Post con tag capitalismo
Il corpo come progetto
27 gen
Protesi di silicone che ballano la rumba, Baudrillard impazzito di fronte al Disney World, la tua compagna orripilata dalle zampe di gallina, la biopolitica ai tempi della chirurgia estetica.
Piercing, tatuaggi, chirurgia estetica: il corpo è oggi malleabile come mai prima. Ma qual’è il significato di tali trasformazioni del sé, dell’immagine e del sentimento dell’io?
Secondo i sociologi, siamo entrati nell’epoca del “corpo come progetto”. Mike Featherstone e Brian Turner, fra gli altri, rivendicano la libertà espressiva del reinventare l’identità e la sua carne: finalmente possiamo mostrare i nostri desideri, ambizioni, aspirazioni in modo visibile e percepibile a colpo d’occhio da chi ci osserva.
Così capovolgendo una tradizione millenaria che vede nella fisicità un ostacolo: da Platone che condannava il corpo come “prigione dell’anima” fino a Cartesio e alla sua distinzione, netta e manichea, fra res cogitans e res extensa, tutto a favore della seconda, cioè di una razionalità, e di un’anima, ben scisse e superiori alla mera carne. Oggi le nostre anime non appertengono più al mondo sublime dello spirito, ma all’incarnazione mondana di una materia scrutata e progettabile. Continua >
A vent’anni dal muro: capitalismo autoritario, utopie democratiche e rivoluzioni a venire
4 gen
È un luogo comune, 20 anni dopo la caduta del muro di Berlino, sentir descrivere gli eventi di quegli anni come miracolosi, un sogno realizzatosi, qualcosa che nessuno si sarebbe immaginato anche solo un paio di mesi prima. Libere elezioni in Polonia con presidente Lech Walesa: chi avrebbe pensato fosse possibile? Ma un ancor più grande miracolo avvene due anni dopo: libere elezioni democratiche riportarono gli ex comunisti al potere, Walesa fu ridimensionato, divenendo molto meno popolare persino di quel generale Jaruzelski che guidava il regime prima, appunto, della caduta del muro.
Questo capovolgimento viene solitamente spiegato con le aspettative “immature” delle persone, che semplicemente non avrebbero un’idea realistica del capitalismo: volevano avere la loro torta e mangiarsela, volevano la libertà e l’abbondanza materiale della democrazia capitalista senza doversi adattare a vivere in una “società del rischio”, ad esempio senza perdere la sicurezza e la stabilità garantita dal regime comunista.
Nostalgie comuniste
Quando il sogno sublime della “rivoluzione di velluto” è stato infranto dalla realtà della nuova democrazia capitalista, la gente reagì in uno di questi tre modi: con nostalgia per i bei tempi andati del comunismo; abbracciando il nazionalismo populista di destra; con tardive paranoie anti−comuniste. Le prime due reazioni sono facili da capire, e spesso si sovrappongono, come avviene oggi in Russia. Gli stessi conservatori di destra che, decenni fa, urlavano “meglio morto che rosso!”, oggi li si sente spesso mugugnare “meglio rosso che mangiare hamburger”. La nostalgia per il comunismo non dovrebbe essere presa troppo seriamente: lungi dall’esprimere un reale desiderio di tornare a una grigia società socialista, è piuttosto una forma di lutto per prendere commiato dal passato. E il nazionalismo populista, lungi dall’essere una peculiarità dei paesi dell’est, è una caratteristica comune a tutti i paesi catturati nel vortice della globalizzazione.
È molto più interessante la recente resurrezione dell’anticomunismo, dall’Ungheria alla Slovenia. Nell’ottobre 2006 una vasta protesta contro il Partito Socialista al governo paralizzò l’Ungheria per settimane. I manifestanti addossavano la colpa della crisi economica del paese ai suoi leader, i successori dei comunisti. Negarono la legittimità del governo, sebbene si fosse insediato in seguito a elezioni democratiche, e quando venne impiegata la polizia per ristabilire un livello minimo di ordine, paragonarono l’atto all’invasione dell’armata sovietica nel 1956. In breve, si sostenne che la rivoluzione di velluto del 1989 andava riproposta dal momento che, dietro le false apparenze della democrazia, niente era davvero cambiato, gli stessi potentati tenevano ben strette le redini del poteri. Nel dicembre 2006, la Polonia promulgò la cosiddetta “legge di pulizia”, con cui fu impedito l’accesso a cariche pubbliche ai collaboratori della polizia segreta comunista, nonché a chiunque avesse avuto legami con il vecchio regime.
Un altro aspetto del medesimo processo è il definire “partigiani anticomunisti” coloro che collaborarono col nazismo, come avviene nei paesi baltici e in Slovacchia. La loro collaborazione, persino la partecipazione a pogrom antisemiti, viene giustificata come una dura ma necessaria pagina della lotta patriottica contro il comunismo, una sorta di male minore insomma. Nella rivoluzione di velluto ucraina, che portò al governo Viktor Yushchenko, si cantavano le stesse canzoni dei nazionalisti ucraini che collaborarono con la Germania durante l’occupazione.
Nessuna meraviglia, quindi, nel vedere il Parlamento Europeo, su istigazione di alcuni paesi ex−comunisti, approvare una risoluzione che equipara comunismo e nazismo. E nessuna meraviglia se, in Slovenia, la destra populista rimprovera alla sinistra di non essersi sbarazzata del suo passato nel regime comunista. Nuove sfide e problemi vengono così riletti nei termini di vecchie contrapposizioni, giungendo a interpretare la rivendicazione di diritti per gli omosessuali come un complotto comunista per demoralizzare la nazione. Continua >
La decrescita felice, le avventure dello yogurt e l’etica aristotelica
30 dic

Mark Jenkins, Sleepers, 2009
Un giorno un vecchio pianeta, durante i suoi viaggi, incontra la Terra che non aveva visto da alcuni milioni di anni. E le fa: “come stai?”. La Terra risponde: “non mi sento molto bene, credo di avere una malattia mortale”, “e come si chiama questa malattia?”. “Si chiama umanità”, “ah – conclude il vecchio pianeta –, anch’io l’avevo presa alcuni milioni di anni fa. Ma guarisce da sola, si autodistrugge”.
Hubert Reeves, scienziato francese, amava raccontare questa favola per ironizzare sulla follia di pensare solo all’oggi senza rendersi conto che stiamo precipitando verso il baratro. Il movimento della decrescita felice si propone non solo di risvegliare la nostra coscienza intorpidita – non c’è più tempo! dobbiamo fare qualcosa ora! –, ma soprattutto di elaborare un altro modello di vita e persino di economia. Si, tutto parte dalla preoccupazione per il futuro della vita sulla Terra, eppure quello della decrescita non è l’ennesimo movimento ecologista: ha implicazioni molto più ampie, che vanno dalla qualità delle relazioni umane all’etica della lentezza, ripensa insomma la società e la cultura stesse.
La dittatura del PIL
Basta col PIL! Quante volte l’abbiamo pensato, sentendo per la milionesima volta lo speaker del TG annunciare “nuove” misure per favorire la crescita? Qualsiasi altro problema o esigenza viene sempre dopo, equità, giustizia, salute, ambiente, tutti i beni comuni sono in fila dietro l’imperativo della crescita: se avanzeranno risorse e tempo penseremo anche a loro, ma ora non disturbateci, dobbiamo occuparci di fare più soldi.
Perché di questo si tratta, di soldi, non fatevi ingannare dai termini astrusi, prodotto interno lordo, perché il prodotto in questione viene misurato con l’unico metro del denaro, del volume finanziario. Come nota maliziosamente Serge Latouche, il più influente sociologo e filosofo della decrescita, un incidente automobilistico fa aumentare il PIL, perché fa spendere per la riparazione e per le cure mediche. Se un incidente, che nulla produce se non una movimentazione di soldi, è un fattore di “crescita” economica, forse c’è qualcosa di sbagliato.

Spencer Tunick, Mexico City, 2007
Le avventure dello yogurt

Spencer Tunick, Mexico City, 2007
Per farci capire la decrescita felice, Maurizio Pallante, suo esponente di spicco in Italia, ci racconta la storia dello yogurt. Quello prodotto industrialmente percorre dai 1.200 ai 1.500 chilometri prima di arrivare nei nostri frigoriferi, costa 5 euro al litro, viene confezionato in vasetti di plastica monouso e altamente inquinanti, subisce trattamenti di conservazione che spesso uccidono i batteri da cui è stato prodotto. Lo yogurt autoprodotto, tramite l’utilizzo di colonie batteriche che facciano fermentare il latte, non viaggia su gomma, non ha confezioni o imballaggi, è ricco di batteri benefici per la flora intestinale, costa quanto il latte, non ha conservanti e, cosa non trascurabile, è più buono.
Lo yogurt autoprodotto non fa crescere il PIL: non passa attraverso una transazione economica, né fa aumentare la domanda di merci, dal petrolio per i trasporti alla plastica per gli imballaggi. Non alimenta nemmeno l’economia dei rifiuti: non c’è nulla da smaltire o buttare in una discarica. Insomma, un vero e proprio disastro per la crescita!
Eppure abbiamo prodotto un bene, lo yogurt appunto, che ha anche una serie di esternalità positive: diminuisce l’inquinamento, fa bene alla salute, è più buono. Questa semplice realtà è invisibile per i parametri sclerotizzati che definiscono il PIL: lo abbiamo visto, solo il denaro conta, tutto il resto è niente. Continua >

