Rio de Janeiro: rovine moderniste e narrazioni nazionali

di Beatriz Jaguaribe

Metropolitan Cathedral, Rio de Janeiro

Un tratto persistente delle strategie urbane di modernizzazione di Rio de Janeiro fu l’ossessiva promozione del nuovo. Il miraggio più affascinante della modernità favorì un’architettura eclettica nella Rio della Belle Époque: la stilizzazione di ornamenti che richiamavano il passato fu impiegata non per manifestare, all’interno della tetraggine moderna, la nostalgia per l’opulenza di altre epoche, ma perché rappresentavano l’ultima moda venuta dalla Francia. Fra fine Ottocento e inizio Novecento lo sforzo degli urbanisti per trasformare Rio de Janeiro in una Parigi tropicale diedero vita a un vasto assortimento di muse in marmo, vetrate colorate raffiguranti paesaggi europei, gargoyle, e varie altre imitazioni di decorazioni parigine.

Collocate nel mezzo della vegetazione tropicale e nel clima torrido della città, queste imitazioni, spesso realizzate con materiali scadenti, si deteriorarono velocemente, offrendo quello spettacolo che l’antropologo Claude Lévi-Strauss sintetizzò nella celebre definizione:

I tropici sono, più  che esotici, démodés.

Vestite con cashmere inglese o avvolte in sete e corsetti, le elite locali cercarono di fare, nonostante fosse coperto di sudore, buon viso a cattivo gioco, parodiando lo slogan “Rio si sta civilizzando”.

L’architettura moderna brasiliana cercò di superare l’eredità multiculturale non tramite un suo incorporamento nel folklore, ma grazie all’evocazione di forme atemporali e universali. L’architettura modernista internazionale non si impegnava tanto nella monumentalizzazione del passato, quanto in quella di un futuro già contenuto nella progettazione e nella morfologia degli edifici. Il “nuovo” avrebbe dovuto sfuggire alla temporalità della storia, e ribellandosi all’inevitabile invecchiamento rifiutava di immaginarsi come futura rovina. In quanto monumento alla creazione del “nuovo”, l’architettura modernista, per sfuggire alla rivincita del tempo, avrebbe dovuto congelarsi miticamente in un presente immobile.

Rio de Janeiro Modern Art Museum, 1954 - Afonso Eduardo Reidy Arch.

Chiaramente tale aspirazione fu irrealizzabile: le rovine degli edifici modernisti di Rio, come il palazzo del Ministero dell’Educazione e della Salute o l’Università Federale, rivelano non solo la loro deperibilità architettonica, ma anche l’evanescenza del progetto nazionalista moderno. Le rovine degli imperi classici esprimono l’invincibilità del tempo e l’ostinata grandiosità delle costruzioni umane. Le rovine moderniste manifestano la decrepitezza del nuovo. Nel loro ribellarsi al tempo, dimostrano la vana volontà di negare la morte e la storia.

Lo scrittore e sociologo Gilberto Freyre, visitando il Parlamento di Rio nei primi anni del Novecento, commentò:

La facciata dell’edificio è ornata da sculture di eroi nazionali. E queste figure, in accordo a un comico ideale classicista, indossano costumi romani. Il colonnello Benjamni Constant ne emerge come una macchietta da vaudeville: ha pizzetto e monocolo, le braccia nude e un gonnellino romano. Al suo fianco il generale Diodoro, anch’esso in costume romane, tiene in mano una spada delle dimensioni di un coltello da cucina. Uno spettacolo meraviglioso nel ridicolo.

Lucio Costa, Oscar Niemeyer and others, MES building, Rio de Janeiro, 1936–43.

Eppure, ai tempi in cui Freyre scriveva, persino nel centro europeizzato, disegnato per le passeggiate dell’elite, il mescolarsi di classi sociali e gruppi etnici faceva parte dello spettacolo urbano e della vitalità delle strade. Bar, librerie, venditori ambulanti, abitanti in turbante, immigrati coi loro costumi rurali nazionali e l’elite vestita di cashmere inglese si spintonavano a vicenda nei parchi e nelle piazze. Il pulsare della vita di strada di Rio era in larga misura una miscela multiculturale.

Una delle caratteristiche di Rio de Janeiro era la forza della sua tradizione eterogenea e meticcia, e questo aspetto non sarebbe stato cancellato dalla facciata europea. Con il movimento modernista del 1922, la tradizione transculturale brasiliana si consolidò, e la nazione fu rifondata su un pantheon meticcio. I contatti con le avanguardie europee, la valorizzazione del primitivo e la volontà di riscoprire la specificità degli scambi multiculturali al di fuori della norma europea portarono a una severa critica del cosmopolitismo della Belle Époque. L’urbanista Oswald de Andrade, nel suo Manifesto antropofagico (1922), elaborò uno stile ironico di appropriazione culturale: non più imitatori o servitori coloniali, i brasiliani sarebbero diventati cannibali che avrebbero preso i bocconi più succulenti della cultura europea per poi cucinarli con ingredienti africani e indiani.

La mania ottocentesca per le rovine si incentrava sulla teatrale spettacolarizzazione del contrasto fra l’ambiente naturale e la decadenza delle costruzioni umane. Le rovine erano particolarmente apprezzate quando i loro contorni, evocativi della morte, erano attorniati dal rigoglio della vegetazione spontanea, quando l’abbraccio di edere e foglie copriva le pietre monumentali.

La dissacrazione di epoche passate era tanto una testimonianza degli sforzi, da parte delle civiltà, di forgiare la storia (una dimostrazione del bisogno di lasciare una traccia culturale sulla natura), quanto era segno dell’impossibilità di sconfiggere la devastazione del tempo. Il fascino delle rovine era tale che nel corso dell’Ottocento nacque la moda di fabbricarne di artificiali: che fossero autentiche o meno, la mania per questi monumenti manifesta il bisogno tipico della modernità di contrapporre se stessa al passato. La storica Anne Janowitz ha notato come in Gran Bretagna il debole romantico per le rovine facesse parte di un più ampio processo di costruzione dell’immaginario nazionale: le rovine che punteggiavano il paesaggio inglese allevò un senso dell’impero nutrito dalla naturalizzazione delle rovine, trasformate in simboli delle origini mitiche della potenza nazionale. Al contrario, in Brasile la costruzione dell’immaginario nazionale fu affidata alle promesse della modernità più che ai monumenti del relativamente recente passato coloniale.

Paradossalmente, gli edifici modernisti, attraverso la loro decadenza, riflettono l’aura di una modernità del passato che si esprime nella memoria di utopie non realizzate, nell’evocazione di una nazione immaginata, nelle aspirazioni naufragate. Questi edifici simbolizzarono il sogno della ragione in quella che veniva percepita come la città del caos. Oggi, nella veste di rovine, sono immersi nella nostalgica luce delle illusioni del passato, souvenir modernisti nel presente postmoderno. La Rio de Janeiro contemporanea, multiculturale e dagli incerti confini, trasforma le forme architettoniche e le narrazioni nazionali in una pluralità di storie.

Traduzione di Cesare Del Frate

Tratto da: B. Jaguaribe, Modernist ruins: national narratives and architectural forms, Public Culture, 11(1), 1999.

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