Filosofia della crisi economica: Slavoj Žižek
Una delle cose più impressionanti delle reazioni all’odierna crisi finanziaria è che, come dice uno dei protagonisti: “Nessuno sa realmente cosa fare”. Il motivo è che le aspettative fanno parte del gioco: in che modo il mercato reagisce ad un particolare intervento dipende non solo da quanti banchieri e finanzieri hanno fiducia nell’intervento stesso, ma ancor più da quanto essi reputano gli altri si fideranno di loro.
Keynes paragonò la borsa ad una competizione nella quale i partecipanti devon oscegliere ragazze carine sulla base di centinaia di foto:
Non si tratta di scegliere quelle che, secondo il proprio giudizio, sono realmente le più belle, e neanche quelle che sarebbero giudicate le più belle dal senso comune. Abbiamo raggiunto il meta-livello in cui dedichiamo la nostra intelligenza ad anticipare quello che il senso comune si aspetta sia il senso comune
Siamo costretti a prendere decisioni senza avere la conoscenza che ci permetterebbe di farlo; o, come dice Jogn Gray, “Siamo costretti a vivere come se fossimo liberi”.
Il piano è sbagliato ma funziona
Il premio nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha recentemente scritto che, nonostante fra gli economisti ci sia un consenso crescente sul fatto che ogni piano di salvataggio governativo non funzionerà,
è impossibile per i politici non fare nulla in una simile crisi. Così potremmo dover pregare che un accordo fatto con la miscela tossica di interessi particolari, teorie economiche fuorvianti e quelle ideologie conservatrici che hanno prodotto la crisi possa in qualche modo produrre a un piano di salvataggio che funzioni – o il cui fallimento non faccia troppi danni
Stiglitz ha ragione: dato che i mercati si fondano effettivamente sulle credenze (persino credenze sulle credenze altrui), il modo in cui i mercati reagiscono al salvataggio dipende non solo dalle sue reali conseguenze, ma dalle opinioni dei mercati sull’efficienza del piano. Il piano di salvataggio potrebbe funzionare anche se fosse economicamente sbagliato.
C’è una forte somiglianza fra i discorsi che George W. Bush ha fatto da quando la crisi è iniziata e il suo discorso alla nazione dopo l’11 settembre. In entrambi i casi, ha evocato la minaccia alla “American way of life” e la necessità di un’azione veloce ed incisiva per affrontare il pericolo. In entrambi i casi, ha chiesto la parziale sospensione dei valori americani (le garanzie di libertà individuale, il capitalismo di mercato) al fine di salvare quegli stessi valori.
Di fronte ad un distastro sul quale non abbiamo controllo, la gente dirà, stupidamente, “Basta parole, fa qualcosa!”. Forse, ultimamente, stiamo facendo troppo. Forse è tempo di fare un passo indietro, pensare e dire la cosa giusta. In verità, spesso discutiamo sul fare qualcosa, più che farlo davvero – ma a volte facciamo cose per evitare di parlarne e pensarci. Come buttare velocemente 700 miliardi di dollari in un problema invece di riflettere su come siamo arrivati a questo punto.
I ricchi decidono, i poveri rischiano
Il 23 settembre 2008 il senatore repubblicano Jim Bunning definì “antimaericano” il piano di salvataggio del governo USA per la più grande crisi dalla Grande Depressione:
Qualcuno deve affrontare queste perdite. Possiamo o lasciare che le persone che hano preso le decisioni sbagliate si assumano la responsabilità delle conseguenze delle loro azioni, o possiamo gettare questa sofferenza addosso a qualcun altro. Ed è esattamente ciò che il Segretario al Tesoro ci propone: prendere la sofferenza finanziaria di Wall Street ed addossarla ai contribuenti… Questo enorme piano di salvataggio non è la soluzione, è socialismo finanziario, ed è antiamericano
Che le critiche al piano di salvataggio siano venute sia dai repubblicani sia dalla sinistra dovrebbe farci riflettere. Ciò che in questo caso condividono destra e sinistra è la loro indignazione verso i grandi speculatori e i manager che traggono profitto da decisione arrischiate, ma sono protetti dal fallimento grazie a paracaduti d’oro. Da questo punto di vista, lo scandalo Enron del gennaio 2002 potrebbe essere interpretato come un commento ironico alla società del rischio. Centinaia di impiegati che hanno perso il lavoro e i risparmi sono stati certamente esposti al rischio, senza avere grandi possibilità di scelta. Tuttavia, i top manager, che conoscevano i rischi e avevano inoltre l’opportunità di cambiare la situazione, minimizzarono il loro coinvolgimento finanziario appena prima della bancarotta. Così, se è vero che viviamo in una società che prevede scelte rischiose, si tratta pur sempre di una società nella quale i potenti fanno le scelte, mentre gli altri si assumono i rischi.
Se il piano di salvataggio è davvero un’operazione di stampo “socialista”, lo è di un tipo peculiare: una manovra “socialista” il cui scopo è quello di aiutare non i poveri bensì i ricchi. Il “socialismo” è ok, così sembrerebbe, quando serve a salvare il capitalismo. E se l’azzardo morale fosse iscritto nella struttura fondamentale del capitalismo? Il problema è che non c’è modo di separare il benessere di Main Street da quello di Wall Street. La loro relazione è non-transitiva: ciò che è buono per Wall Street non lo è necessariamente per Main Street, ma Main Street non può prosperare se Wall Street va male – e tale asimmetria dà un vantaggio a priori a Wall Street.
Wall Street e Main Street
Il classico argomento della redistribuzione a cascata del benessere (trickle-down), contrario a quello della redistribuzione dei redditi (attraverso la tassazione progressiva etc.), è che invece di rendere più ricchi i poveri, fa diventare più poveri i ricchi. In ogni modo, questo atteggiamente apparentemente anti-interventista contiene al suo interno un argomento a favore dell’intervento statale: anche se tutti vogliamo che i poveri stiano meglio, è controproducente aiutarli direttamente, dato che loro non sono l’elemento dinamico e produttivo dela società; l’unico intervento di cui c’è bisogno è quello di rendere i ricchi ancor più ricchi, e così la ricchezza ricadrà automaticamente giù giù fino ai poveri.
Dai abbastanza denaro a Wall Street, e i profitti si propagheranno a Main Street. Se vuoi che la gente abbia soldi, non darglieli direttamente, aiuta coloro che gli fanno arrivare. Questo è l’unico modo di creare prosperità autentica – altrimenti, lo stato sta solo distribuendo soldi ai bisognosi a discapito di coloro che producono benessere.
È troppo facile scartare questa linea di pensiero come un’ipocrita difesa dei ricchi. Il problema è che finché rimarremo invischiati nel capitalismo, c’è una verità in tutto questo: il collasso di Wall Street colpirà davvero i lavoratori. Ecco perché i democratici che hanno votato a favore del piano di salvataggio di Bush non erano incoerenti rispetto ai loro ideali di sinistra. Avrebbero giustamente potuto essere tacciati di incoerenza solo se accettiamo la premessa dei populisti repubblicani che il capitalismo ed il libero mercato siano una faccenda del popolo, della classe lavoratrice, mentre gli interventi dello stato sono una strategia delle classi dominanti per sfruttare i lavoratori.
Che tipo di intervento statale?
Non c’è nulla di nuovo nei forti interventi statali nel campo del sistema bancario e dell’economia in generale. La stessa crisi è il risultato di un simile intervento: quando, nel 2001, scoppiò la bolla delle dotcom, fu deciso di agevolare il credito per far confluire la crescita economica nel settore edilizio. Infatti, le decisioni politiche modellano la trama delle relazioni economiche internazionali. Un paio di anni fa, un documentario della CNN sul Mali descrisse la realtà del “libero mercato” transnazionale.
I due pilastri dell’economia del Mali sono il cotone nel sud e l’allevamento nel nord, ed entrambi sono in difficoltà per via del modo in cui le potenze occidentali violano quelle stesse regole che impongono così brutalmente alle nazioni del Terzo Mondo. Il Mali produce un cotone di ottima qualità, ma il governo USA spende a sostegno dei suoi coltivatori di cotone più denaro dell’intero budget dello stato del Mali, così c’è da poco da stupirsi se il Mali non può competere. Nel nord, l’Unione Europea è la pietra dello scandalo: l’EU finanzia l’allevamento di ogni singola mucca con la bellezza di 500 euro all’anno. Il ministro dell’economia del Mali ha detto: non abbiamo bisogno del vostro aiuto o consiglio o lezioni sui benefici dell’abolire le regolamentazioni statali; semplicemente, per favore, attenetevi alle vostre stesse regole sul libero mercato e i nostri problemi si risolveranno. Dove sono qui i difensori di destra del libero mercato? Da nessuna parte, perché il tracollo del Mali è la conseguenza di ciò che significa per gli USA il mettere “il nostro paese al primo posto” (our country first).
Tutto ciò vuol dire che il mercato non è mai neutrale: le sue operazioni sono sempre regolate da decisioni politiche. Il vero dilemma non è “intervento statale oppure no?”, ma “che tipo di intervento statale?”. E questa è politica al 100%: la competizione per definire le condizioni che governano le nostre vite. Il dibattito sul piano di salvataggio ha a che fare con decisioni sugli aspetti fondamentali della nostre vita sociale ed economica, fino al punto di far tornare lo spettro della lotta di classe. Così come accade in molte questioni autenticamente politiche, questo problema è a-partitico. Non c’è parere esperto o scientifico da seguire alla lettera: c’è bisogno di prendere una decisione politica.
È l’economia, stupido!
Il 24 settembre 2008 John McCain sospese la sua campagna elettorale e si recò a Washington, proclamando che era tempo di mettere da parte le divisioni fra partiti. Questo gesto è stato veramente un segno della sua disponibilità a superare la politica partigiana per affrontare i problemi veri, quelli che ci riguardano tutti? Assolutamente no: si è trattato di una scenetta tipo “Mr. McCain va a Washington”. La politica è precisamente la lotta per definire il terreno “neutrale”, il “campo di gioco”, che è anche la ragione per cui la proposta di McCain di travalicare gli steccati di partito era una pura mossa mossa strategica, una politica di parte nelle vesti di non-partigianeria, un disperato tentativo di imporre la sua posizione come universlae-apolitica. Ciò che è persin peggio della “politica di parte” è una politica di parte che cerca di mascherarsi da non partigiana: imponendo se stessa come la voce del Tutto, un tal modo di fare politica sminuisce i suoi avversari rendendoli meri rappresentanti di interessi particolari.
Ecco perché Obama fece bene a rifiutare l’invito di McCain a posporre il primo confronto fra candidati. Nelle elezioni del 1992, Clinton vinse col motto “È l’economia, stupido!”. I democratici e la sinistra hanno oggi bisogno di un nuovo messaggio: “È l’economia POLITICA, stupido!”. Abbiamo bisongo non di meno, ma di più politica.
Slavoj Žižek
Traduzione di Cesare Del Frate
ed. or.: Slavoj Žižek, Don’t just do something, talk, London Review of Books, 10/10/2008
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