Il bazar della laicità: intervista a Giulio Giorello

Raoef Mamedov, The Last Supper, 2007
Nel suo saggio Di nessuna chiesa, lei cita l’antropologo Clifford Geertz per il quale la società aperta sarebbe una sorta di “bazar levantino”, caotico quanto si vuole, ma in cui ognuno ha il suo banchetto, il suo posto di vendita. Ritiene che una certa confusione sia il segno salutare di una società libera?
“And from the very beginning there was dissension and confusion”, ebbe a scrivere Karl Popper in un celebre intervento poi incluso in Congetture e confutazioni. Non stava facendo una qualche esegesi vetero-testamentaria, anche se il suo inglese ricorda quello della Versione Autorizzata di Re Giacomo (VI di Scozia e I di Inghilterra), bensì stava parlando dello “scisma” della fisica novecentesca, in particolare della controversia tra Albert Einstein e Niels Bohr a proposito della struttura e del significato della meccanica quantistica.
Basterebbe pensare alle ricadute di quella memorabile battaglia fra giganti, in particolare ai dibattiti susseguiti al celebre teorema di John Bell, per capire come una disparità di opinioni e persino un’atmosfera da bazar giovino “sul lungo periodo” alla crescita della conoscenza.
Vale lo stesso per la società civile? Sì, almeno se pensiamo che un modello di società aperta sia stato costituito inizialmente da quella che Galileo chiamava la Repubblica delle Lettere, cioè la comunità dei “virtuosi” in “filosofia naturale”, oggi diremmo scienza, via via strutturatasi in accademie e istituti di ricerca. Si tratta di un elemento fondamentale del processo di modernizzazione; anzi, del tipo di rete intellettuale e sociale che ha segnato lo stacco dal “tempo dei maghi”, per usare la pregnante caratterizzazione dello storico della scienza Paolo Rossi.
Ovviamente, il mondo è anche pieno di persone che temono questo tipo di caos: o si tratta di gente vile, gente cioè che vorrebbe edificare il patto sociale sulle paure, un pessimo materiale da costruzione, o di personaggi molto astuti che deplorano il bazar perché vorrebbero aver loro il controllo della merce esposta. Usurpatori.

Raoef Mamedov, The Last Supper, 2007
Cosa ne pensa di questo dibattito sull’etica laica e delle diverse posizioni assunte dai laici, nonché della posizione della Chiesa Cattolica?
Precisazione preliminare: non capisco bene cosa si intenda con “etica laica”, soprattutto al singolare. Ci sono diverse etiche laiche, per esempio quella kantiana del dovere e quella degli utilitaristi. Non cadiamo quindi nella trappola di sostituire ai principi dettati da questa o quella religione i principi imposti da questa o quella filosofia. Non sono in gioco solo scelte morali di individui, ma norme incorporabili nel diritto positivo.
L’etica religiosa può avere delle derive verso il fondamentalismo. Può un’etica laica avere derive analoghe, scadere cioè in una variante dell’integralismo?
La risposta è affermativa, data la consapevolezza che – per parafrasare a modo nostro Samuel Johnson – la madre dei dogmatici è sempre incinta. Michel Onfray sostiene che nel dibattito fra razionalità scientifica e fede lo Stato non dovrebbe essere neutro, ma sostenere e promuovere la scienza e l’etica laica.
Lei condivide tale affermazione?
Onfray può ovviamente sostenere quello che vuole. Ma i suoi argomenti mi sembrano molto deboli. Per esempio, vedasi il volume collettivo Atei o credenti. Filosofia, politica, etica, scienza (Fazi, Roma 2007), ove i suoi due partner, Paolo Flores d’Arcais e Gianni Vattimo, non mi sembrano presentare tesi migliori. Io rimango un seguace di Thomas Jefferson, il “risoluto ribelle” della Virginia poi diventato terzo presidente degli Stati Uniti, il quale era cristallino nel sostenere che anche una scienza di Stato sarebbe un’ulteriore versione della tirannide.
Sui principi delle etiche laiche ho già detto sopra. Questo vale anche per gli stessi diritti invocati nel corso dell’esperimento democratico che portò alla formazione degli USA.
Il filosofo John Stuart Mill fu fautore del diritto dei popoli di dichiararsi indipendenti da altri popoli, e sostenne le rivendicazioni degli Stati Uniti e dell’Irlanda. Ma, al tempo della Guerra Civile americana, non era certo tenero con le dichiarazioni di indipendenza dei vari Stati secessionisti del Sud schiavista, dal momento che in tali Stati uscire dall’Unione significava perpetuare l’oppressione dei neri. Dunque, ogni “principio” va valutato applicazione per applicazione sulla base delle conseguenze che esso potrebbe produrre.

Raoef Mamedov, Ecce homo, 1998
Maurizio Ferraris sostiene che l’attuale ritorno della religiosità sia un fenomeno superficiale: il credente poco o nulla sa della religione, crede nel Papa, non nei dogmi. Alla domanda “in cosa crede chi crede”, Ferraris così risponde: “Al Papa della televisione”. Lei come risponderebbe?
Semplicemente così: sono fatti loro! A me non interessano le credenze dei cattolici italiani, o dei protestanti nordirlandesi o degli islamici sull’altra sponda del Mediterraneo. Mi interessano le loro azioni. Se violano la “mia” libertà, intesa come dispiegamento delle mie preferenze, quelle che Joseph Ratzinger chiama sprezzantemente “voglie”, la risposta non può essere che una: lotta senza quartiere.
La religione riesce a comunicare efficacemente i propri valori, a porsi addirittura come agenzia di valori, anche quando viene contestata. Gli scienziati e i laici non sembrano altrettanto capaci di comunicare. Ciò da cosa dipende, secondo lei?
Da una cattiva immagine della scienza. Se noi costruiamo un idolo della scienza, come fonte di “verità assolute”, facciamo solo il gioco dei filosofi paurosi dell’impresa tecnico-scientifica o dei dogmatici più diversi. Ma la scienza come depositaria di “verità assolute” fallisce per la mancanza di queste ultime, come osservava un grandissimo matematico, Bruno de Finetti, già negli anni Trenta del secolo scorso. Questo non comporta, come oggi sembra credere qualche assolutista in ritardo, la bancarotta della scienza. Tutt’altro.
Il carattere fallibile dell’impresa scientifica è la miglior garanzia che si vada avanti verso orizzonti intellettuali nuovi e sconfinati, come verso conquiste tecnologiche sempre più importanti ed economicamente soddisfacenti. È tale senso profondo di quella che, a suo tempo, Carlo Cattaneo chiamava “industria” che dobbiamo oggi recuperare facendo onesta informazione e buona divulgazione. E lasciando perdere le lamentazioni di filosofi tecnofobi come Theodor W. Adorno, così citato nella Spe salvi di Benedetto XVI.
La religione, nel suo rapporto con la scienza, invoca la necessità di porre limiti alla ricerca. Ritiene che anche in una prospettiva laica sia giusto parlare di limiti etici della scienza?
Tutto il discorso precedente sulla libertà individuale muoveva dalla premessa dell’assenza di danno ad altri, cardine di etiche e politiche liberali, io direi più risolutamente “libertarie”. Ciò vale ovviamente anche per la scienza. Se si tiene a mente questo non c’è bisogno di invocare tale o talaltra rivelazione divina.
Lei ha quindi una sorta di ostilità a priori nei riguardi dell’universo religioso?
Niente affatto. Ritengo che la tensione verso il divino abbia ispirato aspetti affascinanti dell’avventura umana. Quando mi si chiede come giudico la Chiesa in Italia, sono tentato di rispondere che amo “le chiese italiane”, e non solo!, cioè quelle grandi manifestazioni visibili dell’invisibile. Lo stesso potrei dire di edifici meravigliosi come la grande moschea di Cordoba che, tra l’altro, auspico venga presto riaperta al culto istituito dal Profeta, nonostante le resistenze dei dogmatici locali a questa iniziativa veramente tollerante e pluralistica.
A differenza di qualche veteropositivista, non penso che le religioni tradizionali siano state scalzate da una qualche religione della scienza. Certo, il contrasto tra programmi scientifici di grande respiro e la lettera di qualche sacra scrittura può essere anche stridente e drammatico, ma noi acquirenti dei più vari prodotti del “bazar” non abbiamo paura di avere a che fare con aspetti contraddittori e al tempo stesso complementari della realtà, e in questo ci sentiamo incoraggiati dalla filosofia aperta e tollerante di un grande fisico, Niels Bohr.
Nella vorticosa corrente che per tutto l’Occidente trascina Ebraismo, Cristianesimo e Islam, pur nel fango dell’intolleranza e nel sangue della persecuzione, occorre saper ritrovare quei frammenti di intelligibilità del mondo che hanno consentito le intuizioni di un Firdusi, di un Dante, di un Mosè Maimonide, o, se si preferisce, di un Lutero o Pascal. Per contrasto, proprio questa intelligibilità della fede o, meglio, delle fedi, fa risaltare la miseria delle burocrazie dello spirito che pretendono di normalizzare le coscienze. Che questo tentativo sia “laicamente” ripreso anche da qualche politico, magari sotto il pretesto della difesa della “democrazia” dagli elementi perturbatori, non è una scusante né per Chiese né per partiti.
Pubblicato originariamente su Diogene, n. 11, 2008.
Intervista di Cesare Del Frate
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