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	<title>Filopop &#187; etica del dono</title>
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		<title>Il dono: farmaco o veleno?</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 09:16:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filopop</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.filopop.com/il-dono-farmaco-o-veleno.html">Il dono: farmaco o veleno?</a> is a post from: <a href="http://www.filopop.com">Filopop</a></p>



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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;"></p>
<p><div id="attachment_860" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.filopop.com/wp-content/uploads/2010/03/la-barca-del-kula.jpg"><img class="size-medium wp-image-860 " style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="la barca del kula" src="http://www.filopop.com/wp-content/uploads/2010/03/la-barca-del-kula-300x202.jpg" alt="la barca del kula" width="300" height="202" /></a><p class="wp-caption-text">la barca del kula</p></div></p>
<p></span><span style="font-size: small;"> di <strong>Francesca Nicola</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Che cos’è un dono? Secondo il dizionario, “quanto viene dato per pura liberalità, per concessione disinteressata o per abnegazione”. Nell’immaginario comune, infatti, il dono evoca l<em>a sfera dell’intimità</em>, una nicchia protetta dall’interesse in cui dovrebbero dominare solo la generosità e i sentimenti più sinceri. Eppure l’esperienza di presentarsi a un compleanno senza un regalo, o di scoprire d’averne ricevuto uno più prezioso di quello che si è fatto, ci dicono che il dono è qualcosa di più.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Chi ha capito che l’importante non è il pensiero, come si dice, è Marcel Mauss. Leggendo il suo <em>Saggio sul dono</em>, del 1924, si ha l’impressione che parli di tutto tranne che di ciò che il titolo promette. Il dono, infatti, è analizzato come un <em>fatto sociale totale</em>, cioè un fenomeno al tempo stesso espressione e sintesi della vita sociale in tutti i suoi aspetti: religiosa, economica e morale.<br />
</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;"> Attraverso l’analisi di molti casi etnografici e in particolare del <em>potlach</em>, studiato da Franz Boas, e del <em>kula</em>, esaminato da Bronislaw Malinowski (due grandi maestri dell’etnografia novecentesca), Mauss sostiene che il donare è uno dei modi più comuni per costruire relazioni umane. Certo, tra dono e scambio c’è una relazione funzionale, perché nulla si dona in maniera unilaterale, ma l’atto del donare aziona un movimento di reciproche prestazioni, uno scambio continuo, che ha ragioni sociali e genera conseguenze sociali. Ogni dono, infatti, prevede un controdono, in un circolo potenzialmente infinito: questo è il fondamento del legame. <span id="more-859"></span></span></span><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;"><strong></strong></span></span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;"><strong>Il circolo del kula</strong></span></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Prendiamo la cerimonia del kula, una forma di scambio altamente ritualizzata analizzata da Malinowski in <em>Argonauti del Pacifico occidentale</em>, uno studio sugli abitanti delle isole Trobriand, arcipelago a nordest della Nuova Guinea.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Tra questa trentina di isole disposte in cerchio, abitate dai gruppi partecipanti allo scambio, circolavano due tipi di oggetti: collane di conchiglie rosse e braccialetti di conchiglie bianche. I primi andavano sempre e solo in senso orario, gli altri al contrario. Per conseguenza, le collane potevano essere scambiate solo con braccialetti e viceversa. Questi oggetti, cui si attribuiva un forte valore simbolico, circolavano in continuazione, restando nelle mani del loro possessore solo per un tempo limitato, e venivano barattati nel corso di visite che gli abitanti delle isole si scambiavano periodicamente. Sia i preparativi per la partenza che le trattative e gli scambi avvenivano secondo rituali precisi.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Durante le visite, gli scambi di tipo kula erano accompagnati da un commercio parallelo e profano, in cui si barattavano oggetti con valore d’uso. In queste transazioni predominava l’interesse, ma gli indigeni le giudicavano gerarchicamente inferiori al kula, ovvero allo scambio rituale, esercitato in modo nobile e, in apparenza, puramente disinteressato. Lo scambio profano, invece, si distingueva per la tenace contrattazione fra le parti, procedimento indegno del kula. Di un individuo che non esercitava il kula con la grandezza d’animo necessaria, si diceva che lo “praticava come un gimwali (scambio profano)”.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Nelle nostre società il contratto è rigorosamente determinato dall’oggetto: compero del pane e i miei rapporti con il panettiere terminano lì. Al contrario, osserva Mauss, nelle società senza mercato lo scambio avviene fra persone che sono fra loro legate, in modo più o meno permanente, a volte assoluto e totale. Da qui l’importanza del dono nel creare rapporti di fiducia.</span></span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;"><strong>La contrattazione non si addice al dono</strong></span></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Quindi, affinché possa esserci un soddisfacente scambio profano, è di grande utilità che prima ci sia uno scambio rituale. Solo il dono apre un rapporto di fiducia, inaugura un legame sociale all’interno del quale potrà, in un secondo momento, avvenire il commercio.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;"></p>
<p><div class="wp-caption alignright" style="width: 285px"><img class="  " style="margin: 10px;" src="http://www.theage.com.au/ffximage/2005/06/03/wbmalinowski_wideweb__430x250.jpg" alt="Bronilsaw Malinowski alle Trobriand" width="275" height="160" /><p class="wp-caption-text">Bronilsaw Malinowski alle Trobriand</p></div></p>
<p>Attraverso lo studio etnografico, il dono puro, nonostante evochi l’idea di un’azione disinteressata, si rivela un meccanismo di creazione dell’ordine gerarchico della comunità. Spesso infatti, nel puro dono, l’aspettativa esplicita di un controdono è sconveniente, perché lo stato di debito è necessario alla stabilità del rapporto. Risolvere subito il debito equivale a rescindere il rapporto con l’altro, ritornando alla condizione di “estranei” che nulla devono l’uno all’altro. Mantenere il legame, invece, dipende dall’accettare il debito, in vista di un futuro controdono in cui il creditore diverrà a sua volta debitore. Un circolo, ancora una volta.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Un esempio evidente è la generosità del capo, apparentemente disinteressata ma in realtà finalizzata alla creazione di un legame di dipendenza e fedeltà. Come osserva Mauss, “lo squilibrio economico scatena la generosità, la reciprocità generalizzata, come meccanismo di avviamento del rango e della leadership: un dono non ancora ricambiato genera continuità nel rapporto, solidarietà. Inoltre, finendo sotto l’ombra dell’indebitamento, il destinatario è vincolato nei suoi rapporti al donatore”.<br />
Nel dono, quindi, Mauss intuisce, al di fuori di ogni retorica della generosità, l’interesse del donatore, il fatto che ogni dono ricevuto vincola il ricevente, obbligandolo alla reciprocità. Cioè l’obbligo a ricambiare il dono con un altro dono che può anche essere, come nel caso della generosità del leader, ubbidienza e fedeltà.</span></span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;"><strong>L’ostentazione dello spreco</strong></span></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Ricevere doni da persone da cui non si aspetta nulla dà fastidio, perché si sa che poi bisogna ricambiare. E poi c’è l’aumento esponenziale del valore: può innescarsi una spirale veramente pericolosa. Anche questo aspetto, la dissipazione prodotta dal dono, è stato commentato da Mauss, a proposito del potlach, usanza degli indiani della costa occidentale nordamericana.</p>
<p><div class="wp-caption alignright" style="width: 290px"><a href="http://www.trickster.lettere.unipd.it/numero/giacomini_dono/immagini/cerimonia_del_potlach.jpg"><img class="  " style="margin: 10px;" src="http://www.trickster.lettere.unipd.it/numero/giacomini_dono/immagini/cerimonia_del_potlach.jpg" alt="cerimonia potlach" width="280" height="219" /></a><p class="wp-caption-text">cerimonia potlach</p></div></p>
<p>Il potlach riguardava le grandi feste d’inverno, che duravano più giorni e solennizzavano ricorrenze speciali con canti, danze mascherate e banchetti con un numero esorbitante di invitati. Terminavano con una larga distribuzione di doni, arrivando persino, talvolta, all’esaurimento di tutti i beni del donatore. A un potlach si sarebbe poi risposto, a tempo debito, con un altro. Durante la cerimonia venivano stipulate o rinforzate le relazioni gerarchiche tra i vari gruppi grazie allo scambio di doni. Durante il potlach, infatti, individui dello stesso status sociale distribuivano beni considerevoli, o gareggiavano nel distruggerli, per affermare pubblicamente il proprio rango.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Il potere simbolico, lo status, era strettamente connesso alla capacità di spendere, nel senso di dissipare. Il rango maggiore apparteneva a chi più aveva saputo rinunciare ai propri beni, distruggendoli nello spreco. Attraverso il potlach, insomma, si produceva una vera e propria rifondazione dei legami sociali e delle gerarchie: non a caso la cerimonia si svolgeva durante l’inverno, quando la stagione della caccia era cessata, e ci si poteva dedicare ai rapporti sociali.</span></span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;"><strong>L’etica antiutilitaria del donare</strong></span></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Il sociologo Alain Caillé e l’economista e filosofo Serge Latouche vedono nel dono il paradigma di un nuovo modo di concepire i rapporti economici e sociali, rifiutandosi di accettare la dittatura dell’utile e valorizzando il mondo del volontariato, dell’assistenza e del “no profit” che, nella società contemporanea, sta acquistando sempre maggior peso. Secondo questi autori, il dono sarebbe contrapposto al feticismo dell’utilità che caratterizza la vita moderna, come dice chiaramente Caillé:</span></span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">L’utilitarismo non rappresenta un sistema filosofico particolare o una componente fra le altre dell’immaginario dominante nelle società moderne. Piuttosto è diventato quello stesso immaginario; al punto che, per i moderni, è in larga misura inaccettabile ciò che non può essere tradotto in termini di utilità e di efficacia strumentale.</span></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">La ricerca dell’utile è il paradigma del mercato, dove ogni attore persegue unicamente il proprio interesse egoistico, e l’unico fine è massimizzare il profitto. Secondo Caillé questa “ragione calcolante” prosciuga le fonti della socialità e inaridisce le nostre vite. Ecco perché, insieme a un gruppo di intellettuali francesi, ha fondato il Movimento Antiutilitarista nelle Scienze Sociali, detto, ovviamente, MAUSS. Per il MAUSS il dono rappresenta un terzo paradigma rispetto a capitalismo e comunismo, capace di fornire una forma di organizzazione economica alternativa e più autentica.<br />
Dietro questo aspetto etico del dono si nasconde però un “volto nascosto”. Lo dimostra la lingua tedesca, che usa lo stesso termine, <em>Gift</em>, sia per regalo che per veleno. E in effetti, se pensiamo ai doni fondativi della cultura occidentale, salta all’occhio la loro ambiguità: veramente avvelenati, infatti, sono stati il fuoco di Prometeo, il vaso di Pandora, il cavallo di Troia e la mela di Paride, per non parlare di quella di Eva, che non pochi problemi ha creato al genere umano.<br />
Ma facciamo un esempio recente: nel novembre del 2000 padre Alex Zanotelli, missionario comboniano da anni impegnato ad aiutare i poveri nelle baraccopoli di Nairobi, ha rifiutato i 500 milioni del premio Feltrinelli, con universale indignazione, sostenendo che “i poveri non hanno bisogno di carità, ma di modifiche strutturali”.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Con questo gesto provocatorio Zanotelli ha voluto smascherare l’ambiguità di un certo tipo di dono, quello asimmetrico, espressione della larghezza di chi ha verso chi è bisognoso. La carità che aiuta i poveri del mondo, sembra dire Zanotelli, “ferisce chi la riceve”, perché non potrà mai restituirla. Questo tipo di regalo filantropico, quindi, si avvicina molto al potlach, finalizzato a trasformare il ricevente in debitore impotente.</span></span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;"><strong>Il nostro potlach: il matrimonio</strong></span></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;"></p>
<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 279px"><img class="  " style="margin: 10px;" src="http://linedandunlined.com/wp-archive-uploads/08-gift.jpg" alt="cerimonia potlach" width="269" height="320" /><p class="wp-caption-text">cerimonia potlach</p></div></p>
<p>Siamo soliti dire “basta il pensiero” ma è una sottile ipocrisia, perché sempre ci aspettiamo, se non un’uguaglianza ma-tematica, almeno un pari impegno (economico o morale) da parte dei nostri partner. Da collante sociale il dono può quindi trasformarsi in fonte di rivalità. Proprio come avviene nel potlach. I due donatori diventano antagonisti e in certi casi potranno arrivare a utilizzare il dono per colpire, umiliare, distruggere il rivale.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Non a caso il filosofo francese Georges Bataille chiama dono di rivalità l’atto ostentatorio che è al centro del potlach. Per Bataille, il “valore di scambio del dono” deriva dal fatto che il beneficiario, se vuole cancellare l’umiliazione inflittagli dal donatore, deve accettare la sfida e assumersi l’obbligo di rispondere con un dono più importante, vale a dire restituire a usura.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Come sottolinea l’antropologo Marco Aime, non dobbiamo pensare che la logica agonistica del potlach sia lontana anni luce dalla nostra cultura: se il potlach significa esagerazione, sovrabbondanza e spreco finalizzati ad acquisire più prestigio dell’altro, ritroviamo alcuni tratti simili in certi nostri banchetti nuziali, dove il cibo è quasi sempre in quantità superiore a quanto viene poi mangiato. Non è forse vero che da un pranzo di nozze normale e senza eccessi gli invitati uscirebbero brontolando e comparandolo con altri a cui hanno partecipato, muovendo critiche e accuse di tirchieria agli sposi?</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">tratto dal numero 13 di<strong> <a href="http://www.diogenemagazine.eu" target="_blank">Diogene</a><a href="http://www.diogenemagazine.eu" target="_blank"><img style='border:0;' src='http://www.filopop.com/wp-content/plugins/tensai-rss/external.png'/></a></strong>, dossier <strong>L&#8217;etica del dono</strong>.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">Approfondire:</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">M. Mauss, <em>Saggio sul dono</em>, Einaudi, Torino, 2002.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: small;">A. Caillé, <em>Il terzo paradigma: antropologia filosofica del dono</em>, Bollati Boringhieri, Torino, 1998.</span></span></p>
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		<title>Lavare i piatti: l&#8217;etica del dono</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 11:16:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cesare del frate</dc:creator>
				<category><![CDATA[etica]]></category>
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		<description><![CDATA[Come sopravvivere al menage familiare: la coppia-totem, la moglie che cucina il cane del consorte, il debito reciproco come forma matura d’amore.<p><a href="http://www.filopop.com/lavare-i-piatti-letica-del-dono.html">Lavare i piatti: l&#8217;etica del dono</a> is a post from: <a href="http://www.filopop.com">Filopop</a></p>



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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><em>Come sopravvivere al menage familiare: la coppia-totem, la moglie che cucina il cane del consorte, il debito reciproco come forma matura d’amore.</em></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"> <a href="http://www.inherclosetandco.com/wp-content/gallery/test/dishgloves.jpg"><img class="aligncenter" style="margin: 10px;" src="http://www.inherclosetandco.com/wp-content/gallery/test/dishgloves.jpg" alt="" width="266" height="400" /></a></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">di <strong>Cesare Del Frate</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong><span id="more-750"></span><br />
</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">A chi tocca lavare i piatti? Terribile domanda che evoca liti familiari, recriminazioni, impietose tabelle di divisione del lavoro domestico, o, nel caso peggiore, il lancio dei piatti stessi. Prima di arrivare a tanto, proviamo a guardare da un punto di vista filosofico la questione: troveremo, dietro le apparenze, una struttura morale profonda che ha a che fare con l’etica del dono, o con quella speculare del debito, all’interno della coppia. Per nobilitare il nostro argomento, citiamo il filosofo e sociologo Jacques Godbout, il quale, in <em><em>Il linguaggio del dono</em></em>, discute proprio della situazione del lavaggio delle stoviglie per analizzare l’etica della reciprocità nel ménage familiare. E non è il solo: anche il filosofo Mark Anspach, in <em><em>A buon rendere</em></em>, si rifà sempre a questo caso per filosofare su dono e vendetta.</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://hookedonhouses.files.wordpress.com/2008/05/kbdishwasher.jpg"><img class=" " style="margin: 10px;" src="http://hookedonhouses.files.wordpress.com/2008/05/kbdishwasher.jpg" alt="pubblicità di una lavatrice" width="400" height="354" /></a><p class="wp-caption-text">pubblicità di una lavastoviglie</p></div></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong>Debiti e lamenti</strong></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Consideriamo una tipica conversazione fra moglie e marito:</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><br />
<strong>Tocca a te fare i piatti.</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Niente affatto, li faccio sempre io; li ho rifatti ancora ieri&#8230;</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Forse ieri, ma in generale sono sempre io.</span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Sì, ma io faccio altre cose&#8230;</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><br />
È il primo dei tre esempi, il più negativo, con cui Godbout elabora la sua tipologia delle coppie. Quale relazione sussiste fra i coniugi, o i conviventi eventualmente “pacsati” (siamo in Francia), in questa scenetta domestica?</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">I due si rimpallano l’incombenza, nessuno vuole lavare i piatti ed entrambi rivendicano di fare, in generale, già troppo. Si sentono creditori verso l’altro: pensano di spendere parecchie energie e lavoro nella coppia, e soprattutto più energie e lavoro della controparte, tanto da essere in una posizione di credito. È il partner che, avendo fatto di meno, deve lavare i piatti. Se io ho fatto tantissimo, tu allora sei in debito: se proprio non ti vuoi impegnare come me, almeno lava i piatti! Ecco perché Godbout parla a questo proposito di una situazione di <strong><em><span style="color: #0000ff;"><em>debito reciproco negativo</em></span></em></strong>. C’è qui una logica di rivendicazioni, recriminazioni, richieste di riscatto, che si fondano sulla posizione reciprocamente debitoria, o, che è lo stesso, creditoria, dei partner. Siamo chiaramente all’interno di un circolo vizioso, perché ogni volta che mi impegno nella coppia sento che il mio impegno è al contempo una rivendicazione verso il patner, una “sfida” che gli/le lancio a fare altrettanto o di più. Ogni cosa che faccio diventa per l’altro un debito che dovrà riscattare, e viceversa.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span></p>
<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 250px"><strong><strong><a href="http://1.bp.blogspot.com/_Z35VcFI719k/St-y34jQl9I/AAAAAAAAAD8/RsdUAZMOBL8/s320/War+of+Roses.jpg"><img class="  " style="margin: 10px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_Z35VcFI719k/St-y34jQl9I/AAAAAAAAAD8/RsdUAZMOBL8/s320/War+of+Roses.jpg" alt="locandina di La guerra dei roses" width="240" height="240" /></a></strong></strong><p class="wp-caption-text">locandina di La guerra dei roses</p></div></p>
<p><strong> </strong><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong>La guerra dei Roses</strong></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Non a caso Godbout paragona questa situazione a quella della vendetta. Non certo per la gravità, ma per la logica comportamentale sottostante, quella appunto del debito reciproco negativo. Anche nella vendetta entrambe le parti si sentono in credito, e imputano all’altro un debito che deve essere riscattato. Come nella faida tra Montecchi e Capuleti, in cui ogni famiglia esige un prezzo di sangue per pagare il debito. Ogni morto chiama un altro morto, secondo una logica perversa che apre una voragine senza fine. Si alternano di volta in volta le parti del creditore e del debitore, ma proprio questa alternanza speculare garantisce il continuo rinnovarsi del cerchio della vendetta, come un fuoco che continua a espandersi.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Che logiche di vendetta possano annidarsi anche all’interno della coppia più innamorata ce lo ha mostrato con spasso il film di Danny DeVito<strong><em> <em>La guerra dei Roses</em></em></strong>. La rabbia più bruciante nasce quando devono dividere la casa:</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><br />
<strong>Io sono quella che ha trovato la casa e che ha comprato tutto.</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Sì, ma con i miei soldi! Ed è molto più facile spenderli che farli, dolcetto mio!</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Ma quei soldi non li avresti fatti se non fosse stato per me, tesoruccio!</span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><br />
L’escalation arriva velocemente: lui le fa sparire il gatto e lei gli fa credere di aver fatto il paté con il cane, lui le rovina una cena di lavoro e lei con il suo SUV gli schiaccia la macchina (con lui dentro ma incolume).</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">La fine della storia è nota, e ben esemplifica, con i toni esagerati della commedia nera, il potenziale distruttivo della logica recriminatoria del debito reciproco negativo. Come saggiamente dice l’avvocato divorzista dei Roses, “Quando una coppia inizia a tenere il punteggio e a conteggiare tutto, non c’è in realtà nessun vincitore, ma solo perdenti”.</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><div class="wp-caption aligncenter" style="width: 430px"><a href="http://www.backtotheeighties.net/images/war-of-the-rose-pics1.jpg"><img class="  " style="margin: 10px;" src="http://www.backtotheeighties.net/images/war-of-the-rose-pics1.jpg" alt="immagine da La guerra dei Roses" width="420" height="280" /></a><p class="wp-caption-text">immagine da La guerra dei Roses</p></div></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong>La coppia-azienda</strong></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Potrebbe sembrare che una soluzione a questi problemi consista in una chiara e trasparente divisione dei compiti all’interno della coppia. Una bella tabella in cui segnare i giorni in cui mi tocca oppure no lavare i piatti.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Credo che tocchi a te fare i piatti.</span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Sì, hai ragione.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><br />
Questo sarebbe, sempre secondo Godbout, uno <span style="color: #0000ff;"><em><strong><em>scambio simmetrico/paritario</em></strong></em></span>. Ma non sarebbe una vera soluzione, perché si rimarrebbe rinchiusi in una logica “commerciale” abbastanza arida. Nello scambio simmetrico/paritario si ottiene una misurazione oggettiva delle incombenze, con conteggi e business plans dove alla fine la coppia sembra trasformarsi in un’azienda, efficiente ma povera di sentimento. In comune con la relazione del tipo debito reciproco negativo abbiamo la minuziosa e quasi ossessiva rendicontazione degli impegni, dei doveri e dei lavori da fare, anche se in questo caso lo scambio è sempre assolutamente paritario, e non si crea quel circolo vizioso del debito/recriminazione.<br />
Insomma, uno scambio che ricorda una transazione commerciale in cui le parti stipulano accordi, con tanto di codicilli a fondo pagina. D’altronde, veri e propri contratti vengono firmati, a volte, dai promessi sposi (negli USA, in Italia è illegale): i famosi contratti prematrimoniali. Celebre quello fra Jacqueline Kennedy e Aristotele Onassis, nel quale lei volle inserire una clausola sul numero di volte al mese in cui avrebbe dovuto “sottoporsi” ai doveri coniugali. Solitamente, per fortuna, questi accordi non scendono in tali dettagli, “limitandosi” a salvaguardare i relativi patrimoni e proprietà. Come una copia di backup in cui si “salva” lo stato di cose precedente per tornarvi in caso di crash del sistema.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong>Un rapporto a due è sempre a tre</strong></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">L’ultimo tipo analizzato da Godbout è quello del <strong><span style="color: #0000ff;"><em>debito reciproco positivo</em></span></strong>, finalmente una relazione matura!</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Lascia stare, oggi farò i piatti; li hai già fatti ieri.</span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Nemmeno per idea, sei sempre tu che li fai, e poi a ogni modo fai tante altre cose, lascia che io faccia almeno questo.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Ma no, cosa dici&#8230;</span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 226px"><a href="http://www.energyhawk.com/snaps/dishwashing-a.jpg"><img src="http://www.energyhawk.com/snaps/dishwashing-a.jpg" alt="pubblicità di una lavastoviglie" width="216" height="270" /></a><p class="wp-caption-text">pubblicità di una lavastoviglie</p></div></p>
<p>Intanto, anche in questo caso, come nel primo, c’è un debito. La differenza, fondamentale, è che qui i partner non sono in debito reciproco: sono piuttosto dipendenti verso la loro relazione. Entrambi vogliono lavare i piatti, perché entrambi sentono di ricevere dalla relazione molto più di quanto possano dare. In questa situazione, come nota il filosofo Anspach, c’è un salto logico che porta a superare il dualismo io-tu verso un rapporto a tre. Entra in scena la relazione stessa come terzo termine che media fra i partners, così che entrambi sono impegnati non solo reciprocamente ma anche verso il sentimento che li lega, verso la storia comune.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">In altre parole, la coppia è qualcosa di più della somma delle parti. C’è dietro naturalmente un’idea molto vecchia secondo cui la sinergia fa il bene dell’insieme. Già Aristotele notava che il corpo umano non è mera collezione di organi: la mano, la gamba, il cuore hanno bisogno del tutto, così come il tutto crea un organismo che supera di gran lunga l’addizione aritmetica dei componenti. La metafora organicista, che possiamo senza problemi applicare anche alla nostra coppia, vanta un’antica e nobile tradizione. Ciò che Godbout vi aggiunge è una prospettiva etica che legge il ménage familiare alla luce della logica del dono.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Ciò significa che i partner vivono la loro relazione come un dono: il sentimento è libero, e per questo li unisce ancor di più. E dalla relazione ricevono, appunto come un dono, affetto, sicurezza, appagamento. Anche frustrazioni e dispiaceri, certo, ma l’importante è che vi sia impegno, oltre che verso l’altro, anche verso il progetto comune. Un altro modo di dire che la coppia “trasforma” chi vi si impegna. Ognuno, a questo punto, vuole a sua volta dare, cioè donare: i piatti li faccio io (no, dai, li faccio io). Essendo in debito, non verso l’altro come nella vendetta, ma verso la relazione che li unisce, si dà, fino al limite di “dare tutto”, perché comunque si riceve e si riceverà di più.<br />
<strong>Il totem della coppia</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Commentando il debito reciproco positivo, Godbout nota la sua somiglianza con l’adorazione totemica. Il totem arcaico, secondo il sociologo Durkheim, rappresenta la comunità stessa. Non a caso il totem solitamente è un animale-progenitore miticamente all’origine della stirpe, della genealogia del gruppo. Ed è anche il protettore della tribù, colui che dispensa la sua benevolenza garantendo la fertilità dei campi e delle unioni, propiziando la caccia e la raccolta.<br />
<a href="http://fashiontribes.typepad.com/main/images/dishwashing_gloves.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://fashiontribes.typepad.com/main/images/dishwashing_gloves.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a> Quando la tribù adora il totem, dice Durkheim e con lui Godbout, sta in realtà adorando se stessa, o meglio quella forza sovraindividuale che è la comunità. Ovvero la comunità grazie alla quale ognuno partecipa a una realtà più grande. La forma appropriata di rapporto con la dimensione collettiva, con il totem, è il dono. E infatti al totem, da cui si riceve “tutto”, bisogna restituire in quella forma particolare di dono che è il sacrificio. Per ricevere un buon raccolto, bisogna sacrificarne al totem una parte. E per Godbout anche la coppia, quando pone al centro la relazione, sta compiendo una sorta di rito totemico nella misura in cui celebra e nutre la realtà sopraindividuale del rapporto.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Tributando alla relazione, intesa come realtà che trascende i partner, si tributa ad un totem che ci salva dalle invidie e rivalità dello specchio io-tu. Se ogni amore è in realtà un <em>ménage à trois</em>, il terzo non incomodo è il rapporto stesso. “Noi”, fatidica parola. Anche se un dubbio rimane: e se a forza di adorare il totem lo trasformassimo in feticcio?</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong><strong>Approfondire</strong>:</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">J. T. Godbout, <em>Lo spirito del dono</em>, Bollati Boringhieri, Torino, 2002.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">M. Anspach, <em>A buon rendere</em>, Bollati Boringhieri, Torino, 2007.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Pubblicato originariamente su <a href="http://www.diogenemagazine.eu" target="_blank"><strong>Diogene</strong></a>, n. 13, 2008.</span></span></p>
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<p><a href="http://www.filopop.com/lavare-i-piatti-letica-del-dono.html">Lavare i piatti: l&#8217;etica del dono</a><a href="http://www.filopop.com/lavare-i-piatti-letica-del-dono.html"><img style='border:0;' src='http://www.filopop.com/wp-content/plugins/tensai-rss/external.png'/></a> is a post from: <a href="http://www.filopop.com">Filopop</a><a href="http://www.filopop.com"><img style='border:0;' src='http://www.filopop.com/wp-content/plugins/tensai-rss/external.png'/></a></p>


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