etica
Un pò di femminismo non guasta mai
9 mar
Il gene del ferro da stiro, gli strip tease manieristici, l’8 marzo trasformato nella festa del chirurgo plastico e dell’erotismo a buon mercato.
di Martina Pasotti
Come ogni anno, inesorabilmente, ecco apparire l’otto marzo tra le pagine dei calendari: le porte del trash si spalancano e un’orda di donne assatanate, anche solo per gioco, riempie i locali di ogni genere, organizzati per l’occasione, cioè trasudanti erotismo alla mimosa. Questa ritualità ormai diventata consuetudine rievoca l’immagine, poco poetica, di una gabbia da circo che si apre: l’otto marzo è la liberazione della donna, si ode nel sottobosco cittadino, una liberazione dai lacci dei mille doveri socialmente sanciti. Per le strade è un tripudio di tacchi dodici e profumi assortiti: la follia dell’otto marzo non conosce anagrafe, rango o posizione sociale; dalla ragazzina alla manager, passando per la casalinga di provincia, le puoi vedere tutte lì, attrici di un divertimento forzato trasfigurate dalla solennità della festa.
L’otto marzo è la data della resa momentanea: il gentil sesso dimentica invidie e rancori e si riscopre unito in un senso di sorellanza che ha nella contrapposizione agli uomini la propria essenza; la guerra dei sessi apre le danze a suon di slogan inflazionati e svuotati di significato in nome di un “femminismo,” o pseudo tale, che si manifesta unicamente in questa data. Continua >
I bottoni di Lou Andreas Salomé
7 mar
di Cesare Del Frate
Il più antico ricordo di Lou Andreas Salomé, l’eccentrica intellettuale che si legò a personaggi come Freud, Nietzsche e Jung, è l’immagine della cassetta dei bottoni: una memoria in cui si confondono i confini fra biografia, immaginazione, affetto:
Il mio primissimo ricordo riguarda dei bottoni. Stavo seduta su un tappeto di fiori, davanti a me una cassetta marrone aperta, dove, quando ero stata molto buona o la mia vecchia governante non aveva tempo per me, potevo rovistare tra bottoni di vetro, d’osso, variopinti, dalle forme fantastiche. La cassetta dei bottoni si chiamava la cassetta delle meraviglie, dapprima in senso ingenuo, più tardi ironicamente; e all’inizio rappresentò davvero per me il miracoloso, poi – forse perché mi insegnarono le parole relative – ammirai nei bottoni altrettanti zaffiri, rubini, smeraldi, diamanti e altre pietre preziose, per cui la parola russa per “gioielli”, “jemtschung”, conserva per me ancora oggi un suono ricco di memorie. I gioielli-bottoni restarono per lungo tempo la quintessenza di ciò che, considerato prezioso, non viene dato via ma raccolto (e in effetti i bottoni di moda allora, piuttosto costosi, venivano conservati dopo che il vestito si era consumato).
I bottoni si trasfigurano in pietre preziose, zaffiri e diamanti: ciò che qui conta non è tanto il valore materiale, ma il loro farsi simbolo di ciò che c’è di più prezioso, la relazione stessa. Cioè l’affetto e la cura dell’altro per me (e viceversa), in quel periodo della vita, quando siamo bambini, in cui così tanto siamo dipendenti e bisognosi. Si tratta di ciò che “non viene dato via ma raccolto”, preservato e custodito in quella cassetta che è l’inconscio “ricco di memorie”. Quei bottoni che raccontano la relazione sono frammenti, metonimie, della madre e della balia:
I bottoni significavano parti inalienabili, in un certo senso frammenti di mia madre stessa (del suo vestito, cioè, con i cui bottoni potevo giocherellare standole in grembo), o forse della balia (a me affezionata) al cui petto, dietro l’abito aperto, conobbi nella pratica il primo rubino.
Seduta in grembo alla madre, lì raccolta e protetta, Lou Andreas gioca coi bottoni, infila le dita fra le asole e i fili, accarezza le rotondità e la freddezza dei materiali, osserva il luccicare degli smalti. Il bottone, oggetto interstiziale che ricollega parti distinte, si insinua nell’asola, a sua volta collegato e trattenuto dai fili che lo intrecciano al tessuto: quale miglior metafora del rapporto stesso? Dell’altro che ci viene incontro, e a cui andiamo incontro come il bottone che si adatta all’asola?
Approfondire:
Lou Andreas Salomé, Il tipo femmina, in Riflessioni sull’amore, Editori Riuniti, Roma, 1985.
Lavare i piatti: l’etica del dono
1 mar
Come sopravvivere al menage familiare: la coppia-totem, la moglie che cucina il cane del consorte, il debito reciproco come forma matura d’amore.
di Cesare Del Frate
Il contadino, primo legislatore: il Nomos della Terra di Carl Schmitt
22 feb
La misura della terra, il lavoro dei campi, la partizione dei pascoli e delle case, le forme di radicamento dell’uomo e l’inaugurazione dello spazio della politica.
di Camilla Narboni




