Yue Minjun, senza titolo, 1998

Yue Minjun, senza titolo, 1998

Prima ancora di saper parlare, il bambino riconosce il sorriso, a cui risponde intuitivamente. Instaurando con i genitori complicità, che letteralmente significa legame comune. Come quando diciamo che qualcosa è complicato, cioè un nodo ingarbugliato, così l’essere complici dell’infante con i genitori e con chi di lui si cura è stringere un legame indissolubile, annodato per la prima volta nel sorriso.

Il riso può allora essere il sintomo, o il segnale, di una comunità di vita: quando due amici fra loro sorridono senza che ai presenti sia dato capirne il perchè, manifestano la segreta intesa di un’esperienza insieme. Un piccolo cenno che testimonia un vissuto tanto intimo per gli amici quanto segreto agli estranei. Il tutto, ancora una volta, senza parole: solo gesti fugaci che si trasmettono da un corpo all’altro. Forse è da qui che viene quella contagiosità del riso che lo fa veicolo di una comunicazione che non necessita di linguaggio, avvicinandoci in un ritmo a volte fluido, a volte sincopato.

Il riso ha al contempo un lato più sinistro: ogni legame si definisce attraverso ciò che esclude. Ridere malevolmente di qualcuno è farsi beffe della sua emarginazione dal “gruppo”: è il caso del bullo che sghignazza coi suoi complici della vittima delle sue angherie. Non c’è complicità senza esclusione.

Fra il ghigno e il sorriso, ciò di cui ridiamo, e con chi ne ridiamo, dice di noi più di mille discorsi.