Cenerentola che scappa a gambe levate inseguita da femministe postmoderne, queer assatanati, il culto totemico della Madre, la filosofia dell’identità fra fantasmagoria e continua ricerca.

di Cesare Del Frate

Sono morti il Principe Azzurro, l’Anima Gemella, l’Uomo Selvatico e persino la Madre non se la cava tanto bene. Noi li abbiamo assassinati, anche se spesso ne abbiamo nostalgia. Riusciremo mai a liberarci degli stereotipi sessuali?

L’impressione che lascia la lettura delle filosofie femministe è, al primo impatto, annichilente. Passando in rassegna tutti i risvolti oppressivi del patriarcato viene da chiedersi cosa mai possa rimanere dell’identità maschile dopo una critica così serrata.

Anche le donne, però, non ne escono bene: spesso ritratte come complici del patriarcato oppure come figure ammutolite, impossibilitate alla rivendicazione. Messe in scacco dallo stereotipo dell’emotività (leggi pure irrazionalità). Passando dalla violenza maschile, fisica e simbolica, alla cancellazione della presenza femminile dalla storia, ad ogni pagina scopriamo un nuovo meccanismo di potere fatto apposta per perpetuare il sessismo.

Combattere il Grillo Parlante

Tuttavia, i dubbi peggiori non sorgono quando volgiamo all’esterno lo sguardo trovando ovunque (politica, società, istituzioni) i fasti dell’imperio maschile. Sorgono quando iniziamo ad addentrarci al livello micro della nostra storia intima di uomini o donne e scopriamo come anche i nostri comportamenti e persino i desideri più privati non siano estranei a mitologie culturali contrassegnate dal sessismo. C’è davvero di che diventare nevrotici.
Freud ci insegna che le fiabe sono come sogni in cui riviviamo le nostre fantasie. Chiedo quindi: una filosofa femminista, usa a rivolgere la psicoanalisi contro se stessa, che fiabe leggerà ai propri figli? Sicuramente non La bella addormentata nel bosco. Il Principe Azzurro, infatti, altri non è che un arrogante, un maschio a tal punto delirante, per onnipotenza, da sentirsi il Salvatore. E lei, la Bella, il peggior stereotipo della donna succube e passiva. Tanto meno leggerebbe Cappuccetto Rosso, attenta a non inculcare nella mente dei bambini le storie di una ragazzina che per diventare donna deve arrischiarsi fra le fauci di un lupo, vizioso e travestito, per poi attendere, inerme, il cacciatore e le sue armi dalla simbologia evidente.
E non solo le fiabe sarebbero sospette. Per la critica femminista anche le fantasie ad occhi aperti, ritenute ingenuamente innocenti, nascondono un copione sessita.

Ad esempio la cieca fede nell’Anima Gemella, archetipo dell’incapacità femminile di sentirsi autosufficienti e realizzate senza un uomo.
Combattere gli stereotipi, però, non è facile. Non basta decidere di farlo una volta per tutte; si deve mettere in campo un vigile controllo sulla propria mente, imparare a diffidare di certi pensieri che crediamo sorgere spontanei mentre sono, in realtà, la voce del patriarcato. C’è in ognuno di noi un Grillo Parlante che, ignaro delle pari opportunità, ci suggerisce i modi migliori per diventare uomini prevaricatori o donne rassegnate.

Insomma, è difficile negare che oggi ci sia un certo smarrimento e che il femminismo ne sia una delle cause, nella misura in cui ha svelato le ipocrisie delle tradizione sessista.

Copertina dellalbum Erotica di Madonna, 1992

Copertina dell'album "Erotica" di Madonna, 1992

Identità smarrite cercasi

Di fronte a questo smarrimento una risposta oggi diffusa è il tentativo di ricreare una sicurezza nell’ordine sessuale che si sente minacciato. Il richiamarsi alla Tradizione Atavica o alla Natura (maiuscole anch’esse, perché stereotipi al pari dell’Anima Gemella) ha appunto la funzione di salvare dall’incertezza proponendo modelli saldi e, per chi ci crede, autoevidenti. Anche la religione è spesso mobilitata. Perché non ripartire da Adamo ed Eva, l’un per l’altro creati e per sempre destinati? Ma persino i miti pagani vanno bene all’occorrenza, come il Maschio Selvatico invocato dallo psicoanalista junghiano Claudio Risé. Se il capitalismo ci ha condannati alla repressione degli istinti, questo maschio riselvatichito e i suoi fratelli, l’Orso e l’Uomo Verde, ci salveranno risvegliando in noi maschi le pulsioni brade della foresta.
Sul versante femminile ci viene incontro l’Angelo Del Focolare, che credevamo scomparso in un passato contadino per ritrovarlo poi ogni sera in TV, al passo con la moda grazie alla collana di perle mentre prepara la colazione, invoglia figli ritrosi a salutari merendine e fa in tempo a  salutare il marito un attimo prima che compaia il marchio dei biscotti.

Inseguiti da Maschi Selvaggi e Madri Mulino Bianco, cerchiamo rifugio nella critica femminista da cui siamo partiti. Sarà anche annichilente, ma proprio questa sua negatività potrebbe forse evitarci un futuro da fiaba.

L’eredità opprimente

Questa critica si pone come interrogazione radicale rivolta alla storia che ci costituisce, come direbbe il filosofo francese Michel Foucault. E’ una prospettiva che la filosofa americana Judith Butler ha sintetizzato in Critica della violenza etica: parte dalla constatazione che l’identità sessuale, il modo in cui viviamo l’essere donne e uomini, varia con la storia e le culture, come del resto non si stancano di ripetere storici e antropologi che ne hanno viste di tutti i colori. Che tipo di responsabilità dobbiamo assumere verso quella storia che ci costituisce come soggetti sessuati?

Riconoscere l’eredità del patriarcato, il peso opprimente di una millenaria egemonia maschile, è il primo passo per assumersi la responsabilità di volerla abbandonare, sia per gli uomini che per le donne. E creare un’altra genealogia, voler lasciare alle future generazioni una diversa eredità, comporta anche venir a patti con noi stessi, con ciò che siamo, che non vorremmo essere e che vorremmo diventare. Si tratta insomma di trasformare quel sentirsi annichiliti da cui siamo partiti in una specie di catarsi positiva, per dirla con Aristotele.

Lambiguo Principe Azzurro di Shrek

L'ambiguo Principe Azzurro di Shrek

Ritorno alla Madre

L’etica sessuale torna oggi ad occupare il centro della scena, mobilitando ideali e passioni politiche sui temi della bioetica. famiglia, procreazione, cura dei bambini e degli anziani.

In questi dibattiti si stigmatizza spesso il pericolo di cadere in deliri d’onnipotenza, ad esempio affermando che la famiglia o la procreazione sono entità manipolabili con l’artificio della tecnica o della legge. Contro queste derive viene spesso affermata l’esistenza di un ordinamento sessuale fisso e immutabile, tale da assegnare ai due sessi posizioni distinte e asimmetriche.
E’ quanto sostenne l’allora cardinale Joseph Ratzinger nella sua Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna (2004). Ma è quanto sostiene anche la filosofa Luisa Muraro nella risposta a quella lettera Se il Cardinale Ratzinger fosse un mio studente. In questa inedita convergenza fra la teologia cattolica e il femminismo radicale i due sessi sono compendiati dalle figure numinose della Madre e del Padre, anche se Ratzinger probabilmente non acconsentirebbe alle tesi del gruppo di Diotima, cui appartiene Luisa Muraro, sulla secondarietà della figura paterna.

Secondo Muraro, infatti, il genitore principale, se non l’unico veramente tale, è la madre: “Il padre è l’uomo che si affianca a una donna e alla sua maternità, e che lei indica ai suoi figli: questo è vostro padre”. Solo se autorizzato dalla madre e solo in tono minore, l’uomo può così partecipare pienamente a quell’etica della cura che riposa sull’ordine simbolico della madre, come affermano le filosofe di Diotima.

Proprio per reazione a questo svantaggio maschile, nel lessico di Via Dogana, un’autorevole rivista di politica femminista, avrebbe avuto origine il patriarcato, un riuscito tentativo maschile di negare la priorità materna imponendo per via istituzionale la propria superiorità.

Insomma, salvo divergenze secondarie, sul tema di un’etica fondata su un ordine binario maschile-femminile, in cui la Madre gioca un ruolo centrale, si realizza oggi un incontro fra la gerarchia ecclesiastica, il femminismo della differenza e la maggior parte delle forze politiche.


Perdere il conto dei sessi

Certo già dall’Ottocento, e anche prima, la Madre figura come custode della famiglia e della Patria. Non ci stupisce quindi che essa ritorni oggi, nella consueta veste di garante di un ordine di valori minacciato. Nella nostalgia di immagini totalizzanti, ci rispecchiamo nel volto del Padre e della Madre per riceverne quel riconoscimento che starebbe alla base del nostro essere.
Un dubbio però rimane: non si rischia in questo modo di eludere il carattere incerto ed esitante di ogni filiazione? Se analizziamo le nostre relazioni quotidiane di figli, madri e padri, scopriamo rapporti segnati da incertezza, volontà di differenziarsi, affetti che gettano ponti oltre le differenze. Essere uomini e donne, da un punto di vista laico, più che attingere a una pienezza di senso primigenia, assomiglia a un percorso che segue sentieri divergenti, dove la guida è spesso affidata al dubbio.

Che fine hanno fatto, infatti, gli uomini e le donne eterosessuali che non si identificano nel Padre e nella Madre? E gay, lesbiche, transessuali, transgender, bisessuali, intersessuati, queer ed asessuali? La lista degli esclusi dalla cittadinanza simbolica è lunga. Forse troppo, ma solo per chi non riesce a contare oltre il due. Tanto lunga, comunque, da far perdere il conto, e magari (fosse vero!) anche la voglia di contare, etichettare, classificare. I sessi non sono numerabili né discretamente, né additivamente, né in qualsivoglia altro ordine o gerarchia; non sono infiniti, ma neppure descrivibili secondo una logica binaria, utile a far funzionare i computer ma non per descrivere gli esseri umani.


L’Altro oscura gli altri

Oggi si parla molto di etica dell’Altro: è bene riconoscere che non si è tutto e che bisogna entrare in relazione con l’alterità. Ma l’Altro dell’Uomo deve essere sempre e solo la Donna e viceversa? E se invece laicamente smettessimo di usare nozioni metafisiche e considerassimo l’alterità non l’incontro con l’Altro ma con gli altri? Parafrasando il detto di Hannah Arandt, la legge dell’umanità non è nè l’Uno nè il Due, ma la pluralità. Ciò comporta assumere la responsabilità del fatto che non esiste alcun Ordine Originario che fondi l’etica dei sessi: la responsabilità è solo nostra e ne dobbiamo rispondere non all’Altro ma agli altri.

E anche il mito, a ben vedere, non è sempre il racconto di una perdita delle origini? La Cacciata dal Paradiso o la Morte di Dio-Padre-Totem ci narrano uno smarrimento che data all’inizio dei tempi. Oppure considera il mito di Persefone (Proserpina per i romani), la fanciulla che, ingannata dal dio dell’oltretomba, Ade, divenne sua sposa ma ottenne da Giove il permesso di trascorrere sei mesi agli Inferi e sei mesi con la madre Demetra. Abbiamo così i cicli della separazione e del ricongiungimento madre figlia, dove non c’è ritorno bensì perdita dell’origine, un rapporto basato sul distacco e la differenza.  La comunità umana si presenta qui come infondata, un’alleanza in fieri che deve trovare la sua via e rimettere insieme i cocci del totem. Chi rifiuta l’essere orfani dell’origine per ritornare alla pienezza perduta è dal mito condannato. E’ colui che vuole farsi Dio o sfidare il destino della contingenza, reso pazzo da quella volontà di onnipotenza che i greci chiamavano hybris.


Funerali festosi

Abbiamo parlato della genealogia dei sessi, di un’origine assente e di un’eredità patriarcale. Però, come ben sa Derrida, non c’è eredità che non sia contesa. E che non sia preceduta da un’elaborazione del lutto tale da alterare la discendenza. Non c’è clonazione dell’identità, ma semmai una continua adulterazione della stirpe e delle genealogie.

Ogni eredità, nel momento stesso in cui è tramandata, è anche inevitabilmente tradotta e tradita, per giocare con un etimo crucialmente comune.
Gran parte della filosofia femminista ha rotto con l’origine e problematizzato la genealogia dei sessi. Così Teresa de Lauretis, in Sui Generis, incrina la specularità fra madre e figlia chiedendoci di elaborare il lutto dell’identificazione. E ci invita a un’etica malinconica: l’etica che ci chiede di ricomporre i frammenti di un’identità orfana per ritrovarne il senso. “Meglio cyborg che dea!” esclamano irriverenti le filosofe Rosi Braidotti e Donna Haraway, proponedoci l’immagine del cyborg come simbolo di un’identità che non è figlia di Edipo, sempre in fieri, frutto di scelte responsabili verso gli altri invece che verso l’Altro e il suo Ordine. E Judith Butler afferma provocatoriamente che non c’è la Donna, ma le donne singolari e plurime, in modo non diverso da Hanna Arendt che demistifica l’illusione dell’Uomo per pensare la singolarità irripetibile dei soggetti.

Sembra banale, ma se pensiamo agli insistenti richiami alla natura, alla tradizione, al Soggetto filosofico, alla Madre e al Padre possiamo cogliere tutto il potenziale emancipatorio di una rinuncia ad Adamo ed Eva che trasformi la sofferenza del lutto in un’occasione di trasformazione. C’è in queste filosofie un sorta di “lavoro del negativo”: la critica serrata alla tradizione ci lascia infine come denudati ma anche rigenerati. E’ difficile rinunciare all’eredità patriarcale e all’identificazione con la Madre o il Padre, anche per vivere relazioni autentiche con le madri ed i padri. Ciò che possiamo fare è assumerci la responsabilità verso noi stessi e verso gli altri di tramandare, tradurre e tradire questa eredità. Forse potremo così imbandire la festa di funerali gioiosi!


Approfondire

J. Butler, Critica della violenza etica, Feltrinelli, Milano, 2005.

T. De Lauretis, Sui generis, Feltrinelli, Milano, 1996.

D. J. Haraway, Manifesto Cyborg, Feltrinelli, Milano, 1995.

L. Muraro, Se il Cardinale Ratzinger fosse un mio studente, Il Manifesto, 7 agosto 2004, (www.universitadelledonne.it)

L. Muraro, La madre dopo il patriarcato, intervista di Ida Dominijanni, Il Manifesto, 28 ottobre 2005, (www.diotimafilosofe.it)

J. Ratzinger, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, 31 maggio 2004,
(www.vatican.va)

C. Risé, Il maschio selvatico, Edizioni Red, Milano, 2002.

Via Dogana, Lo svantaggio maschile, n. 81, 2007.

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