Filosofia dello scandalo
Nell’informazione-conformazione attuale il nostro nuovo problema non dev’essere più solo “cosa è male”, “perché è male”, ma anche e soprattutto, per potersi meglio porre queste domande: “quanto e quale male mi attrae e di quanta cieca potenza sono fatte le mie eccitazioni, dato che quest’evento mi interessa più di un altro e dopo questo ne vorrò un altro ancora?”.
di Simonfrancesco Di Rupo
Sugli effetti dei media sulla vita dell’uomo, da Marshall McLuhan a Jean Baudrillard, si è scritto molto e pensato ancor più, ma la mole critica verso questo nostro nuovo grande habitat umano non ha mai avuto lo stesso successo del suo oggetto di critica. Le Tv sono accese e i libri sono chiusi per la maggiore parte di uomini che, una volta suonata la sirena della fabbrica o girata la chiave dell’ufficio, (ri)entrano puntualmente nella società in pantofole e si producono nel “monologo collettivo” di cui parla Günther Anders, dove anche i desideri vengono prodotti al pari di ciò che può soddisfarli.
È per questo che chi ne scrive ancora deve avere la modestia e la lucidità di sapersi come l’“eterno secondo”. Ciò non toglie che, se il filosofo non può prevenire, ha pur sempre l’obbligo di fare prognosi, nella speranza che dall’obitorio della civiltà le nuove generazioni traggano qualche coordinata, così che non conti più essere secondo o primo, ma in continua staffetta.
L’occasione che questo articolo vuole cogliere, dopo tale premessa, riguarda la possibilità di riflettere su un problema sul quale chi scrive ha diversi dubbi: nell’epoca della sovraesposizione degli scandali per via televisiva, quanto di questi coglie, e come, lo spettatore odierno? Read the rest of this entry »







Facebook
Twitter
FriendFeed