La crisi e il futuro dell’Europa secondo Jürgen Habermas
di Jürgen Habermas
intervista di Stuart Jeffries
In che modo la crisi greca è correlata al futuro dell’Unione Europea?
La crisi del debito in Grecia ha avuto un effetto politico collaterale positivo: in uno dei momenti di maggiore debolezza, l’Unione Europea è stata costretta a discutere il problema centrale per il suo futuro. La crisi sposta il focus del dibattito pubblico sul tema che molti considerano il peccato originale di un’unificazione politica incompleta e come bloccata a metà. Un mercato comune con una moneta parzialmente condivisa si è evoluto in una zona economica di scala continentale con una grandissima popolazione; ma non sono ancora state create istituzioni europee con poteri sufficienti a garantire un’effettiva coordinazione delle politiche economiche degli stati membri.
La crisi del debito e l’instabilità dell’euro quantomeno toccano una questione cruciale e potrebbero portare traccia dell’astuzia della ragione: un patto di stabilità colabrodo è sufficiente a controbilanciare le non volute conseguenze di un’asimmetria pianificata fra l’unificazione politica ed economica? Il collasso del mercato immobiliare spagnolo ci mostra che si tratta di un problema più vasto dei trucchi del governo greco. Il Commissario Olli Rehn ha ragione a richiedere il diritto di consultazione e di intervento, da parte della Commissione Europea, circa le politiche economiche degli stati membri.
Il Ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, caldeggia la costituzione di un Fondo Monetario Europeo in grado di fornire aiuto in crisi future. Ciò è fattibile o desiderabile? Può l’Europa difendersi dai saccheggi delle speculazioni finanziare che minacciano la bancarotta della Grecia e la distruzione dell’eurozona?
La minaccia attuale getta luce su un problema fondamentale perché riguarda il profondo conflitto fra i sostenitori dell’integrazione europea e i sostenitori di una visione unicamente di mercato dell’integrazione stessa. Nella sua ultima seduta, il Consiglio Europeo ha istituito una task force guidata da Herma Van Rompuy, che dovrebbe sviluppare proposte per evitare future bancarotte di stato. Il piano di Schäuble per un Fondo Monetario Europeo giocherà un ruolo in tutto questo, così come lo giocherà la richiesta della Commissione Europea di esercitare una maggiore influenza sulle nelle politiche economiche degli stati membri. È tuttavia importante riconoscere l’ambiguità di queste iniziative: le intenzioni dichiarate sono solo di creare strumenti, all’interno della cornice dei trattati, che assicurino un maggiore ed effettivo rispetto del patto di stabilità.
D’altro canto, gli aumentati poteri di ispezione e controllo che sarebbero conferiti alla Commissione nei casi di debito, o anche permanentemente, possono essere interpretati come un impulso iniziale per sviluppare un governo economico nell’eurozona. Il Commissario alle finanze europeo potrebbe ispezionare i bilanci statali ancor prima che siano sottoposti ai parlamenti nazionali. Visto che le leggi finanziarie sono il cuore della democrazia parlamentare, un tale potere di ispezione preventivo non sarebbe affatto innocuo, e richiederebbe un ulteriore spostamento di competenze a favore del Parlamento Europeo.
Angela Merkel ha detto al Bundestag che le attuali regole dell’EU non sono abbastanza forti per affrontare la crisi iniziata in Grecia, e che in tali circostanze potrebbe essere necessario espellere un paese dall’eurozona. Ha ragione? E quali sarebbero le conseguenze di un simile gesto per il pogetto europeo?
Una tale mancanza di solidarietà farebbe certamente naufragare l’intero progetto. Ovviamente, l’affermazione di Merkel era pro domo sua, nel contesto delle importanti elezioni regionali. Ma non potrebbe esserci migliore illustrazione della nuova indifferenza della Repubblica Federale della sua mancanza di sensibilità rispetto al disastroso impatto delle sue parole sugli altri stati membri.

proteste ad Atene
Merkel è un buon esempio del fenomeno: “I politici pronti ad assumersi rischi in patria per l’Europa sono una specie in via d’estinzione”. La frase è di Jean-Claude Juncker, egli stesso uno degli ultimi dinosauri europeisti. Bisogna riconoscerlo, Angela Merkel è cresciuta nella Germania dell’Est e altri politici della CDU non parlerebbero come lei. Ma l’intransigenza tedesca ha radici profonde.
Con l’eccezione di Joschka Fischer, la classe dirigente che ha governato la Germania da Schröder in poi ha perseguito una politica nazionalista e poco aperta all’esterno. Non voglio esagerare il ruolo della Germania in Europa, ma la differenza di mentalità del dopo Helmut Kohl ha un impatto anche sull’Europa.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i cauti tentativi di unificazione europea erano nell’interesse del paese, perché la Germania, dopo l’olocausto, voleva rientrare nella schiera delle nazioni civilizzate. Consci degli eccessi nazionalistici del passato, i tedeschi non ebbero difficoltà a rinunciare ad alcuni elementi di sovranità e, se necessario, a fare concessioni il cui costo sarebbe ricaduto sulla Repubblica Federale. Questa prospettiva è cambiata dopo la riunificazione. Le elite tedesche sembrano godersi i comfort di un’auto-compiaciuta normalità nazionale: “Possiamo di nuovo essere come gli altri!”. Non condivido il timore di Margaret Tatcher che questa normalizzazione della coscienza pubblica implichi un ritorno a vecchi pericoli. Ma la sconfitta totale, connessa a un’inconcepibile corruzione morale, crearono l’opportunità per le generazioni che vennero dopo di imparare più velocemente. Guardando alle elite di oggi, questa finestra di opportunità sembra essersi chiusa. La mentalità narcisista dell’auto-compiaciuto colosso nel centro dell’Europa non è nemmeno più garanzia che sarà preservato l’instabile status quo dell’Unione Europea.
Perché è importante mantenere l’eurozona per il futuro del progetto politico europeo?
L’unificazione economica è il cuore di quella politica. Sul continente, lo abbiamo già sperimentato durante i processi di unificazione nazionale dell’Ottocento. In completo contrasto con ciò che avvenne all’epoca, l’unificazione europea rimane ad oggi un progetto delle elite. Dobbiamo ancora sperimentare un’elezione europea dove la campagna si svolga su temi che non siano nazionali. Fino al trattato di Maastricht, l’unificazione è stata guidata, essenzialmente, da interessi economici. Dato che gli interessi del mercato europeo furono a quel punto soddisfatti, gli impulsi economici che spingevano a un rafforzamento delle istituzioni comuni persero il loro dinamismo. L’allargamento ad est dell’Unione Europea è stata una conquista storica. Ma gli arditi accordi negoziati nel trattato di Lisbona hanno rivelato i limiti di un approccio elitista, che scavalca i cittadini degli stati nazionali, sui temi di integrazione politica. La crisi economica ha rafforzato gli egoismi nazionali ma, paradossalmente, non ha minato il credo neoliberista degli attori chiave. Oggi, per la prima volta, il progetto europeo ha raggiunto un impasse.
Immaginiamo l’improbabile scenario di una coordinazione delle politiche economiche: ciò porterebbe a una maggiore integrazione delle politiche anche di altri settori. Qui, ciò che finora è stato un progetto guidato dalle amministrazioni e dall’alto potrebbe radicarsi nei cuori e nelle menti dei popoli europei. Il potere simbolico di una politica estera comune promuoverebbe certamente una coscienza di un destino politico condiviso e provocherebbe una maggiore democratizzazione dell’Unione Europea.
Pubblicato originariamente su: Financial Times, 30 aprile 2010.
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