Filosofia dell’emergenza

di Brian Massumi

Nel suo discorso del dopo Katrina, Bush rafforzò l’analogia fra guerra e clima mentre, allo stempo tempo, ne spezzava la simmetria:

In un tempo di minacce terroristiche e armi di distruzione di massa, il pericolo per i nostri cittadini è molto più esteso di quello di un’alluvione.

Il modello della minaccia generica è di stampo militare. Una minaccia indistinta, diffusa, sempre potenziale. Persino grandi devastazioni ambientali potrebbero essere effetto di un intervento nemico. Gli incendi sviluppatesi in Grecia nell’estate 2007 attirarono l’attenzione dell’antiterrorismo, perché non era chiaro se i fuochi fossero stati appiccati intenzionalmente oppure no.

L’incertezza sicuramente rappresenta una minaccia: in una crisi ambientale, il pericolo è endemico e i rischi sono ovunque. Di conseguenza, si invoca una capacità di risposta immediata da parte dell’esercito. Lo stato di continuo preallarme e la potenzialità d’intervento istantaneo dell’esercito divengono così il modello che arriva a inglobare le agenzie civili nella logica militare. La vita civile ricade all’interno di un continuum con la guerra, e ogni settore che ospiti rischi potenzialmente disgreganti il normale ritmo della vita viene in ugual modo inglobato. La sfera civile, da opposta a quella militare, muta in paramilitare.

Che l’amministrazione Obama si sarebbe dimostrata riluttante o incapace di ribaltare questo confodersi di sfere, lo si è capito prima ancora che il Presidente si insediasse, quando fu annunciato il nuovo team per la sicurezza nazionale:

In questo mondo incerto, la guerra al terrorismo richiede un’intelligente integrazione fra vari poteri e agenzie, consentendo l’intervento immediato in ogni potenziale catastrofe, abbia questa cause naturali o umane.

In tale concezione, l’intero sistema della vita appare come un ambiente a rischio, composto di sottosistemi che non solo sono complessi al loro interno, ma anche intricatamente connessi gli uni agli altri, tutti suscettibili all’irrompere di elementi distruttivi in grado di auto espandersi. L’emergenza in un sottosistema può così propagarsi negli altri, con effetti cascata, fino, al limite, a raggiungere una scala planetaria. Diventa allora oggetto di preoccupazione crescente l’interrelazione fra i vari sistemi: il clima, l’approvigionamento alimentare, l’energia, la società, i governi nazionali, gli ordinamenti legali e gli apparati militari. La gestione delle minacce segue i medesimi principi operativi militarizzati sia per i fenomeni naturali che per quelli umani: non è solo un’affermazione filosofica, ma addirittura giornalistica. Prendiamo “Newsweek”, che il 30 Aprile 2009, nell’articolo Disease and terror, scrive:

Le somiglianze fra l’influenza aviaria e il terrorismo biologico non sono frutto di mera coincidenza. In anni recenti il mondo è cambiato in modi che hanno reso le minacce naturali e quelle umane sempre più simili. Il punto centrale è il vivere in un mondo sempre più interconnesso: le malattie, se non prevenute, possono espandersi a velocità prima inimmaginabili. Parimenti, è difficile sovrastimare il pericolo del bioterrorismo: è virtualmente impossibile fermare organismi monocellulari che si diffondono nell’aria, invisibili e inodori.

La minaccia è onnipresente come il vento, e la sua sorgente è ugualmente impercettibile. Semplicemente, si manifesta, irrompe senza preavviso, venendo da ogni direzione e seguendo ogni percorso del mondo interconnesso dalla globalizzazione. La sua forma è un a priori: un potenziale distruttivo che può anche rimanere a lungo sullo sfondo. Il mondo non ha aspettato l’aggravarsi dell’influenza pandemica per stravolgere le routine giornaliere, i viaggi e i commerci.

L’eziologia del rischio è sempre mista. Le condizioni di emergenza dell’influenza pandemica risiedevano sia nei punti deboli dell’allevamento industriale di maiali, e nell’intensità dei commerci a esso collegata, sia nei processi “naturali” di mutazione virale. La causa della pandemia, in ultima analisi, è un microprocesso non lineare e irrintracciabile che si è autoamplificato espandendosi a livello globale. La fatale interazione fra umani e suini è avvenuta in una zona confusa fra specie e fra sistemi (genetica, allevamenti industriali, economia).

In questo contesto, il potere contemporaneo diventa “potere preventivo”, che ha carattere ambientale: altera le condizioni che regolano la vita. Non è, tuttavia, biopotere nel senso di Foucault, cioè non fa riferimento a un territorio per creare condizioni di vita. Il potere preventivo opera invece su un proto-territorio reso invivibile da una serie di minacce, quindi a livello di potenzialità (la possibilità del rischio e delle contromisure). Lavora inducendo contromisure potenzialmente sistemiche attraverso la trasformazioni delle condizioni vitali di un territorio o di un ambiente, come è evidente dalle parole di Bush nel dopo Katrina. Non ha detto, come ci si aspettava, che le misure di emergenza avrebbero riportato la vita alla normalità. Ha detto che “avrebbero riportato la vita”. Infine, la militarizzazione della prevenzione fa sì che la guerra non sia più la continuazione della politica con altri mezzi; piuttosto, la politica è una fase sul continuum della guerra.

Ma se il potere preventivo opera tramite la produzione di contromisure sistemiche, cosa previene che queste stesse contromisure non si trasformino in un processo distruttivo? È un rischio connaturato a questa forma di potere: prendiamo il discorso di Bush sulla guerra in Iraq, quando dichiarò la vittoria preventiva non stava facendo altro che annunciare una protratta, auto amplificantesi crisi geopolitica che si sarebbe propagata in Afghanistan e in Pakistan, e che è ancora lontana da una soluzione.

Se i rischi del successo sono così grandi, il gioco vale la candela? Quando il meccanismo funziona, l’ubiquità della minaccia viene trasformata in un ordine globale in fieri. Un intervento militare di successo non è che l’inizio di una più ampia fanfara politica. La vita assicurata dal potere preventivo incontra così un’espansione economica che avviluppa la vita stessa nelle sue logiche. Ad esempio, l’aspetto imprenditoriale degli interventi post Katrina era rappresentato dalla strategia di sostituzione del welfare con l’affidamento dei servizi a privati, mentre si marginalizzava il ruolo della ricostruzione guidata e regolata dal governo per mettere i venti in poppa agli investimenti sempre privati. Il fine era, più che garantire la sicurezza, fare profitti. Non si è trattato del ritorno a una stabilità, o normalità, precedente, quanto di un salto dentro il selvaggio mondo del neoliberismo e della sua imprenditorialità sregolata. Lo stesso avvenne in Iraq dopo l’invasione. In questi eventi, il potere preventivo entra in simbiosi col neoconservatorismo e con il neoliberismo.

Tratto da: B. Massumi, National enterprise emergency, Theory Culture & Society, a. 26, n. 6, 2009.

Montecarlo: la città che non esiste

di Cesare Del Frate

Gare de Monaco

Mi inerpico su per 3 rampe di scale mobili, prendo l’ascensore, percorro gelidi corridoi e passerelle, alla fine ci manca solo il teletrasporto: tanto ci vuole per emergere dalla stazione ferroviaria del Principato di Monaco, ficcata nelle viscere del monte secondo un’idea claustrofobico-paranoica di mobilità, ed eccomi a Montecarlo, cioè la città che non esiste.

Sì, perché volevo farmi due passi mentre aspettavo la coincidenza per Ventimiglia, e allora, finalmente all’aria aperta, mi respiro per bene lo smog del traffico stile Los Angeles, e mi incammino… Dove?

La città non c’è: ci sono stradoni amplissimi con marciapiedi assassini, niente piazze o spazi per le persone, solo macchine. In fondo vedo Monaco, il nucleo originario sull’isoletta, sembra l’unico luogo umano, ma come raggiungerlo? Prendo un’ascensore, le targhe indicano mirabolanti negozi, centri benessere e giardini giusto al piano di sotto, ma niente, scendo ed è tutto chiuso, solo vetrine fantasma. Risalgo e prendo una passerella, guardo giù e c’è un burrone con un giardinetto, due disperati che fanno avanti e indietro come anime perse: come ci sono arrivati? Svolto a destra, ancora stradone e ferrari, c’è un palazzetto liberty molto carino, con gli stucchi e il cancello in ferro battuto: l’ingresso ha 5 eleganti gradini che finiscono dritti sull’asfalto in mezzo alle automobili, la contessa impellicciata l’hanno stirata sotto la prima volta che si è azzardata a uscire col chihuahua. Provo una traversa, e raggiungo un grattacielo dormitorio stile spaccanapoli. Inizio a roteare su me stesso, in un’allucinazione di smog, ombrelloni da spiaggia su terrazze di formicai di cemento, yatch, mi arrendo e ubriaco mi rificco giù giù per le scale mobili, i corridoi, gli ascensori, le passerelle e il teletrasporto fino ai binari della stazione bunker.

Grattacielo in tipico stile montecarlo-spaccanapoli

Montecarlo non esiste: non è (più) una città, quanto un groviglio di strade ipertrafficate e ferri da stiro ormeggiati, cioè l’incubo del turbocapitalismo postmoderno. Ogni angolo stravolto dalle speculazioni edilizie, gli edifici antichi abbattuti per far spazio a orribili palazzacci peggio del Bronx, venduti ovviamente a peso d’oro, perché ormai il profilo paesaggistico è talmente deturpato da materializzare una bruttezza ossessiva e opprimente. Non esiste nessuno spazio pubblico di socializzazione o incontro, tranne quelli predisposti a fini commerciali: i due casinò, uno per ricchi e l’altro per straccioni, e il centro commerciale. Nonostante l’estetica dominante, cioè quella pacchiana da riccone burino, Montecarlo conserva, almeno sulle riviste patinate, il glamour di città alla moda e internazionale. Evidentemente l’ostentazione del lusso, ciò che i sociologi chiamano “consumo vistoso”, è diventato fine a se stesso, completamente autoreferenziale come nei giochi di specchi del casinò. Ecco quindi il neoliberismo selvaggio: speculazione edilizia e finanziaria, disintegrazione di ogni luogo pubblico (fisico, mentale o sociale), la celebrazione pantagruelica del denaro. E la città scompare.

La pizia Tremonti: profezie, misteri egizi, economia

La Pizia Tremonti

Tremonti come non l’avete mai visto: da piccolo studente scopiazzione e vittima del bullismo, da grande profeta biblico e visionario mago dell’economia – chi l’avrebbe mai detto, ma dietro il viso di plastilina e le labbra sottili, fredde e malevole c’è un personaggio tormentato, un genio incompreso e un uomo ribollente di passioni! La mia curiosità nasce dall’ultima sua intervista, al giornalista del Corsera Cazzullo, eccola qui, che non è un’intervista normale, no!, è un viaggio pieno di speranza nella crisi, sia quella finanziaria sia quella del neufragio cerebrale di Tremonti stesso, è un testo pieno di sorprese e soprattutto di oscurità, redatto in un linguaggio ermetico come ben si addice a quelle intelligenze superiori che per comunicare con noi mortali fanno fatica: come tradurre il linguaggio angelico nelle lingue volgari? Non si può! E quindi, se vi sembreranno parole senza senso proferite da un deficiente narciso, sappiate che è solo la vostra misera comprensione, il vostro essere limitati, in realtà è un messaggio trascendente che richiede esegesi. Cominciamo: che cos’è la crisi?

Succede che dal copione è venuto fuori il film. Per come lo vedo e lo vivo io, il mio libro “La paura e la speranza” era il copione, e quello che sta girando è il film. Quando ho scritto il copione non immaginavo di stare anche nel film, e di starci così dentro. E tuttavia è vero che nel copione c’erano proprio le cause e le cose che sarebbero successe, che stanno succedendo, che vediamo. Mancavano solo le date.

Non solo la vede così, ma lo vive, l’allucinazione che il suo pseudosaggio “La paura e la speranza”, dal titolo fra Jane Austen e Oriana Fallaci, contenesse già tutto, ecco il copione da cui è nato il film della crisi, lui lo vive così, esso vive! Tremonti profeta, è significativo che riveli le visioni nello scritto, ispirato dallo spirito santo come un evangelista, ed eccolo redigere pergamene e tomi che poi sfortunatissimi editori avranno l’ingrato compito di rendere comprensibili e impaginarli e stamparli, funziona così: Tremonti eremita-pizia nell’antro umido e fumoso, fonte di fastidiose artriti, redige le pergamene e poi il fattorino che ha pescato il bastoncino corto porta le pergamene alla mega centrale operativa di Mondadori dove un trio di moire cieche decifreranno le frasi ermetiche per trasformale in prosa italiana pronta per la stampa; i suoi saggi sono ridicolizzati da tutti, sono fonte di infiniti sberleffi non dico degli economisti, ma di chiunque abbia buon senso, ma lui si espone al ridicolo e agli sberleffi perché ha una missione più ampia, superiore, trascrivere le visioni psichedeliche inviategli dallo spirito formaggino per trasformale nel copione del film del futuro, lo fa per noi, per illuminarci e avvisarci! Ecco un’altra frase sibillina:

Possiamo fare il punto sul quaderno della nostra vita, sul quadrante della nostra storia. Lo possiamo fare prendendo un foglio di carta e tracciandoci sopra in croce due assi, uno orizzontale e uno verticale. L’asse orizzontale è quello dello spazio. Lo spazio si è improvvisamente dilatato. Ora, superate le vecchie barriere, lo spazio è venuto improvvisamente a coincidere con il mondo e nel mondo in un tempo che va dal rapido all’istantaneo circolano masse enormi di persone e di merci, di capitali e di informazioni.

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bene, Tremonti ha scoperto la globalizzazione, era ora, solo che non la fa cominciare con le esplorazioni moderne, da Colombo in poi, no, tutto inizia con “la caduta del muro di Berlino”, la Gelmini sta già facendo riscrivere i libri di storia. Così ha tracciato “l’asse orizzontale”, e quello verticale? Read the rest of this entry »

Il mare, la frontiera, il rifiuto: drill, baby, drill!

di Cesare Del Frate

Costruita nel 2001 dalla coreana Hyundai e battente bandiera delle isole Marshall, la piattaforma della British Petroleum Deepwater Horizon era un titano tecnologico partorito dal connubio fra economia del petrolio, deregolamentazione dei mercati, ricerca scientifica privatizzata, neoliberismo selvaggio e rifugio nei paradisi fiscali. Il suo collasso ha provocato la morte di 11 operai e ha fatto esplodere uno dei disastri ecologici più gravi degli ultimi decenni, 5.000 barili di greggio ogni giorno eruttano dal pozzo alimentando la marea nera nel Golfo del Messico: cosa ci dice tale catastrofe sull’anarchia di mercato contemporanea?

Barack Obama annuncia la ripresa delle trivellazioni oceaniche (base militare di Andrews, Maryland).

Niente rivoluzione verde, almeno per ora, nonostante Obama l’avesse annunciata con toni profetici: proprio il Presidente ha deciso di rilanciare il nucleare e le trivellazioni negli oceani, annullando la moratoria che impediva le seconde sulle coste dell’Alaska e del Golfo del Messico, per l’appunto. Il bello è che Obama ha dato pubblicamente l’annuncio della scelta infausta nell’hangar della base militare di Andrews, nel Maryland, con sullo sfondo  un caccia F18 (però alimentato a biocarburante, specchietto per le allodole ecologiste). Tipico trucchetto della nuova amministrazione, che cerca di convincere i movimenti dal basso e la società civile di politiche che fino all’altro ieri erano esattamente ciò contro cui Obama avrebbe dovuto combattere una volta eletto.

Che penserà il cittadino sensibile all’ecologia: meglio il no alle trivellazioni e all’economia del petrolio, o meglio il Presidente che  alle trivellazioni eco-disastrose dà il via libera fiero ed entusiasta, però con retroscena di macchina da guerra a biocarburante? Uhm…

Questa svolta realizza il sogno dei repubblicani, e in particolare del duetto McCain Palin, il cui motto era

DRILL BABY DRILL!

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Lo urlavano pure nelle convention, tutti insieme appassionatamente, in cori da stadio da far tremare le vene nei polsi (il video qui; dopo l’incidente, però, un silenzio assordante). In quest’inno alla trivellazioni è condensata tutta la miopia di una classe dirigente supina agli interessi delle corporations e rimasta a un’idea ottocentesca di progresso: gigantismo e potenza. Quando già oggi è possibile produrre ciascuno in rapporto alle sue necessità grazie alle fonti rinnovabili: non abbiamo bisogno di mega centrali atomiche o trivellazioni dei fondali oceanici, bensì di abitazioni ognuna autosufficiente e in grado di rivendere il surplus energetico rimettendolo in rete. La scienza e la tecnologia ce lo permettono già, ma per i politici e gli analisti di mercato si tratta di cose da marziani, è più facile affidarsi ai cari vecchi sistemi di saccheggio delle risorse naturali, e del domani chi se ne frega – l’ecologia è il passatempo degli abbraccia-alberi, non il futuro dei nostri figli.

Mentre l’ondata di petrolio si espande, possiamo riflettere a partire dal mare, come elemento e come simbolo: primo tessuto connettivo della globalizzazione, le acqua sconfinate e conquistabili offrono l’immagine del mondo che domina l’occidente fin dalla scoperta delle Americhe. Se in precedenza l’ordinamento politico si fondava sul radicamento nella terra, come notava Schmitt (leggi qui), la modernità rompe questo legame facendosi tempo dell’avventura e del superamento di ogni confine: proprio i mari e gli oceani sono le frontiere da oltrepassare. In questa mentalità, ogni cosa si fa risorsa sfruttabile da un capitalismo vorace in cerca di sempre nuove occasioni di profitto: il mondo diventa usa e getta.

Ed è ciò che vediamo nell’attuale catastrofe ecologica: dal mare strappiamo le risorse per il nostro consumo e profitto, e il mare trasformiamo in discarica invasa dagli scarti o dagli errori della nostra “produzione”. Inevitabile evocare le immagini delle navi stracolme di rifiuti tossici affondate lungo le coste della Calabria e dell’Italia meridionale.

Il sociologo Zygmut Bauman sottolinea che considerare il mondo una “risorsa” da sfruttare senza preoccupazioni conduce a ridurre a “risorsa” gli uomini stessi (e non a caso le nuove politiche del lavoro parlano di “risorse umane” da gestire). Ma la risorsa è connessa non solo allo sfruttamento, ma anche al rifiuto: appena cessa la sua utilità, finisce in discarica. Se vogliamo spezzare il ciclo produzione – consumo – rifiuto, quella logica che sta divorando la casa comune degli uomini, dovremo iniziare a guardare al mondo con occhi diversi rispetto alle lenti deformanti del neoliberismo oggi imperante. Magari superando l’ossessione della crescita, del gigantismo e delle trivellazioni.