Per una vita piena: la teologia della liberazione

di Cesare Del Frate

Oscar Romero

Oscar Romero

Guardare il mondo con gli occhi dei poveri, e così praticare la fede. Che non è fede in Gesù, ma di Gesù, cioè opera quotidiana d’amore per il prossimo e, di conseguenza, lotta all’ingiustizia. Questo è il messaggio centrale della teologia della liberazione, un modo di vivere la religione senza l’ossessione per il dogma, ma con la passione per la storia; come sostiene il frate domenicano e teologo Frei Betto:

Il messaggio centrale di Gesù è non tanto quello di avere fede quanto quello di mettere in pratica l’amore liberatorio.

Questo movimento, nato negli anni ’60 in Brasile, si è velocemente diffuso in tutta l’America latina e non solo, divenendo tanto un punto di riferimento per la volontà di riscatto delle classi popolari quanto una spina nel fianco delle gerarchie ecclesiastiche, sovente additate come rifugi per privilegiati distanti dal popolo. Come tutti i movimenti, la teologia della liberazione è una realtà fluida e poco strutturata, ma ben radicata nelle comunità di base, una miriade di gruppi religiosi spontanei che insieme interpretano la Bibbia e lavorano per il sociale. Il cardine è sempre la vicinanza ai poveri: con toni che mischiano marxismo e misticismo, si leva la voce di una Chiesa che vuole essere compagna e partecipe, fedele al messaggio di Cristo che visse dalla parte degli ultimi e degli emarginati; nelle parole di Frei Betto:

Per molta gente aprire la Bibbia è come aprire una finestra su interessanti fatti del passato. Nelle comunità ecclesiali di base, invece, la gente povera, quando apre la Bibbia, è come se guardasse se stessa in uno specchio, lo fa per riuscire a capirsi meglio, qui e ora.

La liberazione viene intesa come evento spirituale e sociale: bisogna rompere le catene della povertà, e per farlo si deve risalire all’ancoraggio di tali catene nel peccato. Come gli eletti da Dio sconfissero la schiavitù sotto il Faraone per partire verso la terra promessa, così i poveri devono lottare per la propria libertà e per la giustizia, trovando al proprio fianco la Chiesa. I toni sono chiaramente rivoluzionari ma, a differenza che nel marxismo, la violenza è ripudiata e la sperequazione viene fatta discendere non dalla lotta di classe ma da mali etici, quali l’avidità e la superbia:

Il mondo dei poveri ci insegna che la liberazione arriverà quando questi nostri fratelli poveri non staranno più dalla parte di chi riceve le elemosine dal governo e dalle chiese, ma saranno essi stessi protagonisti della loro lotta per la liberazione (Vescovo Óscar Romero).

I preti e i missionari della liberazione lavorano nelle strade, nelle favelas e nei campi delle nuove schiavitù: la loro retorica esalta le meraviglie dell’America latina e le sue enormi risorse spirituali, mentre lancia l’anatema contro lo sfruttamento del lavoro, la corruzione e l’arroganza dei potenti. Non a caso sono vicini al movimento per un’altra globalizzazione e a quello dei contadini senza terra, con i quali condividono l’humus del fermento sociale sudamericano.

Insomma, per queste comunità cristiane di base la fede è passione per il proprio tempo, impegno sociale e politico, lotta indefessa contro le ingiustizie. L’amore a cui invita Cristo è per il prossimo, e solo tramite il prossimo si può amare anche Dio. In questa interpretazione radicale della fede e dell’incarnazione divina, l’approccio dogmatico e catechistico tipico del Vaticano lascia il posto alla pastorale, alla vita in comunità e alla sete di giustizia: un approccio profondamente immanente alla religione e alla vocazione del credente.

Paradigmatica la storia di Óscar Romero (1917-1980), arcivescovo di San Salvador che si batté contro le violenze della dittatura salvadoregna. Nel 1980 la guerra civile aveva provocato più di 75.000 morti e un milione e mezzo di rifugiati. Il regime al potere, sostenuto dagli Usa, fu giudicato “colpevole di genocidio” dalla commissione sulla verità dei fatti dall’ONU. Romero, idolo della popolazione per le sue lotte a favore dei diseredati e contro l’autocrazia, venne assassinato il 24 marzo di quell’anno mentre celebrava l’eucarestia. “Se mi uccideranno risorgerò nel popolo salvadoregno”: e così fu, ancora oggi Romero è celebrato come un santo in tutta l’America Latina. E sempre attuale rimane la sua definizione della Chiesa:

Essendo nel mondo e perciò per il mondo (una cosa sola con la storia del mondo), la Chiesa svela il lato oscuro del mondo, il suo abisso di male, ciò che fa fallire gli esseri umani, li degrada, ciò che li disumanizza.

La sola presenza della Chiesa, come corpo mistico di Cristo, basta a svelare per contrasto il male del mondo, come un chiaro di luna in una notte fitta. La tensione utopica, o fede, vibra rivelando il peccato per quel che è veramente: ciò che “degrada” e “disumanizza”. Più che gettar luce, la sete di giustizia pone nella giusta luce, cioè consente di vedere la bruttura della prevaricazione risvegliando dall’indifferenza, dal torpore etico, dal senso di impotenza. La giustizia non è mai pienamente realizzabile, e proprio per questo chiama a una lotta continua e tenace; è una promessa salvifica di là da venire, ma la cui realizzazione, per quanto parziale, è di questo mondo, frutto dell’opera degli “uomini di buona volontà”. La giustizia si offre a noi come un dono, come una grazia, così invocando il controdono dell’impegno.

La teologia della liberazione  è quindi ricerca di una vita piena in questo mondo. Frei Betto nota a riguardo come Gesù nei Vangeli risponda infastidito a chi gli chiede come entrare in Paradiso, come se la domanda mal interpretasse il senso della fede:

La prima domanda che spesso viene posta a Gesù è: “Signore, che devo fare per guadagnare la vita eterna?”. Ecco, questa domanda non esce mai dalla bocca di un povero. Esce sempre da coloro che si sono assicurati la vita terrena e che quindi pensano ad assicurarsi anche l’al di là. È la domanda tipica dell’uomo ricco, che vuol sapere come poter comprare anche il paradiso. E tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda si sente a disagio, irritato. E ha anche reagito in modo un po’ aggressivo quando un ricco, nel porgli la domanda, lo adula apostrofandolo: “Buon maestro”. “Io non sono il maestro, il buon maestro è Dio”, gli risponde Gesù.

La seconda domanda che si incontra è invece: “Signore, come devo fare per avere una vita in questa vita?”. Ecco, questa viene solamente dalla bocca dei poveri. “Le mie mani sono inerti, hanno bisogno di lavorare. Sono cieco, ho bisogno di vedere. Sono paralitico, voglio camminare. Mio fratello è morto, vorrei vivesse. Mia figlia è malata, vorrei che guarisse”. I poveri chiedono a Gesù vita in questa vita. E a loro Gesù risponde sempre con misericordia e compassione. Perché lui stesso ha detto “io sono venuto qui perché tutti abbiano vita, e una vita piena”.

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7 Responses to “Per una vita piena: la teologia della liberazione”

  • La ricerca di una vita piena in questo mondo consiste, secondo me, nel vivere nell’eternità.
    Questa mia convinzione non deriva da uno slancio irrazionale, ma dalla ricerca della realtà.
    Ci illudiamo che l’eternità consista nell’immortalità. Perché crediamo che la Realtà sia ciò che abita il presente. Di modo che per noi reale è ciò che “resiste” al Divenire.
    Ma non è così.
    Realtà è invece il fare ciò che si deve. Quando scegliamo ciò che ci appare “giusto”, ecco, noi siamo nell’eternità.

    D’altronde, non siamo da sempre in quel primo unico attimo in cui l’universo è nato? Secondo la teoria del Big Bang non nasce forse lo spazio e il tempo? E la luce, seppur a noi pare partire da una stella lontana e viaggiando viaggiando arrivare a noi dopo miliardi di anni, non è essa sia già partita sia già arrivata, visto che per essa tutto il nostro tempo è racchiuso in un istante e l’intero universo non è che un punto?

  • ciao Roberto, ciò che dici è molto particolare. Sbaglio, o sento degli echi delle tesi di Severino sull’eternità e il divenire?

  • Ciao Cesare, la tua impressione è corretta, mi considero debitore verso Severino.
    “Essenza del Nichilismo” mi è stato di grande aiuto per comprendere la natura del problema.
    Sono giunto a lui leggendo “Sulla Verità” di Jaspers. In una nota Galimberti faceva riferimento a Severino.
    Ho poi continuato a leggere suoi scritti, nella speranza di trovare ulteriori indicazioni, ma non ne ho trovate, anche in occasione di alcuni brevi confronti con lui. Mi è rimasta come l’impressione che dopo il suo esordio, la sua tesi non si sia più sviluppata restando in tal modo sospesa. Un coraggioso slancio di sfida a cui non è però seguito un consolidamento.

    Pur essendogli grato, considero mio maestro Karl Jaspers, forse perché parla al mio cuore, ma pure perché va in profondità, non solo riguardo al divenire, ma anche nello sforzo di andare oltre la logica, alla ricerca della Trascendenza.

  • [...] Per una vita piena: la teologia della liberazione di Cesare Del Frate Oscar Romero Guardare il mondo con gli occhi dei poveri, e così praticare la fede. Che non è fede in Gesù, ma di Gesù, cioè opera quotidiana d’amore per il prossimo e, di conseguenza, lotta all’ingiustizia. blog: Filopop | leggi l'articolo [...]

  • Pasqualina Bonifacio

    Ciao a entrambi. Vorrei dire che a me questo articolo è piaciuto, credo che contenga davvero spunti interessanti. Guardando “qui ed ora” credo anche che rappresenti un buon anello di congiunzione tra credenti, non credenti e agnostici. Se alcune radici sono comuni, si può comunque cercare di offrire contributi che pur nella diversità mirino sinceramente a far progredire davvero questo nostro mondo.

  • ciao Pasqualina, condivido il tuo punto di vista. A volte, purtroppo, la fede erige steccati e barriere: di qua i puri, di là tutti gli altri.
    Altre volte, invece, la fede viene vissuta come passione per il mondo, e unisce invece di dividere.

  • I vostri pensieri mi rasserenano.
    Secondo me, l’”anello di congiunzione” altro non è che fede nella Verità. Verità che nessuno possiede, ma in cui occorre aver fede. Ed è proprio questa fede che deve guidare nelle scelte qui e ora.
    Non siamo mai certi di essere nel giusto, eppure dobbiamo scegliere, accollandocene tutta la responsabilità.
    Sono convinto che la fede nella Verità sia l’unica fede davvero necessaria. Fede che ci carica di tutta la responsabilità, perché non abbiamo nulla di concreto, oggettivo, a cui aggrapparci: sta a noi e solo a noi.
    Ma non può essere che così! Se la Verità ci fosse, in tutta evidenza, potrebbe ancora esservi vita?
    Quando però la tensione non è più sopportabile, e allora si ripiega nel credere in un che di oggettivo, fosse pure un Dio buono e onnipotente, ecco che siamo già nella superstizione…

    La Verità non ci appartiene, non c’é… e ciò nonostante, anzi, proprio per quello, è il nostro Fondamento.







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