Felici come Dio
Cos’è la felicità? Come si fa ad acchiappare questa domanda incredibilmente elusiva, intrattabile e forse senza riposta?

Daniela Edburg, Dead by lollipops, 2006
di Simon Critchley
Insegno filosofia da una vita, così lasciate che inizi con una risposta filosofica. Per i filosofi antichi, soprattutto Aristotele, il fine della vita filosofica – la vita buona – era la felicità, definibile come bios theoretikos, la vita solitaria della contemplazione. Oggi, ben poche persone sottoscriverebbero una simile tesi. Le nostre vite sono piene di incessanti distrazioni: i cellulari, gli allarmi delle macchine, i disagi dei pendolari, il traffico. Il ritmo della vita moderna è disseminato di beep, suonerie, stimoli e da un generalizzato disordine da deficit d’attenzione.
Ma l’idea della felicità come esperienza di contemplazione è davvero così ridicola? Non potrebbe nascondere un fondo di verità?
Mi viene in mente un passaggio straordinario dall’ultimo saggio di Rousseau, nonché sua terza autobiografia (se le conti, batte ancora Obama 3 a 2): Le fantasticherie del passeggiatore solitario:
se esiste uno stato in cui l’animo trova un equilibrio abbastanza stabile per riposarvisi completamente e raccogliere là tutto il suo essere, senza aver bisogno di ricordare il passato né di sconfinare nel futuro, in cui il tempo non conti e il presente duri sempre, senza però lasciar traccia del suo durare né del succedersi, senza nessun altro sentimento di privazione né di godimento, di piacere né di pena, di desiderio né di timore, se non quello della nostra esistenza che, da solo, possa soddisfare completamente l’animo; fin tanto che questo stato dura, colui che vi si trova può chiamarsi felice, non di una felicità imperfetta, povera e relativa, come quella che si trova nei vari piaceri della vita, ma di una felicità bastevole, perfetta e piena, che non lascia nell’animo alcun vuoto che sia necessario colmare.
Questa è una descrizione della felicità, la più veritiera che possa immaginare. Rousseau sta descrivendo l’esperienza del galleggiare in una barchetta sul lago di Bienne, nei pressi di Neuchâtel, vicino alla sua madrepatria, la Svizzera. Amava particolarmente visitare Île Saint Pierre, dove si dilettava con passeggiate ed esplorazioni, quando il tempo era mite e poteva indulgere nella grande passione dei suoi ultimi anni: la botanica. Camminava con una copia di Linneo sotto braccio, felicemente identificando le piante in certe aree dell’isola, che aveva diviso in settori per meglio investigarla.
Sulla via verso l’isola, ritirava i remi e lasciava che la barca andasse dove voleva, a volte anche per ore. Rousseau si coricava nella barca abbandonandosi alle sue fantasticherie. Come descrivere l’esperienza della fantasticheria? Si è svegli, ma solo in parte, si sta pensando, ma non in modo strumentale od ordinato, semplicemente lasciando che i pensieri sovvengano, liberamente.
La felicità non è misurabile e non è l’oggetto di nessuna scienza, vecchia o nuova. Non può essere analizzata da ricerche empiriche, o programmata negli individui tramite una combinazione di terapia comportamentale e antidepressivi. Se consiste di qualcosa, allora penso che sia quel sentimento dell’esistenza, quel sentimento di momentanea autosufficienza legato all’esperienza del tempo.

Rousseau
Si pensi a quanto scrive Rousseau: galleggiando su una barchetta quando fa bel tempo, distesi con lo sguardo verso le nuvole e gli uccelli, o socchiusi nella fantasticheria, non si sente né la pressione del passato, né ci si proietta nel futuro. Il tempo è annullato, o meglio, del tempo non rimane null’altro che l’esperienza del presente, che si attraversa senza fretta, e senza rimorsi. Come scrive Wittgenstein nella più intrigante delle proposizioni del Tractatus Logico-Philosophicus: “La vita eterna è concessa a coloro che vivono nel presente”. O, come scrive Whitman in Foglie d’erba:
La felicità non è in un altro luogo, ma qui… non per un altro tempo… ma ora
Rousseau si chiede: “Qual’è la fonte della nostra felicità?”. La sua risposta è che non è nulla di esterno a noi, nulla separato dalle nostre stesse esistenze. Per quanto sia frenetico il nostro ambiente, tale sentimento dell’esistenza può essere raggiunto. E Rousseau così giunge alla conclusione: “finché dura questo stato bastiamo a noi stessi, come Dio”. Al che uno potrebbe rispondere: chi? io? noi? come Dio? Ma pensateci bene: se qualcuno può essere felice, allora è facile immaginare che Dio sia il più felice, ed essere felici è essere come Dio.
Ma consideriamo bene ciò che significa tutto ciò, perché potrebbe non essere così risibile, arrogante o eretico come sembra. Essere come Dio equivale ad essere senza tempo, o meglio nel tempo senza preoccupazioni, libero dalle passioni e tribolazioni dell’anima, vivendo una sorta di quiete di fronte alle cose, e a se stessi.
Perché la felicità dovrebbe c’entrare qualcosa con il movimento dell’acqua? Questo è vero per Rousseau, e devo ammettere che se ripenso alle mie esperienze di beata fantasticheria simili a quelle descritte da Rousseau, beh, avvengono spesso in prossimità dell’acqua, anche se salata e non dolce. Personalmente, sono attirato non tanto dalla pace di un lago (tendo a vedere i laghi come mari decaffeinati), quanto dall’infinito ondeggiare del mare, seduto sulla riva ad osservare il tempo che svanisce nella marea, nell’incessante pendolo del suo raggio. In momenti come questo, è possibile sprofondare nella fantasticheria, un’immobilità che non è sonno, in qualche modo trattenuti dal rumore delle onde, cullati dal movimento della marea.
La felicità è sempre solitaria? Naturalmente no. Ma si può essere felici da soli, e ciò potrebbe persino essere la chiave per essere felici insieme. In ogni caso, penso che si possa provare il sentimento dell’esistenza nell’amore, nell’intimità con l’amante, sentendo l’abbraccio del mondo e il tempo che scivola via: la barchetta di Rousseau diventa il letto dell’amante… E poi è finita. Il tempo passa, la fantasticheria finisce e il sentimento dell’esistenza evapora. Il telefonino suona, l’email fa il suo beep, e si è risucchiati nel continuo brusio del mondo, nell’ansia quotidiana.
Traduzione di Cesare Del Frate
Articolo pubblicato orginariamente su: New York Times, May 25, 2009
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