un’idea claustrofobico-paranoica di mobilità, ed eccomi a Montecarlo, cioè la città che non esiste.

Sì, perché volevo farmi due passi mentre aspettavo la coincidenza per Ventimiglia, e allora, finalmente all’aria aperta, mi respiro per bene lo smog del traffico stile Los Angeles, e mi incammino… Dove?

La città non c’è: ci sono stradoni amplissimi con marciapiedi assassini, niente piazze o spazi per le persone, solo macchine. In fondo vedo Monaco, il nucleo originario sull’isoletta, sembra l’unico luogo umano, ma come raggiungerlo? Prendo un’ascensore, le targhe indicano mirabolanti negozi, centri benessere e giardini giusto al piano di sotto, ma niente, scendo ed è tutto chiuso, solo vetrine fantasma. Risalgo e prendo una passerella, guardo giù e c’è un burrone con un giardinetto, due disperati che fanno avanti e indietro come anime perse: come ci sono arrivati? Svolto a destra, ancora stradone e ferrari, c’è un palazzetto liberty molto carino, con gli stucchi e il cancello in ferro battuto: l’ingresso ha 5 eleganti gradini che finiscono dritti sull’asfalto in mezzo alle automobili, la contessa impellicciata l’hanno stirata sotto la prima volta che si è azzardata a uscire col chihuahua. Provo una traversa, e raggiungo un grattacielo dormitorio stile spaccanapoli. Inizio a roteare su me stesso, in un’allucinazione di smog, ombrelloni da spiaggia su terrazze di formicai di cemento, yatch, mi arrendo e ubriaco mi rificco giù giù per le scale mobili, i corridoi, gli ascensori, le passerelle e il teletrasporto fino ai binari della stazione bunker.

Grattacielo in tipico stile montecarlo-spaccanapoli

Montecarlo non esiste: non è (più) una città, quanto un groviglio di strade ipertrafficate e ferri da stiro ormeggiati, cioè l’incubo del turbocapitalismo postmoderno. Ogni angolo stravolto dalle speculazioni edilizie, gli edifici antichi abbattuti per far spazio a orribili palazzacci peggio del Bronx, venduti ovviamente a peso d’oro, perché ormai il profilo paesaggistico è talmente deturpato da materializzare una bruttezza ossessiva e opprimente. Non esiste nessuno spazio pubblico di socializzazione o incontro, tranne quelli predisposti a fini commerciali: i due casinò, uno per ricchi e l’altro per straccioni, e il centro commerciale. Nonostante l’estetica dominante, cioè quella pacchiana da riccone burino, Montecarlo conserva, almeno sulle riviste patinate, il glamour di città alla moda e internazionale. Evidentemente l’ostentazione del lusso, ciò che i sociologi chiamano “consumo vistoso”, è diventato fine a se stesso, completamente autoreferenziale come nei giochi di specchi del casinò. Ecco quindi il neoliberismo selvaggio: speculazione edilizia e finanziaria, disintegrazione di ogni luogo pubblico (fisico, mentale o sociale), la celebrazione pantagruelica del denaro. E la città scompare.

Vuoi conoscere te stesso? Guardati allo specchio!

di Francesca Rigotti

Lo specchio è un artefatto. Non è generato da un suo simile ma è prodotto da materia preesistente, metallo e vetro, manipolata per adempiere al compito degli specchi, che poi è anche la loro definizione, ovvero rispecchiare, riflettere. Oltre allo specchio artefatto, prodotto dall’azione e dall’intenzione di qualcuno, c’è però anche lo specchio naturale, la superficie liquida, prima di tutto l’acqua, che può riflettere le immagini con grandissima precisione.

Khristian Mendoza, Transparency, 2009.

Ben lo sapeva il giovinetto Narciso, il cui mito, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi,  ci viene subito alla mente se pensiamo all’azione di specchiarsi nell’acqua e alle sue, per Narciso, terribili conseguenze. Tutti conoscono la storia di Narciso. Forse non tutti sanno però che il suo destino equoreo era in qualche modo predestinato dalla natura dei suoi genitori, un fiume (il Cefíso) e una ninfa acquatica, la cerulea Liríope (dagli occhi sfacciati, da lirós, sfacciato, e ops, opós, occhio). Occhi sfacciati che la madre trasmise in eredità al figlio, il quale li usò in maniera sfacciata, per innamorarsi cioè della sua immagine riflessa nell’acqua di una fonte. Eppure l’indovino, il cieco Tiresia, interrogato dalla madre se Narciso sarebbe giunto a vedere una lunga vecchiaia, l’aveva avvertita. Ci arriverà, aveva risposto, «se non conoscerà se stesso» (si se non noverit, v. 348).

L’episodio di Narciso ben mostra la densità di senso e di pensiero della cosa-specchio. Così densa e pregnante da aver consegnato al linguaggio della filosofia alcune delle sue parole più significative: speculare/speculazione, riflettere/riflessione, ovvero il tornare a se stesso del pensiero dopo che si è posato su cose e su concetti e idee di cose. Read the rest of this entry »

Venere e Marte

Venere e Marte legati da Amore, Veronese

All’inizio della sua storia, il Pantheon era statp consacrato a tutti gli dei, e tra tutti gli dei, Venere e Marte erano il re e la regina.

Venere-Afrodite, la dea dell’amore, nata dal contatto tra le onde e i testicoli recisi di Urano che caddero nel mare: una nascita di sangue e acqua marina. Venere l’urania, protettrice dei giardini, dell’amore, della fecondità, dei figli, delle vigne, del mare tranquillo, del desiderio. Fu sposa di Vulcano, lo zoppo, ma il suo vero amore, fu Marte.

Marte o Ares, il dio della guerra, protettore della primavera e della giovninezza. Due forze contrastanti e complementari: “Come in amore, così in guerra”. Dagli amplessi di Venere e Marte, com’è giusto, del tutto ragionevole se ci pensi, nacquero cinque figli, cinque come le dita di una mano o di un piede, cinque come i sensi: Amore, Antero (cioè l’altro, l’opposto, l’Ombra), poi Paura, Terrore e Armonia. Non ti sembra che siano proprio queste le declinazioni possibili dell’incontro tra un uomo e una donna?

tratto da: Simona Vinci, Stanza 411, Einaudi, Torino, 2006.

Rio de Janeiro: rovine moderniste e narrazioni nazionali

di Beatriz Jaguaribe

Metropolitan Cathedral, Rio de Janeiro

Un tratto persistente delle strategie urbane di modernizzazione di Rio de Janeiro fu l’ossessiva promozione del nuovo. Il miraggio più affascinante della modernità favorì un’architettura eclettica nella Rio della Belle Époque: la stilizzazione di ornamenti che richiamavano il passato fu impiegata non per manifestare, all’interno della tetraggine moderna, la nostalgia per l’opulenza di altre epoche, ma perché rappresentavano l’ultima moda venuta dalla Francia. Fra fine Ottocento e inizio Novecento lo sforzo degli urbanisti per trasformare Rio de Janeiro in una Parigi tropicale diedero vita a un vasto assortimento di muse in marmo, vetrate colorate raffiguranti paesaggi europei, gargoyle, e varie altre imitazioni di decorazioni parigine.

Collocate nel mezzo della vegetazione tropicale e nel clima torrido della città, queste imitazioni, spesso realizzate con materiali scadenti, si deteriorarono velocemente, offrendo quello spettacolo che l’antropologo Claude Lévi-Strauss sintetizzò nella celebre definizione:

I tropici sono, più  che esotici, démodés.

Vestite con cashmere inglese o avvolte in sete e corsetti, le elite locali cercarono di fare, nonostante fosse coperto di sudore, buon viso a cattivo gioco, parodiando lo slogan “Rio si sta civilizzando”.

L’architettura moderna brasiliana cercò di superare l’eredità multiculturale non tramite un suo incorporamento nel folklore, ma grazie all’evocazione di forme atemporali e universali. L’architettura modernista internazionale non si impegnava tanto nella monumentalizzazione del passato, quanto in quella di un futuro già contenuto nella progettazione e nella morfologia degli edifici. Il “nuovo” avrebbe dovuto sfuggire alla temporalità della storia, e ribellandosi all’inevitabile invecchiamento rifiutava di immaginarsi come futura rovina. In quanto monumento alla creazione del “nuovo”, l’architettura modernista, per sfuggire alla rivincita del tempo, avrebbe dovuto congelarsi miticamente in un presente immobile. Read the rest of this entry »