L’amore spiazza: la giornata mondiale contro l’omofobia

di Cesare Del Frate

L’omofobia è fatta di silenzi e di parole. I silenzi dell’indifferenza, e soprattutto della norma tacita per cui gli omosessuali non devono comparire nello spazio pubblico: persone invisibili, presenze spettrali ai margini di ciò che è considerato pienamente umano. Nel tic della discriminazione postmoderna, quando cioè non è socialmente accettabile esprimere direttamente il pregiudizio, si compie una doppia negazione:

Non ho nulla contro gli omosessuali, però penso che…

Sylvia Rivera, attivista trans e "madrina" del movimento lgbt.

Al “penso che” si può a piacere far seguire “certe cose è meglio farle in privato”, “il Gay Pride è un’ostentazione”, “prima viene la famiglia”. In quel però è condensata la contraddizione di un discorso che si presenta come tollerante, ma chiede in cambio, come in un ricatto, il silenzio. Gli omosessuali possono essere tollerati finché rimangono muti, non rivendicano i propri diritti, accettanno di diventare invisibili. Al punto che la semplice visibilità, cioè l’esistere senza nascondersi, viene equiparata ad un’ostentazione, a qualcosa di indecente. Se è normale che una coppia etero si baci per strada, ciò diventa fonte di sdegno se a farlo è una coppia omo. L’omofobia vive di tali silenzi, di tali invisibilità.

E vive di parole, le parole di un discorso stigmatizzante volto a ridurre gli omosessuali in uno stato di subordinazione. Da cui nasce la vulnerabilità sul lavoro, nelle scuole, per le strade. Discorsi spesso avallatti e diffusi dalle istituzioni: quando il Parlamento italiano ha bocciato la legge di contrasto all’omofobia, l’ha fatto con la seguente motivazione:

l’inserimento tra le circostanze aggravanti comuni previste dall’articolo 61 del codice penale della circostanza di aver commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento sessuale ricomprende qualunque orientamento ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo ecc.

Equiparare l’omosessualità, o la transessualità, alla necrofilia, all’incesto e alla pedofilia è un’operazione retorica che segue la logica del contagio, ossessionata dall’integralismo della norma e della purezza. (vedi: Il cilicio, il moralismo feroce e l’omofobia). Per mantenere i privilegi della “norma”, è necessario vigilarne con durezza la fortezza assediata. Queste paranoie identitarie precludono lo spazio della convivenza nella differenza, e ottundono il discernimento del valore dell’uguaglianza. Read the rest of this entry »

Madri lesbiche

di Daniela Danna

Io ho una bella figlia,

simile nell’aspetto ai fiori d’oro,

la mia Cleis diletta.

Io non la darei né per tutta la Lidia,

né per l’amata.

Famiglia lesbica

Così scriveva Saffo, secoli prima dell’era cristiana. La maternità delle donne che amano altre donne non è un fenomeno nuovo, checché se ne dica oggi mettendo questo “ardito esperimento sociale” nel novero delle “nuove forme di famiglia” contrapposte a quella tradizionale.

Esistono diritti famigliari?

Questa semplificazione, nuove famiglie contro famiglia tradizionale, imposta in un modo errato dal punto di vista culturale, e strumentale da quello politico, due fondamentali questioni: quella della maternità di donne che amano altre donne, e quella di csa è stata, e che cosa si vuole continui ad essere, la famiglia tradizionale di cui tanto si invoca la restaurazione.

Un esempio è il Forum delle associazioni familiari, promotore del Family Day del maggio 2007, che vuole cambiare le leggi per rendere le famiglie (non più gli individui!) titolari di diritti e doveri. Ciò costituirebbe un ritorno a un’idea di unità familiare rappresentata dal capofamiglia, figura istituzionale abolita con la riforma del 1975 al fine di riconoscere l’individualità dei coniugi e soprattutto la parità tra moglie e marito. Ma non basta, sarebbe un ritorno a un tempo ancora più antico, in cui lo Stato era costituito di famiglie e clan invece che di persone e cittadini. Read the rest of this entry »

Mine vaganti: Scamarcio meets l’Ozpetek aspirante Almodovar, cioè “sono gay ma non posso”

L’ossessione per il coming out, gli omosessuali-pupazzi a cui schiacciare il pancino per ascoltare la battutina divertene, i capelli da medusa spiaggiata di Scamarcio rapati dal regista-Dalila che scimmiotta Almodovar, la sagra degli sterotipi e delle banalità.


Scamarcio in versione gay

Scamarcio in versione gay

di Cesare Del Frate

Fra rimorsi, timidezze e ambizioni morte sul nascere, i gay di Özpetek sono una ciurma di discotecari vanesi in cerca di approvazione, interpretati da attori etero-burini che rappresentano il sogno erotico incoffessato del regista stesso, il tutto condito con battutine e ammiccamenti in stile Il vizietto, cioè gli stereotipi concentrati e liofilizzati di mossette e gridolini e manine svolazzanti, per intrattenere il pubblico col solito spettacolo del pupazzo omosessuale da mettere in vetrina e a cui schiacciare il pancino per ascoltare la battuta simpatica, e tutti a ridere compiaciuti di quanto siamo tolleranti e aperti di mente – W la mascotte gay da soprammobile! Read the rest of this entry »

Spezzare il soffitto di vetro: le pari opportunità oggi

L’ormone antifemminista, le schiave grate, il rettore che discrimina le docenti: le pari opportunità oggi.


di Daniela Falcinelli

Nel gennaio del 2005 fecero scalpore le dichiarazioni fatte da Larry Summers, allora rettore di Harvard e attuale consigliere economico del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, sulle motivazioni della difficoltà di carriera per le donne nella scienza. Il suo discorso di apertura alla conferenza Diversifying the Science & Engineering Work–force suscitò come reazione migliaia di articoli e forti contestazioni, fino a costringerlo alle dimissioni. Le scuse, che replicò pubblicamente in diverse occasioni, e i cinquanta milioni di dollari stanziati per assumere e promuovere all’Università Harvard docenti donne o appartenenti alle minoranze, non bastarono a placare gli aspri dissensi generati dalle sue parole.

Ma cosa disse di così offensivo il rettore? Affermò che la principale barriera nelle professioni scientifiche e in quelle di potere è imputabile alle donne stesse, non disponibili a quell’esclusiva e totalizzante dedizione al lavoro che certe carriere richiedono. Non solo: le abilità necessarie allo svolgimento di lavori ad alto contenuto scientifico e tecnologico non sarebbero compatibili con le capacità femminili, meno portate all’eccellenza. Solo alla fine il rettore si ricordò di menzionare che anche la discriminazione e la socializzazione primaria potrebbero creare degli svantaggi. Read the rest of this entry »