Il cilicio, il moralismo feroce e l’omofobia

Tanja Ostojic, Tanja Ostojic and Marina Grzinic: Politics of Queer Curatorial Positions: After Rosa von Praunheim, Fassbinder and Bridge Markland, 2003.
Sentir dire da una parlamentare cinta da cilicio che ci sarebbero persone “anormali” che minano i fondamenti della società è alquanto surreale. Ciò che mi scandalizza, beninteso, non è il cilicio di per sé – non ci sarebbe nulla di strano se fosse semplicemente un gingillo sadomaso –, ma la funzione che questo assume nella logica (integralista) della purezza. Nell’addestramento militare la resistenza al dolore è prova di virilità e di attitudine alla lotta. Per Binetti, e per certi fanatici, la sopportazione del dolore manifesta l’integrità dell’anima – in mezzo a un mondo di impuri e corrotti. Le feroci maglie del cilicio tracciano il confine invalicabile fra la comunità degli eletti e tutti gli altri. Una gerarchia del bene che giustifica a priori ogni azione. Come quella di giudicare inferiori altri esseri umani sulla base del loro orientamento sessuale.
Binetti è solo il caso più eclatante di un moralismo feroce che taglia trasversalmente gli schieramenti politici come i raggruppamenti sociali, che cataloga e gerarchizza le forme di amore e di affetto per sancire quali sono pienamente umane e quali sono invece difettose, se non patologiche. È una questione di confini e di purezza: perché gli eletti si possano sentire tali, devono poter specchiare la propria superiorità nell’altrui degradazione. Qual’è la prova che io incarno la giustizia e la purezza? È la derelizione di chi a tale giustizia e purezza non accede. Chi può meglio testimoniare il mio privilegio se non chi ne è escluso? Il moralismo feroce ha strutturalmente bisogno, per edificare il culto (il feticcio) di sé, di un altro abietto da denigrare.
Hegel diceva che il padrone non può essere tale senza il servo. Simone de Beavuoir, in Il secondo sesso, che l’uomo non può essere tale senza la donna. Vediamo oggi all’opera, ancora una volta, la stessa logica, questa volta fondata su un moralismo feroce che si accanisce contro i corpi e le vite di omosessuali e transgender. Così il Parlamento sancisce l’incostituzionalità della proposta di legge contro l’omofobia:
l’inserimento tra le circostanze aggravanti comuni previste dall’articolo 61 del codice penale della circostanza di aver commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento sessuale ricomprende qualunque orientamento ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo ecc.
L’accostamento fra omosessualità e pedofilia è un cavallo di battaglia per certi personaggi. Meno usuale, ma ugualmente turpe, l’equiparazione all’incesto e alla necrofilia. Da queste parole trasudano odio e disprezzo. I sentimenti che alimentano il moralismo feroce, e che Binetti aveva già chiaramente espresso quando, nel 2007, durante la trasmissione Tetris (La7), dichiarò: “L’omosessualità è una devianza della personalità”. Anche le parole di Renato Farina, su Il Giornale, ex giornalista e parlamentare del PDL, sono rivelatrici: “Per me uccidere una persona è il delitto peggiore che esista, grida vendetta al cospetto di Dio. E non dovrebbero esistere graduazioni. Ma a lume di buon senso, quanto al danno sociale, siamo sicuri che sia più grave uccidere un omosessuale single che un padre di famiglia?”.
Questo moralismo è una predisposizione feroce, e al contempo fragile. Soffre della debolezza della paranoia: l’incubo dell’assedio perenne, la costante chiamata alle armi per difendere la cittadella-fortezza dei puri. Il termine omofobia, coniato nel 1971 dallo psicologo George Weinberg, designa proprio una pulsione isterica di odio verso la diversità nell’orientamento sessuale. Se il padrone ha bisogno del servo, ne avrà per ciò stesso anche paura: ciò che più teme è che il servo rivendichi la propria uguaglianza. Che mandi in frantumi lo specchio grazie al quale il padrone si illude della propria superiorità. E ormai, lo specchio è già incrinato.
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