Il corpo come progetto

Protesi di silicone che ballano la rumba, Baudrillard impazzito di fronte al Disney World, la tua compagna orripilata dalle zampe di gallina, la biopolitica ai tempi della chirurgia estetica.

Daniela Edburg, Dead by saran wrap, 2006

Daniela Edburg, Dead by saran wrap, 2006

Piercing, tatuaggi, chirurgia estetica: il corpo è oggi malleabile come mai prima. Ma qual’è il significato di tali trasformazioni del sé, dell’immagine e del sentimento dell’io?

Secondo i sociologi, siamo entrati nell’epoca del “corpo come progetto”. Mike Featherstone e Brian Turner, fra gli altri, rivendicano la libertà espressiva del reinventare l’identità e la sua carne: finalmente possiamo mostrare i nostri desideri, ambizioni, aspirazioni in modo visibile e percepibile a colpo d’occhio da chi ci osserva.

Così capovolgendo una tradizione millenaria che vede nella fisicità un ostacolo: da Platone che condannava il corpo come “prigione dell’anima” fino a Cartesio e alla sua distinzione, netta e manichea, fra res cogitans e res extensa, tutto a favore della seconda, cioè di una razionalità, e di un’anima, ben scisse e superiori alla mera carne. Oggi le nostre anime non appertengono più al mondo sublime dello spirito, ma all’incarnazione mondana di una materia scrutata e progettabile.

Daniela Edburg, Dead by blog, 2006

Daniela Edburg, Dead by blog, 2006

La pelle e la traccia

La pelle è la superficie iscrivibile dei desideri: un tatuaggio o un piercing sono micronarrazioni del sé rese evidenti, in modo iconico e simbolico, sui nostri pori, un tracciato che riconduce a un io e ai suoi segreti. Anche senza intervenire bruscamente sull’involucro che ci racchiude e protegge, il derma in ogni caso si fa leggere dagli altri: il rossore improvviso, il contrarsi degli occhi, il fremere, l’inarcarsi della fronte, le rughe testimoni di una biografia, tutto della nostra pelle parla di noi, trasmettendo empaticamente il sentire e il volere.

E propio della superficie del corpo siamo chiamati a occuparci, insistentemente, da una pletora di richiami e appelli: creme idratanti, gel esfolianti, pomate lenitive, nulla deve essere lasciato al caso. Nei mesi scorsi la metropolitana di Milano è stata tappezzata di pubblicità rivolte ai maschi: un modello bellissimo ti guardava torvo e irresistibile, mentre la scritta recitava (traducendo) “pensi che la tua donna ti trovi affascinante? Invece è orripilata dalle tue zampe di gallina, corri ai ripari!”. Povero illuso: i tempi dell’uomo lupo son finiti, ora devi prenderti cura di te, per non incorrere nelle forche caudine dell’irrisione!

Secondo il filosofo Michel Foucault, la biopolitica, cioè il regime di governo dei corpi, segue le regole del confessionale: instilla nei soggetti un grillo parlante pronto a indurli a comportamenti conformi. Non ti dice “devi fare così”, fa sì che tu te lo dica da solo, che “autonomamente” problematizzi il tuo essere per conformarti alla norma (vedi Non tutti siamo belli, anzi: come liberarsi della tirannia estetica estetica).

Liberi di conformarsi

La sigla di Nip/Tuck – il cinico e spassoso telefilm dedicato al rutilante, contorto mondo della chirurgia estetica, pieno di aspiranti attricette pornomani, medici scellerati, protesi di silicone che ballano la rumba, boss malavitosi imbranati – è significativa: si vede il tracciato rosso dei punti in cui il bisturi inciderà, non sulla carne, bensì su manichini, come a dire la mercificazione del corpo dovuta all’immaginario da starlette.

Immagine anteprima YouTube

La biopolitica non esercita il suo controllo tramite la costrizione o la violenza, preferisce instillare la norma nel dna del nostro desiderio, così saremo liberi di scegliere (di conformarci). Allo stesso modo, il ventaglio di opzioni fra cui decidere è preordinato e preconfezionato dal mercato: che ogni desiderio passi da un scambio commerciale! In fin dei conti, il destino del corpo come progetto, nonostante l’entusiasmo libertario/anarcoide di Featherstone, sembra essere già scritto, sulla nostra pelle, dalle leggi del consumismo.

Almeno in parte, dato che i soggetti riescono spesso a reinventare e risignificare merci e sogni di celluloide: ognuno interpreta col suo stile l’oggetto fabbricato in serie che ha comprato per essere veramente se stesso. Con la crema contorno occhi, finalmente diventerò un uomo che ha cura di sé, premuroso, riflessivo e consapevole, come vuole la mia compagna. Lo spartito è standardizzato, eppure sarò io a reinterpretarlo, a renderlo unico, calandolo e adattandolo alla mia storia e biografia.

Daniela Edburg, Dead by cotton candy, 2006

Daniela Edburg, Dead by cotton candy, 2006

Soppravvivere alla disneyfication

La fotografa Daniela Edburg, nella serie Drop dead gorgeous, usa immagini patinate con tanto di fotomodelle per decostruire la magia pubblicitaria a cui allude, raffigurando le contraddizioni di una seduzione consumista insinuatasi sottopelle. In Dead by cotton candy la ragazza fugge da un tornado di zucchero filato, lo sfizio dei luna park. E proprio ai luna park è stato spesso paragonato il capitalismo, per esempio dal Baudrillard ossessionato dal parco Disney di Parigi (il suo incubo materializzatosi, manco la Bella addormentata nel bosco fosse una sadica assassina in stile Misery non deve morire), o da chi parla di un processo di disneyficazione della società che ci perderà tutti nel delirio di Topolino che compra un babydoll per Topolina, mentre Paperino si guarda il Grande Fratello insieme a un Pluto in completo Dolce&Gabbana (vedi Filosofia del Grande Fratello).

L’opera di Daniela Edburg ci consente di gettare uno sguardo meno apocalittico e più analitico sul corpo come progetto all’epoca della società dello spettacolo: in Dead by cotton candy, fra consapevolezza, riflessività e condizionamento, la ragazza sembra sapere di essere una cavia per la biopolitica, e al contempo mantiene un margine di autonomia, assaggia un po’ di zucchero filato ma sfugge al ciclone rosa, dolce, appiccicoso e fantasmagorico del luna park capitalista.

Cesare Del Frate

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