Ridere del mondo

D. Velasquez, Democrito, 1628
Si racconta che Democrito, filosofo di Abdera, giunto alle soglie della vecchiaia assunse una strana abitudine. Ogni giorno egli si recava al porto della sua città, si guardava intorno e scoppiava a ridere fragorosamente. Forse perché eccessiva per un filosofo della sua fama, la sua risata non venne compresa dai concittadini i quali, sospettando fosse impazzito, chiamarono un medico. Ippocrate, giunto ad Abdera, visitò l’ilare paziente e rassicurò i concittadini: Democrito non era mai stato meglio. Semplicemente egli rideva del loro affannarsi per attività, cariche e affari vane e inessenziali.
Con una risata Democrito seppellisce l’intero ordine della sua città. Quando il filosofo ride, il porto si arresta. I marinai smettono di sbarcare le merci, i passanti si fermano sulla banchina, i commercianti interrompono la contrattazione dei prezzi per voltarsi a guardare il filosofo che ride a crepapelle. Il flusso delle attività e dei commerci si interrompe, quasi magicamente. Il riso di Democrito sospende qualcosa di più dell’ordine che sostiene la città. Mentre la sua risata eccheggia in città, benchè non compresa, instilla il dubbio che l’ordine degli scambi e delle cariche non debba essere preso troppo sul serio. Come scrive Bataille, il riso “conserva una credenza senza crederci” costringendo a un esercizio antidogmatico in cui la mera logica fallirebbe. Il riso è un’esperienza immediatamente comunicabile e, al contrario di ogni argomentazione, inconfutabile.
Giocando con l’etimologia, potremmo dire che divertire è il contrario di convertire. Laddove una credenza viene assunta e obbedita con certezza nella conversione, il riso provoca una diversione di questa fede, in qualunque cosa esse venga riposta. Per questo usiamo dire che il riso è dissacrante: le convulsioni di pancia o le smorfie della labbra implicano una remissione irriverente delle certezze necessarie affinchè ogni ordine, sociale, economico, conoscitivo, religioso possa essere conservato.
Basta un gioco di parole ironico, l’enfasi maligna su un difetto, o gli stilemi più complessi del rovesciamento sarcastico, per indurci a ridere, ad aprire una faglia nella certezza riposta in ciò che è diventato l’oggetto del riso. Un nomignolo beffardo con cui canzoniamo amici, colleghi e politici conduce a una trasgressione inaspettata: inventando un nuovo nome, sospendiamo l’ordine designato da quello precedente. Quando ridiamo così di loro, pur sapendo la loro legge ci concediamo di non obbedirvi. Ecco perché abbiamo qui a che fare con ben più di un semplice ridimensionamento dell’altrui vanagloria: più che sminuire, il riso può giungere a mettere fra parentesi un intero ordine. Democrito, prendendo in giro il tal o tal’altro mercante, colpisce un bersaglio più vasto, ponendo un dubbio sul senso dell’affanno degli affari, della servitù alla ragione mercantile. Facendo la caricatura di un personaggio si può arrivare alla caricatura di un mondo, a riflettere su ciò che comunemente diamo per scontato.
Anche un nomignolo può diventare una piccola festa rituale dove ogni ordine e le sue interdizioni vengono oltrepassate sfiorando lo spazio del sacro, dove tutto è concesso. Pur se nel breve istante di una risata.
Francesca Bigi







