Il corpo che vuoi: intervista a Judith Butler

Le performance queer, la militanza teatrale, come leggere Hegel e Foucault per decostruire le trappole identitarie, la critica alle fobie sessuali del femminismo anti-pornografia.

Judith Butler

Judith Butler

di Judith Butler

intervista di Liz Kotz


Ragazzi nei panni di maldestre ragazze molto glamour, ragazze in quelli di ragazzi machi e chic, ragazzi neri travestiti da donne bianche: il gender bending, cioè il travestitismo artistico, un tropo centrale del Modernismo a partire almeno da Duchamp, nonché da sempre pezzo forte nei cabarat e negli spettacoli, sembra godere di una rinascita nelle gallerie d’arte a livello globale. Dalla moglie che si spoglia mostrando un fisico palestrato decisamente maschile di Mattew Barney, fino ai metamorfismi di Chuck Nassey, c’è tutta una serie di esilaranti instabilità che stanno venendo mappate nella proliferazione di giochi identitari. Influenzate da diverse correnti intellettuali, critiche, di militanza politica, queste esplorazioni dell’identità e del desiderio riflettono la reinterpretazione delle relazioni fra sessualità, potere e soggettività tipica degli ultimi decenni.

Mattew Barney, untitled, 2007.

Matthew Barney, untitled, 2007.

In questo fenomeno è di importanza cruciale il lavoro della filosofa Judith Butler, a partire dalla pubblicazione di Gender Trouble (Travagli di genere), nel 1990. La filosofia di Judith Butler sta alla base di una nuova ondata femminista che mette in questione le rigide dicotomie sesso/genere, uomo/donna, etero/gay. Parliamone allora con lei:

Il tuo lavoro è enormemente popolare fra le giovani femministe, lesbiche e gay, e fra chi è impegnato nelle varie forme di attivismo di genere. La tua filosofia sembra offrire un’articolazione teoretica per un sacco di pratiche culturali, artistiche, sessuali emerse a partire dagli anni Ottanta.

Ho iniziato a scrivere Gender trouble come un’indagine sul profondo eterosessismo di gran parte della teoria femminista. Inizialmente pensavo il libro fosse rivolto alle femministe eterosessuali, una sorta di monito e di sfida. Al contempo, il libro non intendeva essere un’estensione del femminismo lesbico, e non lo è nel momento in cui porta avanti una critica anche proprio di questo femminismo, e in particolare una critica del modo in cui le comunità femministe lesbiche sono diventate così ossessionate dal presidiare i propri confini identitari, cosa che a me sembra una dismissione della politica. Ho cercato di rivolgere la critica all’identità anche contro certe nozioni dell’identità gay e lesbica.

Mattew Barney, Drawing Restraint 9, 2006.

Matthew Barney, Drawing Restraint 9, 2006.

Una cosa che associazioni di critica politica e culturale come ACT-UP e Queer Nation hanno cercato di fare, in modi diversi, è stato di rendere la questione identitaria meno centrale. Entrambi i movimenti si sono poi impegnati in performance artistico-teatrali a scopi politici, come i die-ins (manifestazioni in memoria dei morti di AIDS) per le strade o i kiss-in (assembramenti di uomini e donne che si baciano pubblicamente) nei supermercati. È una teatralizzazione dell’identità, una sua produzione performativa, evidentemente strategica, nessuno ti chiede una patente identitaria quando partecipi a una riunione di ACT-UP.

Non ne sono così sicura: penso ci siano problemi anche con questa nozione di teatralizzazione, con le tipologie di conformismo che ne possono risultare.

Quantomeno la nozione di “queer” si supponeva fosse una in cui non aveva importanza ciò che facevi, come lo facevi, o cosa sentivi nel farlo; se volevi unirti alla comunità politica, eri libero di farlo. Penso ancora ci sia qualcosa di importante nell’idea di queer: per un certo tempo sentii una sorta di felicità per le possibilità offerte dal queer, anche se ora mi rendo conto che non può funzionare da termine onnicomprensivo. E chiaramente organizzarsi attorno al tema dell’Aids deve andare oltre le strategie teatrali, e ci va. Ciò che è essenziale capire è che i giovani erano particolarmente attratti dalla possibilità della militanza teatrale.

Mi chiedo in che modo leggano Gender trouble i giovani che nella propria vita non hanno fatto esperienza del femminismo identitaria che tu critichi.

Beh, c’è un modo sbagliato di leggerlo, che sfortunatamente è quello più popolare. L’interpretazione sbagliata suona pressapoco così: posso alzarmi al mattino, guardare nell’armadio e decidere di quale genere voglio essere oggi. Posso prendere un indumento e cambiare il mio genere, stilizzarlo, e poi la sera posso cambiare ancora divenendo qualcosa di radicalmente diverso. Così alla fine ti ritrovi è qualcosa di simile alla mercificazione del genere, con l’idea che la performance di genere sia una forma di consumismo.

Mattew Barnei, Drawing Restraint 9, 2006.

Matthew Barnei, Drawing Restraint 9, 2006.

E anche un atto della volontà…

… da parte di un soggetto che tratta il genere in modo deliberativo, come se fosse un oggetto lì davanti a me, quando invece il mio argomento era che la formazione del soggetto e della persona presuppone il genere, il genere non lo si può scegliere e la performatività non è libera scelta né volontarismo. La performatività ha a che fare con la ripetizione, molto spesso con la ripetizione di norme di genere oppressive e dolorose, per forzarne la risignificazione. Questa non è libertà, è il problema di come “lavorare” la trappola in cui inevitabilmente ti trovi.

Nel mio saggio ho cercato di interrogare le dolorose ironie dell’essere fino in fondo implicati nelle forme di potere a cui ci opponiamo, e ho cercato di chiarire quale tipo di strategia possa derivare da una simile situazione. Penso non esiste un al di fuori del potere, e in questo sono vicina a Foucault, ma non penso che per questo il soggetto sia completamente determinato da relazioni potere.

Cosa dire della ripetizione parodistica o della risignificazione come strategie politiche possibili – come progetti culturali? Come determinare ciò che costituisce una ripetizione sovversiva?

Prima di tutto, non è per niente facile capire se qualcosa sia o meno sovversivo. La sovversione non è cosa che si possa misurare o calcolare, infatti, ciò che intendo per sovversione sono proprio quegli effetti che sono incalcolabili. Penso che una parodia, per sovvertire l’egemonia eterosessuale, debba al contempo mimare e traslare le sue convenzioni. E non ogni imitazione è traslazione.

Matte2 Barney, the Cremaster cycle, 1994-2002.

Mathtew Barney, the Cremaster cycle, 1994-2002.

Come mai, nella politica di oggi, c’è bisogno di tornare a Hegel?

Non ho bisogno di tornare a Hegel per contribuire alla vita dei movimenti, ma io personalmente ho iniziato a leggere la filosofia da quando avevo 14 anni, amavo sedermi con l’Etica di Spinoza e scrivere commenti che nessuno avrebbe mai letto. E non devo giustificarmene con nessuno. Penso sia importante esplorare questioni intellettuali che non possano essere facilmente giustificate tramite una relazione diretta o prevedibile con la politica. Non voglio pensare sempre vincolata da un simile standard, e mi preoccupano gli effetti che potrebbero sortire da una simile, rigida concezione della responsabilità politica.

Credo che molte persone si trovino in posizioni paradossali: io sono un po’ stufa di essere queer. Mi hanno chiamata l’altro giorno per invitarmi a una conferenza, e ho risposto: “sai che c’è?, non sono più queer”, e ovviamente sono totalmente queer, come lo sono sempre stata da quando avevo 16 anni, ma voglio dismettere il mio essere queer. Voglio dire, è dura essere queer tutto il tempo, e mi piace Hegel. È doloroso per me l’aver scritto un intero libro mettendo in questione le politiche identitarie, solo per vedermi attribuire l’etichetta dell’identità lesbica. O le persone non hanno realmente letto il libro, o la commercializzazione delle politiche identitarie è così forte che qualsiasi cosa tu scriva, persino quando si oppone esplicitamente a quelle politiche, viene catturata in quel meccanismo.

Matthew Barney, The Cremaster Cycle, 1994-2002.

Matthew Barney, The Cremaster Cycle, 1994-2002.

Sono curiosa di sapere quanto i dibattiti sulla pornografia degli anni Ottanta hanno influenzato il tuo lavoro.

Molto. Credo di aver preso molto seriamente la critica femminista alla pornografia negli anni Ottanta, ma poi mi sono persuasa che era completamente sbagliata. Una cosa che mi allarmava era il modo in cui venivano descritte la fantasia e la psiche da femministe anti pornografia come Andrea Dworkin. Lei pensa che le immagini abbiano il potere di formare la psiche e i desideri, di produrre azioni in modo quasi meccanico. Mi ha colpito che lei volesse disciplinare non solo le rappresentazioni ma anche il modo il pensare della gente, i desideri e le fantasie; lei vuole cancellare la distinzione etica fra fantasia, rappresentazione e azione.

Sono arrivata a pensare che il femminismo ha contribuito non meno della cultura imperante a circondare di senso di colpa il sesso e le fantasie, e penso che il mio essere lesbica in qualche modo mi portasse ad oppormi a ciò che il femminismo prescriveva in quei tempi. L’emergere del radicalismo sessuale, il pensare attraverso relazioni di potere e sessualità tanto quanto la complessità dello scambio butch/femme, sia stato molto importante per me, anche se poi sono diventata abbastanza critica anche nei confronti di quel movimento.

Semplicemente non penso che la sessualità sia senza ombra di dubbio quel terreno neutrale o che sia implicitamente liberatoria o impeccabilmente onesta, e non ritengo debba essere l’unico focus della riflessione politica.

Pubblicato originariamente su Artforum 31, n. 3, 1992.

traduzione di Cesare Del Frate

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3 Responses to “Il corpo che vuoi: intervista a Judith Butler”

  • bella l’intervista….il pezzo più significativo secondo me è:
    Credo che molte persone si trovino in posizioni paradossali: io sono un po’ stufa di essere queer. Mi hanno chiamata l’altro giorno per invitarmi a una conferenza, e ho risposto: “sai che c’è?, non sono più queer”, e ovviamente sono totalmente queer, come lo sono sempre stata da quando avevo 16 anni, ma voglio dismettere il mio essere queer. Voglio dire, è dura essere queer tutto il tempo, e mi piace Hegel. È doloroso per me l’aver scritto un intero libro mettendo in questione le politiche identitarie, solo per vedermi attribuire l’etichetta dell’identità lesbica. O le persone non hanno realmente letto il libro, o la commercializzazione delle politiche identitarie è così forte che qualsiasi cosa tu scriva, persino quando si oppone esplicitamente a quelle politiche, viene catturata in quel meccanismo.

  • Sono d’accordo. L’intervista è del 94, oggi i movimenti hanno una maggiore consapevolezza delle trappole identitarie, comunque il tema è ancora d’attualità. Tradurrò e pubblicherò nel week end la seconda parte dell’intervista, dove Butler parla a lungo proprio dei movimenti

  • [...] implicati nelle forme di potere a cui ci opponiamo” (Judith Butler, Il corpo che vuoi, leggi qui). Si definisce di volta in volta donna, uomo, gay, trans, sono le carte che abbiamo in mano in [...]







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