Filosofia del Grande Fratello

Che cos’è il sentimento, quando viene scrutato e sviscerato da mille occhi indiscreti? Passate le velleità antropologiche delle prime edizioni, e le annesse pretese di condurre un esperimento affascinante, oggi il Grande Fratello ha fatto sua la retorica del sentimento: questa è l’umanità vera! Si, proprio così, gente comune, gente semplice! Il paradosso di una selezione scientifica dei concorrenti che dovrebbe produrre il massimo di spontaneità.

Perché è proprio lo sgorgare dei sentimenti che vogliono gli autori, per il grande spettacolo. E quando la tensione si abbassa, ecco che parte un filmato in cui il tuo miglior amico ti dà dello stronzo, o spunta l’ex amante da dietro la parete scorrevole per ricoprirti di insulti.
Passioni inarticolate, inesprimibili: “me la voglio vivere fino in fondo”, “mi regali grandi emozioni”, “lo sento a pelle, è così”. Le emozioni vengono incessantemente evocate, ma mai nominate. Tenerezza, malinconia, inquietudine, gioia, fascinazione, complicità, rancore: il variegato lessico del sentimento
non appartiene ai concorrenti, che parlano di ciò che sentono sempre in modo indistinto, indifferenziato, caotico.

E non potrebbe essere altrimenti, se, come sostiene il grande sociologo Erving Goffman, intimità ed esteriorità, privato e pubblico, sono due dimensioni costitutivamente intrecciate. Quando viene meno una delle due, anche l’altra risulta incomprensibile, invivibile. Per Goffman siamo come attori, che continuamente si spostano dal palco al retroscena, fra pubblico e privato appunto. Palco e retroscena hanno ognuno il loro canovaccio: anche il privato ha regole e cornici di senso, c’è ben poco di spontaneo persino nell’intimità, fatta invece di regole del sentire. Come ogni linguaggio, anche quello dei sentimenti ha la sua grammatica.

Nel Grande Fratello, ciò che scompare non è tanto la privacy, come potrebbe sembrare. È la dimensione pubblica che evapora completamente in una casa dove si vive tutto il tempo fra amici, o almeno agendo come tali, costretti a non parlar d’altro che di sé, in una confidenza collettiva ininterrotta e ridondante. Come prigionieri dentro al diario struggente di una quindicenne poco avveduta, tutto cuoricini sulle i e dichiarazioni enfatiche di amicizia ed affetto.

Una volta eliminata la dimensione pubblica, con il suo distacco interpersonale, con le sue strategie comunicative, anche quella privata perde senso e consistenza, si sublima nella vaporosa nuvola del “è quello che sento”. Cioè, il nulla.

Cesare Del Frate

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One Response to “Filosofia del Grande Fratello”

  • [...] La fotografa Daniela Edburg, nella serie Drop dead gorgeous, usa immagini patinate con tanto di fotomodelle per decostruire la magia pubblicitaria a cui allude, raffigurando le contraddizioni di una seduzione consumista insinuatasi sottopelle. In Dead by cotton candy la ragazza fugge da un tornado di zucchero filato, lo sfizio dei luna park. E proprio ai luna park è stato spesso paragonato il capitalismo, per esempio dal Baudrillard ossessionato dal parco Disney di Parigi (il suo incubo materializzatosi, manco la Bella addormentata nel bosco fosse una sadica assassina in stile Misery non deve morire), o da chi parla di un processo di disneyficazione della società che ci perderà tutti nel delirio di Topolino che compra un babydoll per Topolina, mentre Paperino si guarda il Grande Fratello insieme a un Pluto in completo Dolce&Gabbana (vedi Filosofia del Grande Fratello). [...]







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