Fioritura umana: l’uguaglianza dei diversamente abili

Le teorie della democrazia non prendono in considerazione i disabili: come costruire un modello inclusivo che promuova la giustizia?

martha nussbaum

martha nussbaum

di Francesca Rigotti

Le persone con disabilità fisiche e mentali sono cittadini eguali agli altri, godono degli stessi diritti?

Le teorie della giustizia elaborate dal pensiero filosofico-politico sono sensibili alle posizioni delle persone con handicap? Secondo Martha C. Nussbaum, teorica della giustizia sociale e filosofa di spicco, la risposta a queste domande è no.

Benché la maggior parte delle teorie della giustizia della tradizione occidentale suppongano di basarsi sull’eguaglianza di tutte le persone, esse non danno il giusto rilievo alle rivendicazioni delle persone con handicap, che nelle società attuali non sono incluse come cittadini sulla base di parametri d’eguaglianza con altri cittadini: è ciò che la Nussbaum sostiene in un recente volume dedicato a tre problemi di giustizia sociale ancora irrisolti: Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza.

I tre problemi irrisolti riguardano:

1) le questioni della giustizia nei confronti delle persone con handicap;

2) il problema dell’estensione della giustizia a tutti i cittadini del mondo;

3) il nostro modo di trattare gli animali non umani.

In questa sede ci concentreremo solo sul primo di questi punti, anche se l’osservazione di base della Nussbaum si applica a tutti e tre i problemi. Essa consiste infatti in una critica alla concezione generale del contratto sociale come si staglia nella tradizione classica occidentale a partire da Thomas Hobbes.

I cittadini: solo baldi giovanotti

I teorici del contratto sociale assumono che i soggetti contraenti siano uomini approssimativamente uguali riguardo alle capacità e in grado di svolgere un’attività economica produttiva: escluse dal contratto sono le donne (considerate “non produttive”) e, per lo stesso motivo, i bambini, gli anziani e ovviamente le persone con gravi menomazioni. Né donne né bambini né vecchi né disabili, dunque, nell’ipotetica situazione originaria della stipulazione del contratto per la scelta dei principi politici fondamentali di una società: soltanto una combriccola di baldi giovanotti e di maturi signori intenti a riflettere su privilegi persi e vantaggi acquisiti.

oscar pistorius

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Se questo riguardava la tradizione classica, come si comporta invece sul punto dell’inclusione la teoria di John Rawls? Quali persone troveremmo se andassimo provocatoriamente a sollevare il velo d’ignoranza? Anche in questo caso il comportamento è inadeguato, risponde la Nussbaum. Troveremmo sì donne e vecchi (bambini no), ma non disabili, che non venendo presi in considerazione ex ante, non trovano posto sulla scena, nel momento delle scelte politiche fondamentali, ma soltanto ex post, ovvero in un momento successivo, quando grazie al senso della benevolenza ci si accorge che esistono anch’essi. E questo nonostante il fatto che la teoria della giustizia di Rawls sia per ammissione di Nussbaum stessa la più solida teoria della giustizia politica disponibile.
Il problema è che le parti del contratto secondo Rawls devono essere libere, eguali e indipendenti: non possedute quindi, non dominate da alcuno e dotate di un’approssimativa eguaglianza di poteri e risorse. Criteri simili a quelli che consentivano l’assenza dalle teorie contrattualistiche tradizionali di bambini, anziani e donne, e che nelle teorie moderne vedono l’assenza di considerazione per i disabili (ma anche per i non cittadini e gli animali non umani; per questo la critica generale al contratto sociale vale anche per gli altri problemi irrisolti).

Certo, gli interessi dei disabili verranno trattati, ma soltanto a un certo momento, mentre i loro bisogni non influiranno sulla scelta dei principi politici fondamentali. Questo per quanto riguarda la pars destruens della critica delle teorie antiche e moderne del contratto in relazione a persone portatrici di handicap. Ma prima di passare a esporre nella pars construens i principi teorici propositivi della Nussbaum, desideriamo approfondire il problema generale dell’inclusione.

Democrazia. O no?

La definizione di alcuni importanti concetti politici della tradizione occidentale (democrazia, contratto, diritti) si basa spesso su assunti semplicemente quantitativi. Ciò significa che le condizioni di parità contrattuale e poi quelle relative ai diritti e alla cittadinanza democratica vengono garantite a un piccolo nucleo di maschi adulti liberi e possidenti (se è il caso bianchi). Pian piano il nucleo si allarga e assorbe altre fasce concentriche, a guisa di una città che allarga la cinta delle mura accogliendo sempre nuovi settori di popolazione. Si allarga la “cerchia dei noi”, direbbe Peter Singer. Si pensi ai “diritti dell’uomo” che nelle prime formulazioni tardo settecentesche comprendevano, senza dirlo naturalmente, soltanto maschi, adulti, liberi e possidenti (gli stessi che avevamo incontrato sulla scena originaria del contratto).

Un esempio paradigmatico, così paradossale da sembrare incredibile, è quello di Sylvain Maréchal, il redattore del Manifesto degli Eguali nel quale si raccoglievano gli afflati egualitaristi di Babeuf e dei suoi congiurati. Ebbene, in tale documento del 1796 Maréchal invoca una società in cui “non ci sia più fra gli uomini altra differenza che quella dell’età e del sesso”.
Se quel che occorre è “l’eguaglianza reale o la morte”, ebbene questa condizione non riguarda donne e bambini, salvati per primi dalla barca che affonda solamente per essere buttati fuori con disinvoltura dalla nave della politica. La differenza dell’età e del sesso esclude “naturalmente” dall’eguaglianza i minori e le donne, come del resto Maréchal ribadisce nell’incredibile ma vero Progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere.

La democrazia delle origini (quella della polis greca come quella delle prime colonie nordamericane) escluse per un tempo lunghissimo schiavi, donne, bambini. Le teorie dei diritti pure, tant’è che furono necessarie dichiarazioni successive (dei diritti della donna, del fanciullo, degli animali e così via) per ribadire l’inclusione di questi ultimi senza continuare a giocare sull’ambiguità del termine “diritti dell’uomo”.

La teoria del contratto infine esclude, nelle sue prime formulazioni, donne, schiavi e bambini, in quelle recenti sia i disabili, sia i non-cittadini, sia gli animali non umani. La domanda che ci poniamo è la seguente: siamo sicuri che sia corretto chiamare democrazia, diritti e contratto sociale concetti e condizioni politiche marchiati da forme così gravi di esclusione? Siamo convinti che si tratti semplicemente di una finezza semantica, di omissioni non gravi, di termini quantitativi che non incidono sulla qualità?

Nella sua “definizione minima di democrazia” Norberto Bobbio chiamava la democrazia “governo del popolo” e poi aggiungeva, con la solita arguzia e il suo mezzo sorriso, che tutto sta nel definire “chi” è il popolo. Oggi sono tutti i cittadini maggiorenni; ieri erano i cittadini maschi bianchi possidenti. Sempre democrazia era. O no?

In fondo chi accetta questa dottrina dell’inclusione per cerchi concentrici grazie al semplice aumento del numero dei partecipanti pare aderire al principio quantitativo espresso da Hegel secondo il quale si verifica nella storia un incremento di libertà, dal mondo orientale (in cui uno solo è libero), al mondo greco-romano (in cui pochi sono liberi), a quello cristiano-germanico (ove tutti gli uomini sono liberi).

Sempre libertà è. O no? È libertà la libertà di uno solo, è democrazia quella che esclude metà della popolazione, sono diritti quelli che escludono le donne, è un contratto sociale degno di tale nome quello che non comprende le persone disabili? Infine, è sufficiente l’escamotage di introdurre dopo ogni sostantivo l’aggettivo “ristretto”, come se una democrazia ristretta e una libertà per pochi fossero sempre e ancora libertà e democrazia?

Ci basti per ora aver posto la domanda, che si è poi suddivisa in tante altre domande, senza andare subito in cerca della risposta. Torniamo invece alle misure propositive elaborate da Nussbaum per l’inclusione ex ante delle persone disabili affinché i loro interessi non vengano trattati, per carità e benevolenza, in un secondo momento, ma influiscano secondo giustizia e dal primo momento sulla scelta dei principi politici fondamentali.

La fioritura umana

Per esemplificare il suo discorso Nussbaum introduce tre casi di tre giovani disabili, figli di suoi parenti o conoscenti: Sesha, giovane donna gravemente ritardata di mente e di corpo, incapace di camminare, parlare, leggere; Arthur, ragazzo apparentemente normale ma affetto sia da sindrome di Asperger sia da sindrome di Tourette, e Jamie, bambino Down. Gli esempi non sono casuali, dal momento che sono soprattutto le menomazioni mentali a mettere alla prova le teorie del contratto sociale con la loro pretesa che i soggetti debbano essere tutti “liberi, eguali e indipendenti” al momento di progettare la struttura di base della società.

Ma è giusta (non efficiente, giusta), ci chiediamo con Nussbaum, una società che non promuove salute, istruzione e piena partecipazione di persone come Jamie, Arthur e Sesha? D’altra parte, è giusto (non efficiente) che una società si gravi dell’onere del mantenimento dei bisogni delle persone dipendenti come queste, senza che il lavoro di cura debba essere svolto, gratis, dalle donne, cui nemmeno si chiede se vogliono farlo ma dalle quali ci si aspetta che se lo accollino spontaneamente? La teoria di Rawls eclude i disabili dalla situazione originaria, benché sia disposta a sostenere l’attribuzione di rispetto in quanto azione (kantianamente) buona in sé.
La soluzione di Nussbaum sta ancora una volta, come per altre situazioni esaminate nei suoi testi, nell’approccio non contrattualista delle capacità, il quale “specifica semplicemente alcune condizioni necessarie per una società sufficientemente giusta” senza adottare l’idea di vantaggio reciproco, centrale alla tradizione del contratto.

Questo approccio delle capacità (non kantiano bensì aristotelico-marxiano) interpreta la razionalità come un aspetto, non l’unico, tra quelli che caratterizzano l’animale umano; né le capacità sono viste come beni primari di tipo economico (reddito e ricchezza) come nel caso di Rawls, bensì come beni plurali, non misurabili in base a un unico standard quantitativo. Importante non è quanto denaro debbano ricevere i disabili bensì che cosa saranno realmente in grado di fare e quali ostacoli dovranno essere abbattuti affinché essi possano esercitare le loro abilità, senza peraltro pretendere di renderli pienamente cooperativi in senso rawlsiano perché probabilmente non riusciranno mai a diventarlo.
Le vite dei cittadini disabili continueranno a essere più difficili delle altre perché incontrano ostacoli eccezionali lungo il percorso verso l’eudaimonìa o fioritura umana. E come non devono essere soggette a disprezzo, così non devono neppure essere escluse dalle teorie della scelta. Sesha, Arthur, Jamie, ci ricorda Martha C. Nussbaum, non saranno mai né indipendenti né uguali né liberi da assistenza ma potranno, forse, sviluppare la propria individualità in base alle proprie capacità e ai propri bisogni.

Pubblicato originariamente su Diogene, n.13, 2008.

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