L’etica dell’ozio

G. Courbet, Le bagnanti, 1853

G. Courbet, Le bagnanti, 1853

Sognanti e languide, le oziose demoiselles ritratte da Courbet diedero scandalo nella Parigi della rivoluzione borghese-industriale: le donne per bene non dovrebbero esporsi così allo sguardo e al giudizio dei passanti. Il pittore aveva già ironizzato sullo stile di vita dei ceti alti in Le bagnanti, tanto da attirarsi le ire di Napoleone III: la leggenda vuole che l’imperatore abbia pubblicamente preso a frustate il quadro al Salone del 1853.

Courbet era l’araldo del realismo, corrente d’avanguardia che si proponeva di ritrarre la crudezza del mondo, a partire dai vizi di quella borghesia che aveva ormai conquistato la Francia: ed infatti il pittore era animato da forti passioni politiche riformiste e socialiste. Cosa c’è di più realistico, e al contempo di più emblematico, di una pennichella in riva alla Senna?

I borghesi messi sotto accusa avrebbero ribattuto che l’ozio, in realtà, è il flagello degli operai, fannulloni indisciplinati che passano tutto il tempo libero a bere birra e gozzovigliare. Ed infatti niente vacanze per i lavoratori, altrimenti si sarebbero lasciati andare a chissà quali degradazioni morali. Insomma, in epoca moderna il vizio dell’ozio perde il suo carattere religioso per divenire crimine contro l’etica del lavoro. Bisogna lavorare! Bisogna produrre! Non chiederti perché, lavora e basta, che ti nobilita!

G. Courbet, Fanciulle sulla riva della Senna, 1856

G. Courbet, Fanciulle sulla riva della Senna, 1856

Eppure qualcuno il perché se lo chiede, ovviamente filosofi che di faticare non ne hanno voglia. La ricchezza e la tecnologia della nostra società ci consentirebbero di vivere agiatamente anche lavorando solo poche ore al giorno. Teoricamente. Di fatto siamo dominati da un imperativo a produrre sempre e comunque, cioè ben oltre ciò che sarebbe individualmente o collettivamente necessario. Tolte otto ore di sonno e otto in ufficio, rimane ben poco, giusto il tempo di lavarsi, prendere il treno del pendolare, mangiare e guardare un po’ di Tv. Ciò che dal lavoro esula, famiglia, amici, hobbies, piaceri, viene tutto compresso nel week end: due giorni (o addirittura uno) su sette per noi, gli altri per la produzione!

Per gli antichi romani l’otium, opposto al negotium, aveva un ruolo molto importante, dedicato alla riflessione e alla cura del corpo e dell’anima. Non non fare nulla, ma fare per sé invece che per il denaro. Oggi l’ozio viene riscoperto come terapia della nevrosi da lavoro: lavorare con calma e per bene, come un artigiano, trovare più tempo per coltivare le amicizie e gli interessi, apprezzare tutte quelle cose apparentemente “inutili”, perché non immediatamente traducibili in moneta, che fanno la qualità della vita. Cosa c’è di più urgente di ignorare l’urgenza, di abbandonare la frenesia e l’ansia a favore della lentezza e della riflessione? Abbiamo forse bisogno di una nuova etica oziosa?

Cesare Del Frate

tratto da Diogene, n. 15

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

Related posts:

  1. Il filosofo e il bambino ...
  2. Elogio del pensare lento ...
  3. Grattarsi: intelligenza oziosa ...
  4. Il giardino dei semplici, ovvero l’ozio in terrazzo ...
  5. Aspettando un’epoca post pubblicitaria ...

One Response to “L’etica dell’ozio”







XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>