Platone e il tiranno: del potere ingordo

Corpo individuale e corpo politico si richiamano l’un l’altro, ad entrambi presiede la giustizia della misura e della regola. Il tiranno si pone, rispetto a tale ordine, come l’eccezione scatenata, come il bramoso incontenibile che disgrega l’anima e la città, portando la rovina del corpo come delle istituzioni, e per questo gli si addice il nome di “disgraziatissimo”.

di Cesare Del Frate

Come animale mai sazio, che incessantemente si ingozza senza potersi riempire, mosso da fame divorante sé e il mondo: così Platone figura la personalità del tiranno, uomo sventurato prigioniero delle proprie ossessioni. Il Libro IX di La Repubblica di questo parla; con immagini potenti ed evocative Platone fa dire a Socrate tutto il suo sdegno per tale incarnazione del dominio, e non solo: fonda la riprovazione morale su una critica teoretica dei meccanismo delle pulsioni.

La fiamma del desiderio è per sua natura inestinguibile, solo intelligenza e virtù possono porre un argine al giogo che il corpo cerca di imporre all’anima: da queste premesse si incammina l’analisi di Platone, in un gioco di corrispondenze fra l’anatomia del piacere, il carattere del tiranno e le forme di potere:

Le persone che non conoscono intelligenza e virtù, che badano sempre alla buona tavola e a simili cose, vengono trasportate verso l’infimo, e così errano tutta la vita; e mai, superando questo limite, hanno innalzato lo sguardo a ciò che è veramente alto né mai vi sono state trasportate, mai sono sazi, mai hanno assaporato un puro e solido piacere.

Ma, come bestie, tengono sempre lo sguardo rivolto in basso, curve verso il suolo e le loro mense, e pascolano rimpinzandosi e montando; per la smodata cupidigia di questi piaceri si prendono a calci e cornate, e s’ammazzano a vicenda con corna e zoccoli ferrei. La causa è l’insaziabilità (Platone, La Repubblica, libro IX, 586).

Il piacere e l’eccesso

Il ventre è qui la sede degli appetiti più bassi e volgari, e per ciò stesso più distanti dalla virtù che dovrebbe illuminare sia il singolo che il sovrano: non a caso la gola viene presa a simbolo e sineddoche di tutti gli altri impulsi, perché la gola ne rappresenta in maniera chiara e iconica la tendenza, fra questi comune, all’insaziabilità, vero scandalo morale per la filosofia greca, a cui si contrappone, sia in Platone che in Aristotele, la temperanza del saggio. Il piacere, insomma, non è un male in sé, ma nel suo cuore alberga, sempre, la minaccia e il rischio dell’eccesso, e l’eccesso comporta a sua volta la perdita della libertà e l’obnubilamento della ragione.

Sono piaceri che acquistano colore dalla sovrapposizione reciproca, sì che gli uni e gli altri appaiono vivissimi e generano nelle persone sciocchi e furiosi amori per essi: danno luogo a contesa, come il simulacro di Elena che, secondo Stesicoro, i guerrieri si contesero sotto Troia perché ignoravano il vero (Platone, La Repubblica, libro IX, 586).

Curiosamente, del piacere dell’eccesso non si gode insieme, ma soli, e isolato come in una prigione di fantasmi è sia l’intemperante che il tiranno: entrambi non conoscono il vivere comune della polis, piuttosto contendono agli altri gli oggetti delle loro brame, come i guerrieri a Troia lottarono per l’ingannevole simulacro di Elena. Ecco perché il tiranno si crede sovrano, ma è schiavo.

il Trimalcione di Fellini

il Trimalcione di Fellini

Dissoluzione e dissipatezza: come il potente si autodistrugge

Ghiri cosparsi di miele e spolverati di polvere di papavero, cesti d’olive, salsicce che friggono su una griglia d’argento, prugne siriane con chicchi di melograno, una lepre provvista di ali, affinché assomigli a Pegaso, un cinghiale con contorno di datteri sia freschi che secchi: di simili prelibatezze si fa vanto il banchetto di Trimalcione, liberto arricchito e smanioso con cui Petronio figura la decadenza dell’Impero Romano, una volta perduta l’originaria austerità e abnegazione. Quella del potere che mangia ingordo in festini sfrenati, mentre il popolo soffre, è un’immagine ricorrente e quasi archetipica, come se al potere stesso fosse connaturata un’inclinazione all’eccesso, alla bramosia, catturata dall’immagine del ventre che vuole di più, senza mai essere satollo.

In simile scena si incontrano dissolutezza e dissipazione: colui che Platone definisce aplestos (“che non può essere riempito”), cioè il tiranno, brucia, consuma e divora ricchezze e beni, fino a distruggere il regno che domina, e al contempo in questo, nell’atto di tutto ingurgitare, si dissolve, si fa molle e informe come la sua stessa cupidigia, perde freni e inibizioni fino a farsi men che umano, e simile ad animale, ventre amorfo che si dilata, sfilaccia, decompone. Lo zenit del potere coincide qui con l’alba della sua decadenza.

Invece di costruire armonia ed equilibrio fra anima e corpo, il tiranno, come l’ingordo, nutre a dismisura quella che Platone chiama “la bestia dalle forme infinite”, cioè l’indomabile bramosia; fra ragione e passione non crea

né confidenza né amicizia, ma lascia che si mordano e, combattendosi, si divorino l’un l’altra (Platone, La Repubblica, libro IX, 589).

Divorare il mondo

Non dimentichiamoci che il cibo è metafora del mondo; in tal senso, l’ingordigia di pietanze allude al mangiarsi il mondo: lo voglio, me lo infilo in bocca e lo trangugio, lo faccio mio, lo digerisco e assimilo, lo possiedo, annientandolo. Il legame fra fame e dominio è una costante della filosofia, lo ritroviamo anche in Hegel il quale, in La fenomenologia dello spirito, attribuisce all’atto del cibarsi la prima forma embrionale di coscienza, in cui il sé cerca di negare il mondo e quindi appropriarsene.

Anche Freud scorge in questo fenomeno un meccanismo potente dell’inconscio: nella fase orale l’infante vuole introiettare l’altro inghiottendolo, prima modalità di identificazione segnata dal narcisismo e dal delirio di onnipotenza. Perché ciò che traspare nell’aggressività insita nell’atto, cioè non il semplice nutrirsi ma il tentare di catturare il mondo nella propria morsa, è una volontà di dominio che si crede capace di tutto, incontenibile perché già da sé non si contiene, lo spasmo di un corpo che freme per possedere.

Di tal specie è il delirio del tiranno, che vorrebbe avere tutto e subito, come un bambino capriccioso, che ogni cosa vuole controllare e dominare, mentre dilapida e saccheggia i beni della comunità.

Il governo di sé e della città

Schiavo delle proprie manie, il tiranno non sa dominare se stesso, e di conseguenza nemmeno sa amministrare la città. Perché per il pensiero greco c’è isomorfismo fra governo di sé e degli altri: solo chi sa armonizzare e temperare le proprie passioni, nonché gestire e amministrare la casa e i beni, è capace di governare la polis. Corpo individuale e corpo politico si richiamano l’un l’altro, ad entrambi presiede la giustizia della misura e della regola. Il tiranno si pone allora come l’eccezione scatenata a tale ordine, come colui che disgrega l’anima e la città, porta la rovina del corpo come delle istituzioni, e per questo a lui si addice il nome di “disgraziatissimo”:

Non vive come un comune cittadino l’uomo interiormente mal governato e disgraziatissimo, il tiranno insomma. Pur essendo incapace di dominare se stesso e le sue pulsioni, egli cerca di governare altri. Chi è realmente tiranno è realmente schiavo: obbligato ai maggiori incensamenti e servilismi, adulatore dei peggiori individui; e a chi sappia considerarne l’anima tutta, egli appare totalmente insoddisfatto nei suoi appetiti, tutto dominato da infimi bisogni, povero veramente, pieno di paura per tutta la vita, preda di convulsioni e dolori.

Il suo potere lo costringe a essere e diventare, ancor più di prima, invidioso, infido e ingiusto, privo d’amici, empio, a ricettare e alimentare ogni vizio. Per tutto questo è infinitamente disgraziato e tali rende anche coloro che lo frequentano (Platone, La Repubblica, libro IX, 579).

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