Il cinismo oggi: da Diogene a Sloterdijk

Peter Sloterdijk

Peter Sloterdijk

di Laura Cervellione

Viviamo in tempi “cinici”? Pochi come Peter Sloterdijk (Karlsruhe, 1947), l’intellettuale della Scuola di Francoforte nella sua versione “nietzscheiana”, si sono confrontati in modo tanto libero e spregiudicato con questo tema. L’omaggio che il professore di Karlsruhe tributa a Diogene, unito alla volontà di esplorare, foucaultianamente, le tensioni vitalistiche nascoste dietro ogni “verità”, sono i temi sviluppati nella sua Critica della Ragion Cinica (1983),[i] “capolavoro di letteratura filosofica”, come lo definì Jürgen Habermas. Sulla scorta di quei grandi outsiders della critica – moralisti francesi, enciclopedici, socialisti, pensatori come Heine, Marx, Nietzsche, Freud – Sloterdijk mantiene l’intento di una critica che sappia ricongiungere teoria e ironia, argomentazione scientifica rigorosa e quella capacità di dire il vero propria della letteratura, della satira e dell’arte. La Critica della Ragion Cinica vuol riassumere per sommi capi l’evoluzione storica dell’illuminismo, rivelandone le contraddizioni interne con una sagacia non priva di un sottile umorismo. Con l’illuminismo, la ragione, incaricata di costruire un mondo più ospitale per l’uomo, ha invece via via esplicitato l’arbitrarietà di ogni nostro costrutto scientifico e culturale. Ogni critica produce così una ferita al nostro narcisismo e sgretola le nostre certezze: l’illuminismo, lavoro pionieristico nel dolore, apparirebbe così nelle sembianze della “triste scienza” di adorniana memoria. Eppure, la ragione disvelata, osserva Sloterdijk, non diviene, come avrebbe dovuto succedere secondo logica, una ragione “illuminata”, una ragione più critica e avveduta, ma al contrario si fa “ragion cinica”: strano fenomeno collaterale del disvelamento (a-letheia).

La ragion cinica è una “falsa coscienza illuminata”, una ragione che sa la verità su se stessa e, nonostante tutto, continua a operare come prima. Il paradosso è proprio questo binomio indissolubile tra illuminismo e falsità, disvelamento e nuovo nascondimento, visto che, malgrado tutto, “si deve continuare a lavorare”: questo il programma del neocinico, che risulta essere

sul piano psicologico un caso limite di melanconico che riesce a controllare i suoi sintomi depressivi conservando una certa capacità di lavorare.

Apatia post-illuminista

Diversamente dal kynicòs antico, il punto d’arrivo del cinismo moderno non è la vita spensierata nella botte, ma l’immersione apatica nello stress quotidiano, alleggerito da po’ di relax e qualche calmante. Ecco perché per Sloterdijk si richiede con urgenza una “critica della ragion cinica”.

Il cinismo antico voleva lasciare un messaggio ben diverso: esso voleva essere opera di rasserenamento. Rappresentò la prima reazione ai contrasti tra theorein e bios: la soluzione dei cinici si configurò come un inno autarchico, spezzando ogni legame familiare e sociale, rifiutando l’affidarsi a ciò che è di troppo, ciò che ostacola, prima di tutto rifiutando il vestito, indice ingombrante di un ben più pesante sistema di protezione. Virtù è per i cinici il vivere a contatto con la natura intesa come massima potenza reale, esattamente come lo è per Nietzsche il bios.

Lo sgomberare il campo dai falsi dèi e dai falsi involucri protettivi, esito del lavoro della cultura secolare progressista settecentesca, ha inaspettatamente prodotto uno stato di malattia sociale, da definirsi come un generale immobilismo condito da una diffusa disaffezione dalle cose. Le retroazioni del sapere condannano al sentimento d’inanità di fronte a tutto, alla resistenza demoralizzata rispetto alla dura datità del “mondo là fuori”. L’Aufklärung produce la weberiana “era del disincanto”: in essa  pullulano gli egoismi senza slancio della coazione alla sopravvivenza, del desiderio di autoaffermazione, dell’accettazione e della riparazione compulsiva dello status quo. Tutto crolla, ma opplà wir leben. Si va a scuola di realtà per diventare adulti, se ne esce induriti ma in fondo si considerano i rapporti instaurati alla stregua di una legge di gravitazione necessaria. La risoluzione del problema della sopravvivenza avverrebbe dunque sull’onda di una sorta di fascismo teorico, una struttura articolata in superconvenzioni pseudo-realiste che sottendono come basi ideologiche dei modelli deboli, nati da una disattivazione della coscienza o stabiliti a tavolino da un freddo razionalismo neo-funzionalista. Davanti a tale imperante mentalità della cura e dell’autoinibizione, della iperserietà e della depressione, è ancora possibile, si chiede Sloterdijk, cercare in modo sano la felicità?

Illuminismo rusticano

La risposta è ancora da cercarsi nella lezione illuminista: vi è un qualcosa di profondamente vitale che è stato dimenticato. Questo qualcosa affonda le sue radici nella prima forma di materialismo dialettico ed esistenzialismo della storia del pensiero, la prima produzione filosofica “contro il sistema” che è costituita dal cinismo antico, un “illuminismo rusticano”, secondo l’espressione di Sloterdijk. Diogene che “piscia contro l’idealistico vento” è la prima rivolta sfrontata contro la perversione schizoide di un pensiero esclusivamente cerebrale.

Perché bisogna essere spiriti abbastanza audaci e liberi per avere il coraggio di dire la verità. E la verità è anche la sostanza vivente, l’Inferiore, il Separato, il Privato, materie mortificate ed escluse dal dialogo accademico (e il femminismo ne sa qualcosa). Dire la verità è una pratica impossibile dove si parla e basta, dove non c’è collegamento con il rischio personale, dove non si traggono conclusioni sulle proprie stesse pratiche vitali. Tuttavia questo accade raramente nella normale prassi accademica, dove si fa sfoggio di astrazioni radicali invivibili e nel frattempo si continua a vivere come prima. Ciò però non si confà a un onesto materialismo esistenziale, e ciò vale anche per chi, rivendicando per sé tale appellativo, nei fatti rimane una creatura cerebrale. Come diventare allora degli autentici cinici?

Un’ironia fieramente infantile

Un’arma eccellente è la risata, mezzo filosofico-epistemologico dotato di un potere disgregante senza pari. L’umorismo è capacità di avere percezione delle possibilità di ristrutturazione del reale, nel momento in cui certi costumi o convenzioni si rivelano assurdi o perversi: questo è il potenziale di un illuminismo gaio e ludico, ironico e beffardo, fieramente “infantile”, proprio perché in ogni professione di esprit de serieux sembra si annidi una cupa e depressa giustificazione necessitante di ogni status quo. Così Diogene, davanti alla magnanima concessione fattagli da Alessandro di Macedonia di potergli chiedere l’esaudimento di un qualsiasi desiderio, ribatte prontamente: “Spostati perché mi fai ombra”.

Diogene (Jean Leon Gerome 1824-1904)

Diogene (Jean Leon Gerome 1824-1904)

Uno scherzo che esprime la volontà di assumere come condizione esistenziale una gaia irriverenza verso ogni astratta strutturazione della realtà sociale, e insieme un rifiuto pacifico della tossicomania teoretica, dell’ambizione pubblica e delle storture dell’oggettività politica. Il suo stesso appellativo “cane” è cifra coerente del suo sereno distacco dalla sovrastruttura, dalla schiavitù del principio di realtà: questo non in nome di una ricaduta complementare nel giogo del Lustprinzip, anzi, come si vede nell’evoluzione storica del cinismo antico, i cinici si sottoponevano a un rigido autocontrollo (il che, osserva Sloterdijk, va però ben distinto dall’autoreprimersi). Inizia con Diogene un’operazione che Nietzsche, moderno neokynicòs, chiamerà Umwertung aller Werte, rivoluzione culturale all’insegna della “nuda verità”. Una verità da denudare, oltre che con la risata, anche con il gesto masturbatorio, altra estrema professione di fede vitalistica e dichiarazione d’indipendenza contro la sovrastruttura sociale: Diogene praticava l’onanismo nelle pubbliche piazze. In questo il femminismo contiene un nucleo cinico originario, proprio nel sottolineare l’autoerotismo e in generale la gestione autarchica del momento sessuale come pratica d’emancipazione da ogni costrizione matrimoniale, conservatorismo familiare, establishment relazionale, come un diritto e un piacere di cui non si deve dire “grazie” a nessuno.

Vivere le proprie idee

Il nucleo vitale “impensato”dell’Illuminismo è quello slancio di vivere di persona le proprie idee e i propri desideri che, dal cinismo antico fino alla liberalizzazione sessuale e ai moderni movimenti hippy e freak,[ii] si prefigge di portare a galla, pubblicizzare e sbandierare in piazza ciò che è a noi più vicino ma che è sempre stato schiacciato, mortificato, abbassato, relegato nel privato delle quattro mura (Nietzsche sottolinea in Umano, troppo umano[iii] come l’inesperienza intellettuale sulle cose a noi più prossime e di più vitale importanza abbia avuto conseguenze catastrofiche per la società). Come può riscattarsi tale materia vivente? Secondo Sloterdijk

contro la teoria, la più ricca di discernimento, ecco dunque opporsi l’ostinato e (speriamo) intelligente uso dei corpi.

La sfrontatezza sarà tanto più efficace, quante più saranno le volte in cui essa sottenderà nel suo esprimersi delle forze concrete, attente ai desideri, prime energie “reali” in senso pieno e “annunciatori di possibilità”, da cogliersi indossando un’ottica di gioioso rischiaramento illuminista.



[i] Cfr. P. Sloterdijk, Krityk der zynischen Vernunft ( = KzV), Suhrkamp, Frankfurt am Main 1983, trad. it. a cura di A. Ermano, Critica della Ragion Cinica, Garzanti, Milano 1992.

[ii] Cfr. W. Hochkeppel, Mit zynischem Lächeln. Über die Hippies der Antike, in “Gehört gelesen”, dicembre 1980.

[iii] Cfr. F. Nietzsche, Menschliches, Allzumenschliches (1878), trad. it. Umano troppo umano. Un libro per spiriti liberi, in G. Colli, M. Montinari, Opere di Friedrich Nietzsche, Vol. III, II, Adelphi, Milano 1968, cfr. in particolare “La fragilità terrena e la sua causa principale”.

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