Filosofia dello scandalo

Nell’informazione-conformazione attuale il nostro nuovo problema non dev’essere più solo “cosa è male”, “perché è male”, ma anche e soprattutto, per potersi meglio porre queste domande: “quanto e quale male mi attrae e di quanta cieca potenza sono fatte le mie eccitazioni, dato che quest’evento mi interessa più di un altro e dopo questo ne vorrò un altro ancora?”.

di Simonfrancesco Di Rupo

wooden voyeur

wooden voyeur

Sugli effetti dei media sulla vita dell’uomo, da Marshall McLuhan a Jean Baudrillard, si è scritto molto e pensato ancor più, ma la mole critica verso questo nostro nuovo grande habitat umano non ha mai avuto lo stesso successo del suo oggetto di critica. Le Tv sono accese e i libri sono chiusi per la maggiore parte di uomini che, una volta suonata la sirena della fabbrica o girata la chiave dell’ufficio, (ri)entrano puntualmente nella società in pantofole e si producono nel “monologo collettivo” di cui parla Günther Anders, dove anche i desideri vengono prodotti al pari di ciò che può soddisfarli.

È per questo che chi ne scrive ancora deve avere la modestia e la lucidità di sapersi come l’“eterno secondo”. Ciò non toglie che, se il filosofo non può prevenire, ha pur sempre l’obbligo di fare prognosi, nella speranza che dall’obitorio della civiltà le nuove generazioni traggano qualche coordinata, così che non conti più essere secondo o primo, ma in continua staffetta.

L’occasione che questo articolo vuole cogliere, dopo tale premessa, riguarda la possibilità di riflettere su un problema sul quale chi scrive ha diversi dubbi: nell’epoca della sovraesposizione degli scandali per via televisiva, quanto di questi coglie, e come, lo spettatore odierno?

Lo scandalo come tranello

Quello che comunemente non si stenta a definire “occhio sul mondo”, “finestra sugli avvenimenti”, “mezzo di comunicazione”, non sempre ricopre di fatto queste figure, esemplari di una proiezione all’esterno che non è poi così scontata. Nell’ottica di questa ambiguità quello che in greco viene chiamato skandalon, con l’accezione di “ostacolo”, “intoppo” e “tranello”, può suggerirci una riflessione di più ampio respiro su come questo termine si sia poi trasformato sino ai giorni nostri, dove il più delle volte è teso a mostrare una condizione della coscienza morale dell’uomo, di un uomo che sente ed elabora l’eccezionalità di una notizia annoverandola come imputata nel proprio tribunale etico.

Ma in un mondo dove gli scandali vengono selezionati e decisi a tavolino dai palinsesti, dove alcuni sono più scandali di altri per il solo effetto della curiosità morbosa – nientemeno che pornografica – che possono più largamente catturare, non è forse il caso di recuperare il “vecchio” senso di questo termine, restituendogli dunque il suo intrinseco valore di difficoltà?

La difficoltà principale di ogni scandalo sta nel poterlo definire tale o meno. Sotto quest’aspetto lo scandalo è lo scandalo stesso. Detto ciò si dovrebbe approfondire questa provocazione, ma al momento ci accontentiamo di come possa servirci a comprendere quanto sia proprio il momento attualmente sottratto del senso comune, il che ci suggerisce un discorso chiave: c’è un sottile erotismo nel rapporto fra scandalo e scandalizzato che rende l’idea di come oggigiorno dello scandalo non si può fare a meno. L’anoressia dello spirito critico nel senso comune va di pari passo con il carattere del tutto bulimico della fruizione della cronaca e della diffusione dei comportamenti umani deviati o privati, dove alla compulsività onnivora nei confronti di ogni fatto “negativo” è associata una forma inconscia di fastidio psico-digestivo verso l’evento, troppo spesso scambiato come il barlume tanto atteso di giudiziosità morale con la quale condannare tout-court la pietanza prima ingurgitata con tanto fervore.

Ed è lì che entra in gioco il bisogno di un altro scandalo, un altro mangiare che possa portare di conseguenza alla nuova cattiva digestione, e così via, dove la civiltà dell’ “usa e getta” dal punto di vista degli oggetti della tecnica si insinua anche nei mezzi con i quali l’uomo si informa e si dovrebbe formare. Essendo però così erotico il rapporto fra scandalo e scandalizzato, la “pari opportunità” fra soggetto e oggetto è così garantita che quasi non conta più quale sia l’uno e quale sia l’altro, dove non la formazione ma la conformazione ha la meglio.

Voyeur Project, HBO

Voyeur Project, HBO

Le città dei delitti

Ed è così che poi di una strage, ad esempio, non si tralascia alcun particolare della malefatta di un uomo o di una donna, con morbosità ed eccitazione difficilmente parificata dalla fin troppo pacifica quotidianità in cui si vive – mentre senza troppi problemi si bolla l’evento sotto il nome del luogo in cui è avvenuto: “il delitto di Perugia”; “la strage di Erba”; “l’omicidio di Cogne” (quando invece per i suoi protagonisti la continua recitazione del nome proprio sa di vezzeggiativo e parentale) quando di fatto, a mente lucida, il vero scandalo starebbe proprio nell’attribuire al luogo la negatività di un evento particolare!

Se pur dei reportage non si può negare che dicano qualcosa di reale, di certo non è che ciò sia pari al vero. C’è qualcosa negli ultimi anni nell’informazione “di massa” che ha un vizio stilistico inaccettabile: attribuire al luogo il fatto negativo. Il luogo non è più complemento, ma soggetto del fatto di cronaca. Il luogo ha commesso dei fatti. Il luogo va messo in luogo del soggetto. A questo bisogna ribellarsi. Una città ha il dovere di prendere le distanze da intimidazioni di comunicazione così viscide e fuorvianti l’opinione pubblica. Chiaro che ciò non vuol dire schierarsi ex abrupto contro l’“informazione”, sarebbe ridicolo e ignorante. Tuttavia è sicuramente importante sottolineare e sottolinearsi come non sia la città a dover “restituire” una buona immagine di sé dopo uno “scandalo”, quanto invece debba riprendersela, portando avanti una campagna d’amore per la sua innocenza e di difesa del suo alibi: un complesso di mura e parchi non può accoltellare la moglie del primo sventurato. I fatti di una città sono sempre preceduti dalla storia e da una bellezza complessiva che procede e dovrà procedere negli anni, sebbene messa a dura prova; ma cos’è una bellezza senza dure prove? Solo tramite il proprio modo di “comunicare la città” e di far comunicare la città potremo debellare i modi di comunicare “sulla città”.

In questo rapido esempio, che in due battute ambisce ad aver esemplificato il problema, ci si è permessi la licenza di una serie di considerazioni che se non altro hanno contribuito a interpretare lo “scandalo” nella sua accezione di “tranello”, “tribolazione” che inizialmente si richiamava. Ed è in questa come in altre considerazioni possibili sull’informazione-conformazione attuale (i reality show meriterebbero un cospicuo saggio a parte!) che il nostro nuovo problema di fronte a ciò che consideriamo negativo non dev’essere più solo “cosa è male”, “perché è male”, ma anche e soprattutto, per potersi meglio porre queste domande: “quanto e quale male mi attrae e di quanta cieca potenza sono fatte le mie eccitazioni, dato che quest’evento mi interessa più di un altro e dopo questo ne vorrò un altro ancora?”.

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