Morti di spettacolo: Guy Debord
di Cesare Del Frate
La nostra società è satura di immagini: è quanto sostengono gli studiosi di comunicazione riguardo la proliferazione di cartelloni pubblicitari, televisori da bar e video nei negozi, musica ambientale e accessori portatili come l’iPhone e l’iPod. La metafora è eloquente: come un bicchier d’acqua così strapieno di zucchero da non poterne sciogliere in sé altro, saturo appunto, così il nostro quotidiano è infarcito di immagini e suoni che non ci lasciano mai soli.
Un altro modo per descrivere quella “società dello spettacolo” che Guy Debord, già nel 1967, denunciava come apoteosi del capitalismo contemporaneo, cioè la mercificazione scintillante dell’esistenza sublimata in spot:
La prima fase del dominio dell’economia sulla vita sociale aveva originato, nella definizione di ogni realizzazione umana, un’evidente degradazione dell’essere in avere. La fase presente dell’occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell’economia, conduce a uno slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire, da cui ogni avere effettivo deve desumere il proprio prestigio immediato e la propria funzione ultima.
Se nella caverna platonica gli uomini se ne stavano incatenati e costretti a guardare la sequenza di ombre proiettate sul muro, cioè le false credenze, oggi sembra che quelle ombre si siano fatte sintetiche, e cantino al ritmo dei jingle pubblicitari.
Il vecchio capitalismo era attanagliato dall’opposizione fra lavoratore e imprenditore, la società dello spettacolo supera questo dissidio rendendoci tutti, indistintamente, consumatori e attori sul palcoscenico delle vanità. Non si tratta, beninteso, di condannare moralisticamente l’amore per le cose del mondo, per un ascetismo vecchia maniera. Il punto è un altro: sciogliere il nodo che vincola il desiderio alla merce, cioè riconoscere il vicolo cieco dell’affidare la propria felicità al consumo, al possedere quelle merci che lo spettacolo ci promette come sogni a occhi aperti e veicoli di redenzione. Perché di questo si tratta, di una narrazione millenaristica secolarizzata, in cui il Paradiso in Terra si è trasformato in un grande centro commerciale al cui interno raggiungere la felicità, finalmente, paghi e contenti circondati da gadget e accessori di lusso. E, come in ogni racconto para religioso, vi troviamo un desiderio attanagliato dai sensi di colpa. Compra le salviettine igieniche per prenderti cura del tuo bambino proteggendolo da eserciti di malevoli batteri, se no sarai una cattiva madre! Compra l’ultimo disco della pop star da tutti adorata, se no sarai un adolescente asociale e isolato!
La molla su cui lo spettacolo fa leva per indurci a diventare buoni consumatori non gioca solo sui meccanismi di identificazione, ma anche su quelli del rimorso e del senso di inadeguatezza. Provocando una continua oscillazione fra la soddisfazione e l’ansia: ogni atto di consumo non è che un ristoro momentaneo rispetto alla corsa verso l’autorealizzazione, non siamo mai sazi se non per pochi istanti; ci troviamo qui di fronte a un desiderio bulimico su una via lastricata di stop and go.
Le emozioni titillate dallo spettacolo sono frenesia, esaltazione, angoscia, eccitazione. Il sentimento della serenità, tipico di chi è pago di ciò che ha e di chi è, rappresenta l’antitesi alla logica della mercificazione. Il tempio contemporaneo dello spettacolo è il Billionaire, luogo fantasmagorico e irreale dove si celebrano i riti dell’ostentazione dell’avere, dell’idolatria delle merci e della celebrazione del lusso più volgare. Il richiamo è a diventare tutti come Flavio Briatore, incarnazione dell’imprenditore trasformatosi in celebrità da rotocalco, simbolo dell’economia che vive della sua stessa rappresentazione patinata. L’invito, neanche tanto implicito, è a ridurre il successo al mero avere, alla “roba”, la promessa è che c’è un posto per tutti noi nell’Olimpo mediatico: ciascuno, almeno in teoria, può conquistare i suoi cinque minuti di celebrità. Vagheggiando un’apparizione su una rivista di gossip, i consumatori si ritrovano così uniti in un Grande Fratello generalizzato, dove i molti osservano i pochi, aspirando ad entrare nella ristretta cerchia di chi è “arrivato” (nel privè del Billionaire). E chi si allontana da tale modello, lo fa percorrendo altre strade, magari alla ricerca della serenità.
Approfondire:
Guy Debord, La società dello spettacolo
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Concordo con l’analisi.
Vorrei solo aggiungere che, secondo me, questa degradazione verso l’avere e l’apparire era inevitabile.
Essa non è infatti che una delle manifestazioni del Nichilismo. Un nichilismo debole questo, vigliacco, che non ha il coraggio di affrontare se stesso, e allora segue le proprie visceralità.
Con la fine delle Verità assolute, che non erano che rimedi inventati proprio per combattere il vuoto nichilistico (anche se spesso non conscio), la gran massa si abbandona al godere finché si può, a sfruttare l’occasione del momento perché ogni lasciata è persa.
I fanatismi religiosi sono infatti la reazione, anche violenta, a questa modernità, che abbandonate le verità rivelate, perché considerate ormai dei “rimedi” inefficaci, si tuffa nell’effimero godimento del presente, nell’illusione di sfuggire all’angoscia esistenziale.
Oltre ai credenti, quelli veri, che nell’occidente penso siano ormai un’esigua minoranza, ritengo che chi non subisce questa degradazione possa appartenere solo a una delle due tipologie:
O vive ancora nel puro esserci, in uno stadio sostanzialmente preadamitico e non prova perciò angosce esistenziali.
Oppure ha già iniziato l’impresa necessaria: “Affrontare il Nichilismo”.
bell’articolo! io assieme a luca rivelli ho fatto un lavoro (work in progress) su debord Oniricam for Buy Debord che potete vedere qui: http://www.oniricam.com
ciao!