Judith Butler e Caster Semenya: la determinazione del sesso e gli standard sportivi, le ambiguità del genere, la condizione degli intersessuati, la ricerca dell’uguaglianza e dell’inclusività.

Caster Semenya

Caster Semenya

di Judith Butler

La filosofa Judith Butler, nel novembre scorso, è intervenuta nel dibattito pubblico sul controverso caso di Caster Semenya, l’atleta sudafricana specialista degli 800 metri piani e campionessa mondiale in carica a cui è stata contestata la medaglia. L’Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera (IAAF) ha costretto l’atleta a sottoporsi a un test per determinarne il sesso, da cui è risultato che Semenya è intersessuata, ha cioè caratteristiche sessuali sia maschili che femminili. Attivisti e politici sudafricani hanno contestato la politica della IAAF, ritenuta razzista e in contrasto con la difesa della privacy e dei diritti umani. La vicenda si è conclusa con un accordo fra l’atleta e l’Associazione secondo cui Semenya può conservare la medaglia e il premio economico. Judith Butler analizza il caso dal punto di vista della filosofia queer, interrogandosi sulle norme che regolano il sesso e il genere nello sport.

Mi ha fatto piacere vedere, sulla stampa di oggi, che si è deciso di separare la questione su quale sia il reale sesso di Caster Semenya dalla questione riguardante se potesse o meno tenere la sua medaglia o competere sportivamente con altre donne. La spinta a pubblicare i risultati del test genetico sul suo sesso mi sembrava sensazionalista e intrusiva, nonché fuorviante rispetto al vero punto della situazione. La decisione dello IAAF del 19 novembre 2009 va nella direzione di onorare la complessità e vulnerabilità di questa persona, e inoltre illustra le vie attraverso cui il suo genere è legato a modalità di riconoscimento e radicamento familiari e culturali. Infatti, mi chiedo perché ci sentiamo costretti a definire il sesso con criteri rigidi, visto che il sesso può essere ambiguo, e lo è almeno per 10% della popolazione, se non di più, considerando anche i fattori psicologici. Gli standard utilizzati per definire il sesso stanno chiaramente mutando, e non sempre coincidono fra loro  (cromosomi, ormoni, anatomia). L’accordo negoziato con Semenya non è basato sul “fatto” del sesso, ma su un consenso raggiunto fra le varie parti in causa: applaudiamo a tale distinzione.

Caster Semenya

Caster Semenya

Gli standard del sesso

Dopotutto, la questione della medaglia e della partecipazione sportiva è differente da quella riguardante quale sia realmente il suo sesso – e tale dovrebbe rimanere. Visto che così tante persone non si conformano agli standard per definire univocamente il sesso, spetta a noi trovare altri modi per decidere chi può competere sotto quale categoria. Non è una decisione facile, ma è importante tenere a mente che possiamo invocare certi standard per l’ammissione a competere sotto una particolare categoria di genere senza con questo decidere se una persona “sia” o meno, univocamente, quella categoria. Se lo standard dovesse essere, ad esempio, i livelli ormonali, e si fosse deciso che non si può sorpassare un certo livello di testosterone per giocare negli sport femminili, allora una giocatrice potrebbe ancora essere una “donna”, in senso culturale, sociale e persino biologico, ma non si qualificherebbe per competer con quegli standard. Allo stesso modo, un “uomo” potrebbe non qualificarsi per competere negli sport maschili per via dei medesimi standard, ma potrebbe qualificarsi per quelli femminili: perché dovrebbe essere un problema?

In entrambi i casi, non saremmo costretti a stabilire per prima cosa il sesso per decidere le qualificazioni per competere in una certa categoria di genere. Non sto dicendo che questo dovrebbe essere lo standard, sto solo facendo un esempio per mostrare come gli standard di qualificazione non debbano necessariamente trasformarsi in decisioni definitive sul sesso, e che le decisioni sul sesso potrebbero certamente essere distinte dalle più ampie e complesse questioni sul genere.

judith Butler

judith Butler

Genere e sport

Sono stata piacevolmente colpita e interessata da due frasi pubblicate oggi sul New York Times. La prima è del ministro dello sport sudafricano: “Caster Semenya può decidere di competere come donna, e donna è”. Sembrerebbe che se lei può decidere, allora il suo genere è, in un certo senso, qualcosa di soggetto a decisione. Ma se lei “è” una donna, allora non sembrerebbe una decisione. L’affermazione contiene due differenti standard per ciò che pensiamo riguardo la determinazione del sesso, e inoltre dissimula una certa confusione fra la determinazione del sesso e l’identità di genere.

La seconda frase è: “dal punto di vista di IAAF, non è chiaro quale sia esattamente la soglia oltre la quale per un’atleta femmina non è possibile competere come donna”. Si potrebbe pensare che se lei è un’atleta femmina, allora può competere come donna, ma ovviamente il New York Times sta facendo una distinzione fra sesso e genere. Infatti, l’associazione sportiva cerca di decidere se l’atleta sia o no una “femmina”. E ancora, se consideriamo che questo atto di “determinazione del sesso” è stato portato avanti in modo collaborativo da una commissione con al suo interno “un ginecologo, un endocrinologo, uno psicologo, un esperto di genere” (perché non mi hanno chiamata!?), allora il presupposto è che della determinazione del sesso fanno parte fattori psicologici e culturali, e che nessuno di questi “esperti” potrebbe da solo saltar fuori con una scoperta definitiva. Tale cooperazione suggerisce anche che la determinazione del sesso passa dal consenso e, di conseguenza, quando non c’è consenso non c’è determinazione del sesso. Ciò non significa forse presupporre che il sesso è una qualche forma di negoziazione sociale? E siamo noi, in questo caso, testimoni di un imponente sforzo per negoziare socialmente il sesso di Semenya, con anche i media parte in causa nella deliberazione?


Gli intersessuati

L’intero dibattito elide la condizione degli intersessuati. Potremmo dire che le istituzioni sportive mondiali coltivano un certo diniego dell’intersessualità intesa come una dimensione duratura della morfologia umana, anche a livello genetico ed endocrinologico. Cosa succederebbe se la IAAF, o qualsiasi organizzazione sportiva mondiale, decidesse di dover elaborare una politica su come possano partecipare a sport competitivi coloro che vivono nella condizione di intersessualità?  Se si rifiutassero di elaborare una simile politica, allora potremmo dire che hanno preventivamente escluso le persone intersessuate dalla competizione, trasformando la determinazione sessuale binaria in un prerequisito per accedere alle competizioni. Ciò sarebbe non solo palesemente discriminatorio, ma trasformerebbe l’ideale del dimorfismo sessuale in un prerequisito per partecipare. Invece di cercare di identificare e di trovare quale sia il “vero” sesso di Semenya o di chiunque altro, perché non pensiamo a standard per partecipare sotto categorie di genere, standard che abbiano lo scopo di essere sia egualitari sia inclusivi?

Solo allora potremmo finalmente smettere la sensazionalistica caccia alle streghe del cercare il “vero sesso” di qualcuno, per invece aprire gli sport alle costitutivamente complesse specie di animali umani a cui apparteniamo.

Pubblicato originariamente su The London Review of Books, 20 novembre 2009

Traduzione di Cesare Del Frate

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