Il Nirvana prenatale: Freud buddhista
Per Freud il paradiso c’è, ma non sta in Cielo. È nello stadio prenatale, quando il feto, sviluppato abbastanza se non per pensare almeno per immaginare, “crede” di essere tutto. Non percepisce altro all’infuori di sé, l’universo intero ridotto alla simbiosi fra lui e il ventre materno – la fusione amniotica che secondo Freud è simbolizzata, nell’inconscio, dall’immagine del mare. Come un dio, i confini nel nascituro coincidono con quelli della realtà. Inoltre, non ha bisogno di nulla. Anzi, non “sente” il bisogno: ogni sua necessità è soddisfatta all’istante. Non ha mai fame: è costantemente nutrito dallo scambio di fluidi con la madre. Non ha sonno o stanchezza, né prova dolore.
Gli occhi e la bocca sono chiusi, non vede né gusta. Non respira: niente olfatto. Ha tuttalpiù flebili sensazioni tattili ed uditive. Al posto dei sensi, un pervasivo stato di benessere: nel paradiso prenatale, il nascituro è letteralmente beato. Un piacere soffuso e mite, che Freud chiama Nirvana. Ogni piacere che si proverà nella vita sarà sempre ben poca cosa, se paragonato a quel benessere primordiale. Anche l’orgasmo non è che una debole imitazione della pienezza.
Dal Paradiso, si sa, si viene cacciati: il bambino nasce, il paradiso è perduto. L’infante è creatura nel mondo, mentre prima era abituato ad essere Il mondo, ad essere tutto. Inizierà a sentire il bisogno: la prima lotta quella per respirare. Il bisogno come attesa dolorosa fra la necessità e la sua soddisfazione. Prendiamo ad esempio la fame, sensazione prima sconosciuta. Ora il bambino percepisce dentro di sé una mancanza, una tensione, e per placarla dovrà aspettare che la madre lo nutra. Nel frattempo, urla a squarciagola. La sua disperazione chiaramente non è proporzionale alla sensazione della fame, spiacevole ma non certo catastrofica come sembrerebbe dalla reazione. Aver fame, per il neonato, è tragico non di per sé, ma perché è qualcosa di nuovo e sconosciuto, una percezione intollerabile, abituato com’era alla beatitudine precedente. Rispetto al paradiso, anche la più lieve insoddisfazione deve sembrare un cataclisma.
Otto Rank, allievo di Freud, arrivò a teorizzare il “trauma della nascita”: l’evento di rottura che segna l’uscita del paradiso:
ciò che Platone intende per Eros è l’intensa nostalgia per uno stato perduto, meglio: per un’unità perduta, e per spiegare la natura dell’istinto sessuale ricorre alla famosa metafora di un essere primitivo diviso in due metà, di cui una anelerebbe a ricongiungersi con l’altra
La mitica unità originaria è, per la psicoanalisi, quella con la madre. Gli uomini, inconsciamente, desiderano tornare a quello stadio di perfezione, è ciò che cercano persino nell’atto sessuale: un godimento perfetto nella fusione dei corpi. In altre parole, la beatitudine prenatale è il piacere più grande mai provato, e funge quindi da modello, o pietra di paragone, di ogni piacere successivo.

Insomma, per Freud il piacere è la ricerca della fusione originaria, in cui la distanza fra l’io e l’altro, fra l’io e il mondo, si annulla:
Al culmine dell’innamoramento il confine tra Io e oggetto minaccia di dissolversi. Contro ogni attestato dei sensi, l’innamorato afferma che Io e Tu sono una cosa sola, ed è pronto a comportarsi come se davvero fosse così
L’amore porta ad espandere i confini dell’Io, quasi a farli coincidere con quelli del mondo, come nell’eden perduto della fase prenatale.
Ma di che tipo di piacere si tratta? La simbiosi prenatale è un Eden perché priva della sofferenza connessa al bisogno. Esaudire una pulsione è certamente piacevole, ma il tempo che intercorre fra l’insorgere del desiderio e la sua soddisfazione è segnato da una tensione dolorosa. Per Freud l’uomo, essere finito e non onnipotente, deve costantemente sopportare la tensione spiacevole dell’impossibilità di soddisfare istantaneamente ogni sua pulsione. Per placare la fame, la sete, l’impulso sessuale, bisogna essere pazienti. Lo sappiamo, razionalmente, ma l’inconscio rimane come un bambino capriccioso che vuole tutto e subito. Così era abituato nel periodo prenatale, e mai si rassegna alla “cacciata dal paradiso”.
A questo punto è chiaro che per il fondatore della psicoanalisi il piacere altro non è che l’assenza di tensione, una sorta di pace dei sensi. Se ogni desiderio innesca un meccanismo fondato sulla tensione e lo sforzo, allora il soddisfacimento della pulsione coinciderà con il venir meno di tale fremito, con il ritorno alla quiete. Ecco perché Freud dice che il desiderio ha un’anima “conservatrice”, in quanto il suo scopo è restaurare lo stato di benessere, di grazia, precedente all’insorgere del bisogno. Paradigmatico è proprio il caso della sessualità, dove il desiderio logora, freme e infiamma: l’orgasmo è ciò che ci solleva da questa condizione. Il piacere è il sollievo che sopraggiunge una volta placata la brama.
La riflessione di Freud è qui profondamente influenzata dalle filosofie orientali, e in particolare dal buddhismo. Non solo ci sono forti affinità con la teoria del filosofo Schopenhauer, a sua volta debitore nei confronti del buddhismo, che predicava l’atarassia, l’assenza di desideri, come condizione ottimale. Ma c’è anche un collegamento diretto, tramite lo scrittore e poeta Romain Rolland, amico intimo di Freud e seguace di Ramakrishna e Vivekananda. In Il disagio della civiltà Freud cita appunto Rolland per descrivere quel “sentimento oceanico” che caratterizza la volontà di simbiosi col mondo, quel riunirsi inconscio con la madre che prelude al raggiungimento della beatitudine. E non a caso Freud descrive tale stato come Nirvana, termine forse più adatto di Paradiso: il Nirvana è nella spiritualità orientale l’ascesi mistica del saggio che abbandona gli affanni del mondo. Se il desiderio accende la miccia della tensione, e quindi della sofferenza, meglio allora abbandanore ogni pulsione, distaccarsi dai piaceri mondani per trovare la pace e la serenità. Certo, nel buddhismo il Nirvana è un concetto mistico e sacro, mentre per Freud è solo l’allegoria inconscia di uno stadio dello sviluppo psichico: il periodo precedente la nascita. Fatta salva questa importante differenza, la logica di fondo è la stessa: il piacere come assenza di tensione, come fusione col cosmo.
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