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Avatar, il filmone ecoterrorista che frulla insieme Kant e Rousseau

L’Albero della Vita è un salice piangente medusoide col cascame ondeggiante di led luccicosi, e l’ecologismo è una pratica new age molto trendy che promuove l’autostima citando involontariamente Rousseau e Kant, “io amo il verde! E lo urlo gagliardo!”: l’ho scoperto vedendo Avatar e i suoi indigeni-peluche Hello Kitty.

Daniel Lee, Manimals

Daniel Lee, Manimals

di Cesare Del Frate

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La decrescita felice, le avventure dello yogurt e l’etica aristotelica

Mark Jenkins, Sleepers, 2009

Mark Jenkins, Sleepers, 2009

Un giorno un vecchio pianeta, durante i suoi viaggi, incontra la Terra che non aveva visto da alcuni milioni di anni. E le fa: “come stai?”. La Terra risponde: “non mi sento molto bene, credo di avere una malattia mortale”, “e come si chiama questa malattia?”. “Si chiama umanità”, “ah – conclude il vecchio pianeta –, anch’io l’avevo presa alcuni milioni di anni fa. Ma guarisce da sola, si autodistrugge”.

Hubert Reeves, scienziato francese, amava raccontare questa favola per ironizzare sulla follia di pensare solo all’oggi senza rendersi conto che stiamo precipitando verso il baratro. Il movimento della decrescita felice si propone non solo di risvegliare la nostra coscienza intorpidita – non c’è più tempo! dobbiamo fare qualcosa ora! –, ma soprattutto di elaborare un altro modello di vita e persino di economia. Si, tutto parte dalla preoccupazione per il futuro della vita sulla Terra, eppure quello della decrescita non è l’ennesimo movimento ecologista: ha implicazioni molto più ampie, che vanno dalla qualità delle relazioni umane all’etica della lentezza, ripensa insomma la società e la cultura stesse.

La dittatura del PIL

Basta col PIL! Quante volte l’abbiamo pensato, sentendo per la milionesima volta lo speaker del TG annunciare “nuove” misure per favorire la crescita? Qualsiasi altro problema o esigenza viene sempre dopo, equità, giustizia, salute, ambiente, tutti i beni comuni sono in fila dietro l’imperativo della crescita: se avanzeranno risorse e tempo penseremo anche a loro, ma ora non disturbateci, dobbiamo occuparci di fare più soldi.

Perché di questo si tratta, di soldi, non fatevi ingannare dai termini astrusi, prodotto interno lordo, perché il prodotto in questione viene misurato con l’unico metro del denaro, del volume finanziario. Come nota maliziosamente Serge Latouche, il più influente sociologo e filosofo della decrescita, un incidente automobilistico fa aumentare il PIL, perché fa spendere per la riparazione e per le cure mediche. Se un incidente, che nulla produce se non una movimentazione di soldi, è un fattore di “crescita” economica, forse c’è qualcosa di sbagliato.

Spencer Tunick, Mexico City, 2007

Spencer Tunick, Mexico City, 2007

Le avventure dello yogurt

Per farci capire la decrescita felice, Maurizio Pallante, suo esponente di spicco in Italia, ci racconta la storia dello yogurt. Quello prodotto industrialmente percorre dai 1.200 ai 1.500 chilometri prima di arrivare nei nostri frigoriferi, costa 5 euro al litro, viene confezionato in vasetti di plastica monouso e altamente inquinanti, subisce trattamenti di conservazione che spesso uccidono i batteri da cui è stato prodotto. Lo yogurt autoprodotto, tramite l’utilizzo di colonie batteriche che facciano fermentare il latte, non viaggia su gomma, non ha confezioni o imballaggi, è ricco di batteri benefici per la flora intestinale, costa quanto il latte, non ha conservanti e, cosa non trascurabile, è più buono.

Lo yogurt autoprodotto non fa crescere il PIL: non passa attraverso una transazione economica, né fa aumentare la domanda di merci, dal petrolio per i trasporti alla plastica per gli imballaggi. Non alimenta nemmeno l’economia dei rifiuti: non c’è nulla da smaltire o buttare in una discarica. Insomma, un vero e proprio disastro per la crescita!

Eppure abbiamo prodotto un bene, lo yogurt appunto, che ha anche una serie di esternalità positive: diminuisce l’inquinamento, fa bene alla salute, è più buono. Questa semplice realtà è invisibile per i parametri sclerotizzati che definiscono il PIL: lo abbiamo visto, solo il denaro conta, tutto il resto è niente. Continua >