Mine vaganti: Scamarcio meets l’Ozpetek aspirante Almodovar, cioè “sono gay ma non posso”

L’ossessione per il coming out, gli omosessuali-pupazzi a cui schiacciare il pancino per ascoltare la battutina divertene, i capelli da medusa spiaggiata di Scamarcio rapati dal regista-Dalila che scimmiotta Almodovar, la sagra degli sterotipi e delle banalità.


Scamarcio in versione gay

Scamarcio in versione gay

di Cesare Del Frate

Fra rimorsi, timidezze e ambizioni morte sul nascere, i gay di Özpetek sono una ciurma di discotecari vanesi in cerca di approvazione, interpretati da attori etero-burini che rappresentano il sogno erotico incoffessato del regista stesso, il tutto condito con battutine e ammiccamenti in stile Il vizietto, cioè gli stereotipi concentrati e liofilizzati di mossette e gridolini e manine svolazzanti, per intrattenere il pubblico col solito spettacolo del pupazzo omosessuale da mettere in vetrina e a cui schiacciare il pancino per ascoltare la battuta simpatica, e tutti a ridere compiaciuti di quanto siamo tolleranti e aperti di mente – W la mascotte gay da soprammobile!

Scamarcio in versione teppista da strada col taglierino in tasca

Scamarcio in versione teppista da strada col taglierino in tasca

La ricercatezza di Mine Vaganti è tutta apparente, una patina di abile regia e scenografie decadenti che ricopre/occulta il cuore qualunquista e represso della sceneggiatura (cofirtmata da Ivan Cotroneo), riassumibile così: siamo omosessuali ma vergognosi, con la famiglia e la società non ci siam mai chiariti e allora ci rinchiudiamo nella torre d’avorio di altri amici omosex con contorno di amiche fag hag adoranti, lontani dai cattivoni brutti che ci discriminano, autoghettizzati e contenti. Nulla di nuovo, per carità: le comunità-ghetto la fanno da padrona anche in Le fate ignoranti e Saturno contro, sorta di apologia dei compartimenti stagni della diversità sessuale, l’autosegregazione come strategia di sopravvivenza, le convergenze parallele di vite separate che mai si incontrano, la sindrome da catacombe che inevitabilmente accompagna la non piena accettazione da cui scaturiscono la malinconia, nostalgia, mestizia e grigiume tipici di Özpetek.

Siamo lontani km da una rappresentazione matura e non banale dell’omosessualità, prova ne è la recensione entusiasta di Il Giornale, che scambia il film per l’espressione più alta della cultura lgbt:

Esplosivo e adorabile, esce Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, commedia a tratti tragica, che mette in scena non solo il tema dell’omosessualità, da dichiarare ai genitori, ma anche i panni sporchi di famiglia. Col solito stile non convenzionale, Özpetek traccia mirabilmente uno spaccato nazionale, tra modernità e tradizione (Il Giornale).

Scamarcio e la zitella racchia

Scamarcio e la zitella racchia

L’ossessione del coming out

Özpetek, come i peggiori cineasti nostrani, si è fermato al coming out, il momento in cui si rivela la propria omosessualità: di nient’altro parla il film, come se la questione omosessuale fosse congelabile in quel momento, sì importante ma non certo unico. Come in Dawson’s Creek, l’orripilante telefilm che sventuratamente guardai da adolescente, dove il coprotagonista Jack  è il personaggio gay che viene svillaneggiato a scuola da compagni e docenti, e non sa come dirlo, e si tormenta, e alla fine ci riesce, si dichiara gay, gli amici stretti attorno nell’abbraccio del tolerance pride eterosessuale… e da quel momento scompare, basta, non c’è più nulla da mostrare su di lui, esaurito e bruciato nell’istante dell’epifania della diversità a uso e consumo dello spettatore straight che così si sente moderno e all’avanguardia – ehi, io guardo il telefilm col personaggio gay, gagliardo!

Kerr Smith, l’interprete, condannato da lì in poi a recitare in film horror di serie B nel ruolo del ragazzo palestrato belloccio primo a dover morire sotto la scure dello psicopatico/vampiro/mostro di turno.

La fissa del coming out è tipica di chi riduce una persona gay unicamente al suo orientamento sessuale, e allora qualsiasi cosa faccia o dica viene interpretata in base a quello e sempre e solo a quello, ed è anche caratteristica di chi vive la propria diversità in modo irrisolto, in un continuo cercare l’approvazione dei “normali” (perché non ci si sente tali): un coming out che dura una vita intera.

Özpetek è abile nel creare storie di contorno per dissimulare un pò la sua ossessione: c’è la zia zitella racchia che sola e inconsolabile cerca il calore dell’amante fugace, da “sesso senza amore”, e lo trova, ma per salvare le apparenze borghesi non lo ammette, non sia mai!, e allora, per creare la coltrina fumogena, ogni sera in cui l’amante la va a trovare per poi scappar via subito dopo l’amplesso, lei urla “al ladro! al ladro!”, per giustificare i rumori e i sospiri dell’uomo che sgattaiola fuori dalla finestra, complice la notte.

Però, alla fine, il succo della storia è quello, la rivelazione impossibile, fra l’altro fatta all’inizio del film con la restante ora e mezza che ci gira intorno senza idee né storia.

Scamarcio in versione bel tenebroso

Scamarcio in versione bel tenebroso

Lo Scamarcio gay VS Özpetek-Dalila

E che dire di Scamarcio, l’attore arrapante ficcato a forza nello scafandro del personaggio gay, l’espressività del mercato del pesce – l’occhio vitreo-umido del branzino, son più espressive le occhiaie buco-nero da panda in estinzione: beh, c’è da dire della sua furibonda lite col regista, insulti e minacce di abbandonare il set durante i primi 3 giorni di riprese. E perché? Semplice, perché Özpetek ha preteso che si tagliasse i capelli, quel groviglio-mocho da medusa spiaggiata che manda in sollucchero le fan, trasognanti di accarezzargli la chioma con le mani infine bitumate dalla lacca e dalla cera e dal gel, lui perennemente in posa da teppista di periferia taglierino in tasca.

Bene, infine l’ha spuntata il regista, non però grazie ad una scena sadomaso con Scamarcio incatenato nel dungeon perverso e lui che ridendo sadico, AHR AHR!, lo umiliava rapandolo, no, bensì tramite un trucco surrettizio, una squallida e inverosimile scenetta pro-giornalisti di Sansone Scamarcio che si addormenta durante il trucco, dovevano mascarargli le ciglia per trasformale in cavatappi, e si sveglia nel panico, “dov’è finita la medusa spiaggiata!?!?!?! Maledetta Dalila!”, lo racconta nella conferenza stampa di presentazione:

Il primo e il secondo giorno di riprese mi ha fatto tagliare i capelli. La mattina successiva, erano le sei, mi sono addormentato durante il trucco e al risveglio sembravo un’altra persona: capelli spariti. Sono sbottato. In quel momento è arrivato Domenico Procacci, il produttore che mi ha chiesto se andava tutto bene. Ero furibondo, volevo veramente mollare! Comunque credo che tutto questo per noi sia stato un modo per studiarci, per conoscerci.

Özpetek conferma:

Abbiamo fatto come due animali, due cani che si accapigliano

Leo Gullotta al Bagaglino

Leo Gullotta al Bagaglino

E l’immancabile domanda sull’imbarazzo dell’attore etero nel baciare un uomo, poteva mancare? Certo che no, e Scamarcio risponde da par suo; non è stato imbarazzante, ha superato lo schifo chiudendo gli occhi:

Non è stata una scena difficile e non mi ha imbarazzato affatto. Ho chiuso gli occhi. Paradossalmente è stata più difficile quella in cui dovevo apparire sinceramente innamorato. Non temo nemmeno di perdere le mie fan per il ruolo del gay. Semmai temevo che lo spettatore avesse difficoltà a trovare empatia per un personaggio che nel film tende a reagire più che ad agire

Insomma, Özpetek all’attore patinato incapace ma figo non ci rinuncia, dopo Alessandro Gassman, Gabriel Garko, Raul Bova e Luca Argentero è la volta di Riccardo Scamarcio e Alessandro Preziosi, immortalati nei sogni omoerotici del “gay ma non posso” che fantastica di portarsi a letto il teppista etero. Nel cinema italiano niente gay dichiarati, se non per i ruoli da spalla-pagliaccio: meglio lasciarli al Bagaglino a prendere torte in faccia nella parte del travestito ridicolo, come Leo Gullotta.

Scamarcio in versione tossico prossimo alloverdose

Scamarcio in versione tossico prossimo all'overdose

Almodovar ma non posso

Nei film di Pedro Almodovar non c’è bisogno di etichette e armature identitarie, incontriamo personaggi etero, gay, trans e bisex mischiati e confusi senza steccati, e soprattutto senza le continue precisazioni maniacali “io sono X, tu sei Y, non ci capiamo, fuga nel ghetto separatista della comunità fricchettona che fa le cene spassose e pazzerelle in terrazza!”: film con una passione e un’ironia che Özpetek cerca goffamente di scimmiottare, e ci si mette di impegno, le pensa tutte, e ambienta “Mine vaganti” in uno scenario per lui simile alla Spagna della Movida, la Puglia: nella sua ottica è il regno del Sud primitivo e primordiale che i froci se li magna, però pieno di buon cuore e atmosfere barocco decadenti, e poi, lì alla famiglia ci tengono! Qua e là spuntano le pubblicità progresso, la madre bigotta che si chiede “Ma da quella cosa, non farmela dire, si può guarire? Eh, si può guarire?”, la risposta didascalica suona così: “no, non è una malattia, è una caratteristica”, il catechismo gay pronto e servito.

Usciti dalla sala, si rimane così, il film è divertente e piacevole, ma gratta gratta non c’è niente, se non le scene degli amici gay che teatralizzano il linguaggio della sottocultura, “sei frocissima! Contieniti!”, “e guardati tu, ti si riconosce a un miglio di distanza, sei l’avvocatessa regina del foro!”, un linguaggio comunitario che Özpetek ben conosce, e fa bene a mostrarlo, se non fosse che dietro c’è molto di più, e quello non lo mostra, impaurito com’è dalla sindrome d’accettazione che fa proprio lo sguardo normalizzante per il quale il gay è la macchietta pagliaccia, e la domanda che rimbomba nella testa è “ma si vede che sono gay? Ma se più frociona tu o io? Per dinci, e che penseranno gli altri?!?!?”. Lumo l’attore maschiaccio tenebroso, ci litigo e lo rapo, costruisco un Sud immaginario primitivista da cartolina del soldato USA nel dopoguerra, invento torri d’avorio popolate da “diversi” ostaggi di se stessi, imito maldestramente Almodovar, vivo il coming out perpetuo: in altri termini, un inno al “sono gay ma non posso”.


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2 Responses to “Mine vaganti: Scamarcio meets l’Ozpetek aspirante Almodovar, cioè “sono gay ma non posso””

  • [...] Mine vaganti: Scamarcio meets l’Ozpetek aspirante Almodovar, cioè “sono gay ma non poss… [...]

  • Pasqualina Bonifacio

    Mi sono divertita. Positivamente “spietato”. E basta con gli sterotipi rassicuranti! Saremo pur capaci di vivere senza il mondo “mulino bianco”! Ciao. Ti abbraccio.







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