Non è una fortuna

di Pasqualina Bonifacio

Matteo Basilè, Apparition, 2007

Tanti disabili utilizzano le parole fortuna, opportunità, dono, riferendosi alla propria disabilità.

Ogni volta che odo espressioni di questo tipo, ho l’impressione di ricevere un pugno, ho l’impressione che invece di fare passi avanti se ne facciano indietro. Mi chiedo perché si associ sempre più la disabilità alla fortuna, all’opportunità. Di nuovo: perché?

Perché spesso lo fanno gli stessi disabili? Non lo so. Rifletto. Ripercorro la mia esperienza per cercare una chiave di lettura. Qualche volta l’ho fatto anch’io, da bambina. Non potendo correre, e camminando con difficoltà, dolorante per i morsi dell’infelicità, mi dicevo che “io” potevo camminare tanto lentamente da poter vedere cose che agli altri sfuggivano: una foglia, una formica, un fiore, una farfalla. Sapevo, ma non volevo sapere, che stavo compiendo un gioco di prestigitazione intellettuale ed emotiva. Mi illudevo di vedere quello che non c’era; mi illudevo di non vedere quello che c’era. Toglievo dal puzzle un solo “piccolo” tassello: l’impossibilità della scelta. Chi camminava e correva poteva scegliere di procedere velocemente o lentamente, di scavalcare una formica o di trascorrere del tempo con lei. Io su questo non potevo scegliere. Così come, più tardi, da adolescente, non potevo scegliere se attraversare la strada da sola o farmi aiutare. Non potevo scegliere di scendere alla fermata giusta dell’autobus se questa era dalla parte “sbagliata”, con un marciapiede troppo alto, o con una strada da attraversare. Ecco, una piccola lobotomia analgesica e riuscivo a sopravvivere, a dare un significato all’errore, un valore al dolore, uno spessore all’autostima. Mi sentivo più leggera. Non lo ero, no; avevo solo il simulacro della leggerezza, per apparire “più facile” a me stessa e agli altri, alla “alterità”.

Allora, ero bambina. Oggi, però, persone adulte propongono la medesima associazione: disabilità, fortuna, opportunità, regalo. Persone adulte. Perché?

Dovrei forse sentirmi in colpa perché proprio non l’avverto questa mia fortuna? E no, basta con i giochi di prestigio. Forse comincio a capire.

L’handicappato “felice” di esserlo pone meno problemi, si accontenta, fa il massimo, chiede poco; non pone un disagio emotivo, una tristezza, una lacrima, un dolore. Ecco un nuovo “modello”: l’handicappato, non solo “felice”, ma felice proprio in virtù del suo handicap.

Fatto! Ogni cosa al suo posto. Il prototipo è servito.

Ricapitoliamo.

1)      L’handicappato – felice in virtù del suo handicap – non percepisce i propri pesi, o li accetta con gioia, perciò non dà pesi da condividere.

2)      Ha la dignità dell’autosussistenza, quanto meno emotiva. Mi par di sentire: “…eppure ce la fa con tanto decoro, con tanta dignità, con tanta fierezza”. Chiaro: non chiede, o si accontenta di poco e ringrazia.

3)      Ha tanta forza, che ha acquisito dovendosi confrontare con la sofferenza. Ne ha così tanta da poterla donare anche a chi – non avendo compiuto schermaglie con il dolore – si è temprato meno. Dunque… non chiede, e in questo caso dà.

Non chiede, ma dà.

Incredibile!

È stata (o era stata?) una grande conquista sociale quella del principio “dare di più a chi più ha bisogno”, ed ora ci ritroviamo con il principio “dare di meno a chi più ha bisogno”.

Ecco il passo indietro.

Matteo Basilè, Apparitions, 2007

Voglio provare a guardare specularmente.

1)      La persona con disabilità qualche volta – o spesso – può aver bisogno di vedere la propria disabilità come una fortuna o – teleologicamente – come un “mezzo per un fine”. Perché? Forse perché si crede che se il proprio handicap ha un senso, ha un senso anche il proprio io, se il proprio handicap non ha un senso, non ne ha nemmeno il proprio io.

2)      Dal punto di vista più ampio, del consesso sociale, sempre più si favorisce la strutturazione dell’idealtipo che dal suo handicap trae forza e ne elargisce, quasi un super-eroe. Perché? Forse perché conviene? Forse perché è economicamente meno dispendioso? Forse perché in periodo di crisi gli handicappati “costano” troppo? Forse perché tanti handicappati sono un “ostacolo” allo sviluppo? E allora… tagliamo terapie, sussidi, e quant’altro. Tanto l’handicappato ha dignità, e chiede poco o nulla. Da un lato della medaglia c’è l’idealtipo dell’handicappato “eroe”. Dall’altro lato della medaglia, però, si stanno costruendo schemi mentali che conducano l’handicappato a “vergognarsi di chiedere”, vergognarsi di “non farcela”. In sintesi: o eroe, o palla al piede per la società. Wow! Forse non si tratta di un solo passo indietro.

Allora? Allora niente, non ho grandi soluzioni magiche da proporre.

So quello che io per ora voglio fare. Voglio cominciare a capire, a strappare il velo di Maya, ad avere sempre più coscienza. Una vera coscienza, non falsa. E se la parola coscienza richiama idee ritenute morte, per me non è un problema, è una scelta. Questa coscienza mi dice che il mio handicap non è una fortuna, non è un mezzo per un fine, non è un dono. La fortuna la si augura alle persone care, ed io non augurerei questa mia disabilità a nessuno. Non è una fortuna; semmai è una fortuna che io sopravviva e viva nonostante il mio handicap. E qualche volta mi capita anche di vivere “bene”! Il mio handicap non ha un senso, è proprio quello che è, uno schifo, qualcosa che avrei evitato volentieri.

Il mio handicap NON ha un senso, ma io sì, io ho un senso, uno o più, quelli che vorrò darmi, quelli che ho costruito e che vorrò costruire.

Anch’io, a dir la verità, per quanto sia sbagliato, faccio parte della schiera di quanti hanno pudore di chiedere ad alta voce e di rivendicare quelli che sono – o dovrebbero essere – diritti. Forse imparerò a farlo, forse no. Ma so che la mia coscienza sta diventando più chiara.

E sto imparando a raccontare, a lanciare un sasso nello stagno. Forse riceverò indietro altri sassi, non nello stagno, ma contro di me; o forse no o non solo. Mi piace ormai dirlo: “Un sasso nello stagno… in fondo smuove l’acqua”.

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6 Responses to “Non è una fortuna”

  • La società totalizzante vuole digerire tutto, triturare tutto, capire tutto. Io sono diverso e rivendico la mia diversità, la mia rabbia, il mio percorso. Non voglio alcun diritto in più di quello che mi spetta, né alcuna indicazione su come vedere me stesso.

  • Pasqualina Bonifacio

    Gentile Sig. “Fu”, lei scrive: “Non voglio alcun diritto in più di quello che mi spetta”. Sono completamente d’accordo. Ho, però, un dubbio. Faccio qualche esempio. Un disabile motorio deve attraversare la strada. Comincia ad attraversare con il verde, finché arriva il semaforo è rosso da un pezzo. Questa diversità dà o meno diritto a qualcosa di specifico? Un ipovedente deve camminare, attraversare strade, ecc. I semafori, almeno nella mia città, non hanno gli avvisi acustici. Questa diversità dà o meno diritto a qualcosa di specifico? Ancora….Siamo tutti indignati quando sentiamo che a qualcuno vengono negate le terapie salvavita, intendendo con salvavita la situazione di sopravvivenza biologica. Perfetto, ci mancherebbe altro! Anche se spesso, purtroppo, si impongono terapie “salvavita” a chi non le vuole più. Ma non si parla delle terapie “salva vita dignitosa”, quelle che migliorano la vita. Nella mia Regione, solo per fare un esempio, non viene più convenzionato il trattamento di idrokinesiterapia. Non salva la vita, ma la rende tanto, tanto più vivibile. Un persona con una limitatissima mobilità, ha o no diritto, per questa sua diversità, a qualcosa di specifico? Qual è in questi casi, solo per citarne alcuni, “il diritto che spetta e nulla di più”? Io credo che ci siano diversità che abbiano bisogno di un intervento maggiore, per il semplice fatto che l’autonomia personale non è scontata per tutti. Mi piacerebbe avere un contributo per capire questo confine da lei indicato: “solo quello che mi spetta e nulla di più”. Purtroppo ho quasi cinquanta anni, sono “vetero”, ormai, e il vizio di cercare di capire proprio non riesco a togliermelo. Ho smesso di fumare, sì, ci sono riuscita, ma il vizio di analizzare, discutere, confrontarmi, dibattere…ancora non me lo tolgo.
    Ah! Un altro dubbio. Sono d’accordo con lei sul fatto che la società totalizzante tenda a tritare tutto. Ma dubito, proprio fortemente, che la società totalizzante tenda anche a cercare di analizzare e capire. Fino ad ora, se la memoria non mi inganna, le società totalizzanti hanno massificato e tritato, come lei dice giustamente, ma non mi pare si siano distinte per analisi, confronto e sintesi.
    La rabbia? Sono d’accordo con lei. OGNUNO se la gestisce a modo suo, ci mancherebbe altro. Per quel che mi riguarda, voglio sì tenermela, ma voglio anche indirizzarla verso qualcosa che possa essere utile, almeno a me, certo, e se possibile anche ad altri. E’ un altro vizio che non riesco a togliermi. Per il resto… ognuno della sua vita, del suo corpo e dei pensieri, ha il diritto di farne quello che crede. :-) Per chiudere, qualcuno prima di me ha detto una cosa molto bella. Costituzione italiana, art. 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Niente affatto male il pensiero!

  • Riconoscere la diversità significa proprio dare al diverso tutti gli strumenti per vivere meglio. Ciò è molto diverso dal voler comprendere e ricomprendere la diversità dentro le categorie della mentalità neototalitaria che ci guida oggi. Non mi piace oggi la volontà diffusa di voler ricondurre la diversità, sia essa fisica o mentale, politica, religiosa…alla comprensione. Non posso avere io il mio punto di vista e pretendere anche di avere quello dell’altro diverso da me. Questo è il punto, preferisco il rispetto della diversità alla “digestione” della stessa.

  • Pasqualina Bonifacio

    Gentile Sig. Fu, sono d’accordo con quasi tutto quello che ha scritto in questo secondo commento. Solo un punto non mi convince, ma è mia formazione/deformazione. Credo che si possano tener lontani i totalitarismi solo con l’utilizzo del pensiero, del confronto – anche scontro, perchè no, purchè sia civile – e…cercando sempre di capire. Sbagliando anche, correggendosi e perfezionando. Ma l’uomo – intendo essere umano, ovviamente – che non cerca di capire… mi fa paura. Ciao.

  • Cara Pasqualina,
    concordo con la tua lucida analisi. E ritengo che la tua scelta di voler capire, di far in modo d’aver sempre più coscienza, sia l’unica possibile. L’alternativa sarebbe una resa senza condizioni.
    I tempi che stiamo vivendo, infatti, proprio a causa della loro mediocrità non lasciano più spazio a scelte mediate. O si cede, magari illudendosi che la propria sofferenza abbia un senso, oppure si combatte, cercando la verità.

    Cercare la verità, tuttavia, vuol dire esporsi a possibili ulteriori sofferenze. Ma sono convinto che questo rischio non possa essere evitato, perché quando l’essere umano pensa, non vuole ingannarsi.

    E oggi più che mai siamo di fronte ad un aut aut. O pensiamo, oppure ci lasciamo sommergere dalla melassa dell’ipocrisia, dove si esaltano valori in cui più non si crede per davvero, si lodano eroismi laddove c’è solo la durezza e la sfortuna nella vita, si rimuove la morte, insomma ci si racconta di tutto… pur di non affrontare la realtà.

    Mentre un tempo, forse, era possibile destreggiarsi, un po’ ricercando il vero e un po’ riposando sul luogo comune, rimandando al domani una sua messa in discussione, ora non vi è di certo più spazio per compromessi. O si combatte, o si finisce preda di questa specie di droga, che obnubila le coscienze.

    Sono contento per te, per la tua scelta di verità!

    Vorrei però dirti che, dalla mia esperienza, è davvero importante che la ricerca della verità sia la più radicale possibile. Tutto, ma proprio tutto deve essere messo in dubbio e poi ricostruito pezzo per pezzo. Per poi essere sottoposto ancora alla tua critica disinteressata.
    Potrà sembrare allora di non approdare a nulla, di girare in tondo. Perché nulla di oggettivo è stato colto. Eppure, ciò nonostante, la coscienza non sarà più quella di prima.

    Ti auguro di cuore d’essere raggiunta da una scintilla d’infinito.

    Roberto

  • Pasqualina Bonifacio

    Grazie, caro Roberto. E che dire? Anche questa volta hai colto nel segno. Un abbraccio grande. :-) Ah….ti giungano gli auguri delle più belle esperienze possibili.







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