Le ordinanze pazze e la privatizzazione della città
Tolleranza zero contro lo spray da festa, Carnevali apocalittici con folli che ti inseguono armati di estintore, la guerra ai poveri, il kebab di Al-Qaeda, la convivialità democratica.
di Cesare Del Frate
Latina applica la tolleranza zero contro il lancio di uova e l’uso di bombolette spray a Carnevale, l’ordinanza del sindaco Zaccheo stabilisce: “il divieto di lancio di oggetti o sostanze imbrattanti, uova ed altri corpi contundenti che possano recare danno alle persone, nonché di portare, senza giustificato motivo, ESTINTORI, bombolette spray, buste ed altri simili recipienti utilizzati per contenere schiuma da barba”. Nella fantasia di Zaccheo, l’amato Carnevale dove bambini e anziani giocano felici è minacciato da orde di rovina-feste che ghignano mentre ti accecano con lo spray, per poi inseguirti mulinando contundenti estintori in acciaio, non sia mai! Ormai i sindaci si stanno sbizzarrendo nella gara a chi stila l’ordinanza più pazzerella, tutti affascinati dalle sirene della sicurezza. Le danze le ha inaugurate il centrosinistra a Firenze prendendosela con i lavavetri, d’altronde in Italia l’accattonaggio è vietato, un po’ come dire che è vietato essere poveri. A Castellamare del Golfo niente volantini, a Torino è bandito il gioco delle tre carte, a Voghera il sostare sulle panchine o nei parchi dopo le 23, a Novara nei giardini pubblici ci puoi andare a tutte le ore ma non in gruppi di più di 3 persone, a Rimini sono proibiti i massaggi in spiaggia, ennesima ordinanza “etnica” per non dire razzista, questa volta contro i cinesi, a Lucca è vietato aprire locali di etnie diverse nel centro storico.
E mangiare per strada? Si puo’? Ci hanno pensato in Lombardia, la regione ha vietato il consumo di alimenti al di fuori dei locali, la cosiddetta “legge anti kebab”. È significativo che il provvedimento sia stato inizialmente promosso dalla Lega al fine di colpire la produzione artigianale degli immigrati arabi, per poi trasformarsi in una restrizione per tutti gli esercizi alimentari artigianali. “I venditori di kebab spariranno dal centro di Milano”, aveva tuonato l’assessore ai trasporti e all’urbanistica della Regione Lombardia, Boni, ed ora sono finiti nel mirino anche gelatai e negozi di pizza d’asporto. Nel suo piccolo, un caso da manuale per illustrare che quando si colpisce una minoranza alla fine a risentirne è la libertà di tutti.
Consumeremo solo nei locali, allora, e non più per le pubbliche vie. Saranno ancora “pubbliche”, dopo che una grandinata di ordinanze ci ha imposto mille divieti? “Si tratta di una questione di sicurezza”, ci spiega il consigliere Belotti riguardo la nuova legge lombarda: “così evitiamo gli assembramenti notturni che generano problemi di ordine pubblico”. Perché mai un capannello di persone dovrebbe costituire un attentato alla sicurezza? Invece di far aprire gli esercizi commerciali in luoghi dove la convivialità non disturbi, si elimina direttamente la convivialità stessa, così si fa prima. Altrimenti, orrore!, i giovani si raduneranno scatenandosi in lupanari a cielo aperto, in baccanali alcolici per di più banchettando col kebab di Al-Qaeda sotto le finestre delle famigliole morigerate nascoste sotto il tavolo tutte tremanti. Ci pensa il sindaco sceriffo: tolleranza zero, privatizziamo lo spazio pubblico!
L’impressione è che una certa politica veda ogni forma di convivialità cittadina con sospetto, come una turbativa da regolamentare e, se il caso, reprimere. Possiamo girare per la città solo come lavoratori o consumatori, ogni altra attività, soprattutto se in gruppo, soprattutto se giovani, è pericolosa. Se la città è dei cittadini, questi la vivranno da protagonisti, magari anche con qualche esuberante eccesso. Quando, al contrario, il cittadino diventa un problema di sicurezza, ci trasformiamo da soggetti in oggetti della politica. Eppure la scena archetipica della democrazia è proprio l’agorà, la piazza affollata e chiassosa. Il caos è il segnale della singolarità dei cittadini, riuniti come individui e non come massa anonima.
Ognuno ha da dire la sua, da fare il suo: in piazza invece che a casa perché ha da dire e da fare con gli altri, insieme. Ecco il miglior segnale di una cittadinanza in buona salute: il disordine democratico, anche condito, perché no, di birra e involtini primavera.









circa 1 mese fa
Questo articolo mi consola, ovvero, non sono la sola ad avere averamente paura di questo fenomeno delle ordinanze: una voce autorevole ha detto quello che la mia emotività in relazione alla materia in oggetto mi impedirebbe di dire con relativa serenità e corretta sintassi. Mentre leggevo, mi sono venute alla mente alcune pagine di Farhenheit 451, quelle in cui – alla fine – la giovane donna che non si conformava al comportamento sociale vigente, che disdegnava la televisione e i suoi messaggi (televisione invasiva totalmente della vita nel romanzo se si ricorda, le pareti che parlano all’utente e dispongono il comportamento privato e sociale…) …e che amava leggere e passeggiare nel bosco …alla fine viene uccisa, come sovversiva.
Se non che per altro è la feroce tristezza di quei provvedimenti dei sindaci, che mi fa accostare le due cose.
Spero che nessuno dei miei simili rida per quelle ordinanze perchè non c’è proprio niente da ridere…
circa 1 mese fa
Ciao Germana, grazie delle osservazioni, fai bene a connotare queste ordinanze come mosse da “feroce tristezza”, e sono d’accordo con te