I social network, fra protesi della volontà e bisboccia eterea
La sagra dell’epitaffio intercambiabile, le caverne telematiche, un carnevale serissimo in cui tutti sono confusamente invitati speciali.

Twitter dunks, Daniel Reeves
di Simon Francesco Di Rupo
L’entusiasmo nei confronti del social network è per lo più generato dalla sensazione che l’uomo non possa non tessere rapporti e introdurre nel mondo nuove forme di socializzazione, confronto, dialogo e associazione: termini scivolosi che però ben riassumono l’idea dell’uomo come “animale sociale”. Come si sa, però, le relazioni possono essere di tutti i tipi, e quindi al di là della logica del vantaggio, ovvero nella dialettica fra vantaggio e svantaggio: ma l’entusiasmo non ha mai tempo per vedere il mondo per dicotomie, vuole sempre la novità perché il passato è da redimere. È qui che il detrattore, infatti, si pronuncia, tuttavia tenendo conto più degli svantaggi che dei vantaggi: anch’egli, in qualche modo, non ha mai tempo per vedere le due facce della novità. In questo caso è il futuro, da redimere.
Nella caverna telematica
E se invece, della novità, indagassimo il cuore antico? Il problema dell’uomo è sostanzialmente quello di lasciar traccia. Sulle mura delle nostre caverne, oggi telematiche, lasciamo le orme del nostro passaggio quotidiano, parliamo di scene di caccia, di un suono che ci è piaciuto nella foresta della realtà extratelematica (ovvero quella che prima di internet ritenevamo la realtà per antonomasia!) ,e trasmettiamo ai nostri conoscenti tutto il piacere della condivisione della solitudine, che è tale e profonda solo se in mezzo a tutti gli altri, che ci amino o no, che ci conoscano o no, che ci vogliano o no.
Il fardello della conoscenza di sé viene esorcizzato costantemente nella ritualità della “messa in piazza” delle protesi della propria volontà. Non si “va” in piazza, si mette in piazza. Un luogo vuoto, metafisico, che non ingombra e non viene ingombrato: è l’immagine di tutto ciò che l’uomo vuole o dispera; più che agorà greca, è lo specchio di tutte le possibilità dell’agorà, e non delle sue realtà; è il fantasma del genere umano, ossia la messa in eterno del precario.
In un certo senso, si potrebbe dire che l’uomo proprio non può vivere senza la creazione di un “mondo dietro al mondo”, come direbbe Nietzsche. Vista così la questione, i detrattori più salottieri potrebbero benissimo parlare di una fisiopatologia platonica, mentre i sostenitori potrebbero addurre ad apologia del social network il fatto che la comunicazione, l’espressione personale è importante in sé e a priori.
Pour parler
Di sicuro c’è che la libertà d’espressione non sempre coincide con l’esprimere opinioni ponderate, non ha solo a che vedere con la certificazione del proprio travaglio intellettuale. La percezione della libertà d’espressione è generalmente situata nei contesti umani dove è concesso il pour parler, sia perché il passatempo è essenziale, sia perché là dove ci può essere bisboccia, può crescere anche il pensiero “serio”, mentre là dove il pensiero “serio” è a priori (ad esempio la scuola) si respira aria opprimente. Cosa ne sarebbe dell’umanità senza “chiacchiera”? Lo stesso Heidegger riconosceva lo statuto fondamentale della chiacchiera nella comprensione e interpretazione dell’uomo nella sua quotidianità.
E in questa sorta di lapide dinamica, l’uomo e la sua maschera si muovono per l’etere nella sagra dell’epitaffio intercambiabile, fra motti ai conosciuti e boutade per gli estranei; autoaffermazioni con il destino di ridursi presto ad autosegnalazioni per alzata di mano, ad ammissioni di latenza nella fragilità del mondo. Finita una realtà se ne fa un’altra.
Ecco cos’è il social network: il diario di un viaggiatore mai partito e mai tornato, un carnevale serissimo in cui tutti sono confusamente invitati speciali, in cui l’enigma dell’identità gioca wireless, “senza-fili”, nell’inebriamento dell’uscire dai fili di una realtà, quella “vera”, che evidentemente viene da sempre percepita come il teatro di un burattinaio sconosciuto. Un inebriamento che porta con sé ogni vitalità e ogni rischio tipici di qualsiasi ebbrezza, frutto di un conflitto fra sogno e realtà che l’uomo maneggia, fra successi e sconfitte, come vendetta contro la sua riducibilità.
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ottimo pezzo. la curiosità dello scambio rispetto a quello che “si mette in piazza” si esaurisce quando in piazza non si va più. il territorio dell’esperienza, da cui si parte per la condivisone e l’interazione, si circoscrive e riduce generalmente a fonti virtuali che sono le stesse per tutti e che generano uno tessuto relativamente ricco di pratica, sensazioni, comparazioni, elaborazioni, insomma di tutto quello che riguarda l’esperienza in termini canonici, per non dire reali (visto che è un termine a mio avviso ambiguo). se stiamo tutti in casa, di che vuoi che ti parlo? ti metto là un video di youtube, condivido un link sul colore delle mutande, ti informo che mangio le lasagne. per fortuna, credo che la noia avrà la meglio anche questa volta.