Scontro tra titani: il film che insegna come sopravvivere alla sindrome del figlio di papà (Zeus)

di Cesare Del Frate

locandina di Scontro tra Titani : Perseo brandisce la testa mozzata della femminista invidiosa

C’ho provato e riprovato a trovare la morale del film, e alla fine ci sono riuscito: Scontro tra titani narra dell’epica sfida di sopravvivere alla sindrome del figlio di papà, cioè sono una nullità ma non voglio ammetterlo, cerco di dimostrare a me e agli altri che posso farcela da solo senza aiutini, ma è tutto solo una finta, uno sfogo puberale prima di abbracciare la piena maturità papponcinca in cui mi riconcilio col papi ricco e potente, tanto buono e saggio, e lui mi porta pure a fare il primo giro in un bordello: wow, questa è vita!

Il blockbuster di questo narra, di Perseo (Sam Worthington) figlio di Zeus (Liam Neeson) che rinnega l’eredità paterna, almeno all’inizio, perché in ultimo rivendica con orgoglio il suo status di teppista vipparolo trucido e strapotente. Comincia così, una carrellata nella galassia con la Via lattea fatta di glitter rosa e blu, le costellazioni che assumono le forme degli dei, e in questo modo ci viene mostrato l’inizio dell’uomo, creato da Zeus affinché amasse gli dei, e con l’amore nutrisse la loro immortalità, ma poi, accidenti, tutto si guasta: gli uomini si accorgono che i signori dell’Olimpo non sono altro che una cricca di narcisi viziati perdigiorno autoreclusi in una esclusivissima loggia massonica celeste, e di chi vive nel mondo, delle sofferenze del mondo, non gliene importa un fico secco, tanto sono indaffarati a giocare a burraco e a levare i calici d’ambrosia corretta col gin; e allora i mortali si ribellano, sono stufi di adorare gli dei senza avere nulla in cambio, bruciano i templi e abbattono le statue, caos! anarchia! tradimento! LAICISMO!

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E qui entra in scena Perseo, predestinato a salvari tutti quanto dalla collera degli dei, perché sì, i perdigiorno olimpici maniaci del burraco appena anche solo una greca beghina bacialtari smette di biascicare le preghiere e di sgozzare gli agnelli fra i fumi d’incenso, ecco, appena la beghina invece di andare al tempio va dal parrucchiere, loro subito adiratissimi scatenano terremoti e cataclismi, guerra totale ai voltagabbana ingrati cenciosi e comunisti! Ma per fortuna c’è il nostro eroe, che in gioventù venne adottato da una famiglia di pescatori, tanto per alimentare il mito americano dell’uomo fatto da sé – e di USA nel film ce n’è in abbondanza, basti pensare a Zeus che quando si trasforma in aquila, suo animale sacro, si tramuta non nella specia europea ma in quella della bandiera a stelle e strisce, e sfreccia nei cieli gagliardo con la sua testolina bianca come uno stealth sull’Iraq: shock and awe!

i mostri di Scontro tra Titani

Bene, torniamo a Perseo e alla sua infanzia preda di una famiglia di pescatori disgraziati che ogni volta che c’è una tempesta e il mare ribolle e i cieli sono squarciati dai fulimini, cosa fanno?, si mettono in mare con la bagnarola rabberciata, la madre che dorme insieme alla sorella sottocoperta mentre il fratellone le guarda trasognato e adorante in mezzo al maremato. Ma ecco che arriva il perfido Ade, un satanasso tisico e allampanato, e fa strage della famigliola; ogni film d’azione che si rispetti, se made in Hollywood, prevede la morte violenta e improvvisa di tutti i parenti del protagonista fino al settimo grado, meglio ancora se assassinati crudelmente e senza ragione da uno psicotico vanesio e sfigurato, una versione sanguinolenta e sbrigativa dell’Edipo, così in seguito l’eroe potrà avere come motivazione delle proprie gesta l’unica che viene in mente a questi sceneggiatori rincitrulliti: la vendetta! Sì, la vendetta come unico scopo di ogni eroismo, che senso del tragico, che dramma, che emozione! Read the rest of this entry »

La terra, il mare: “Cous Cous” di Abdel Kechiche

Nel film Le grain e le mulet (2007), di Abdel Kechiche, il titolo originale richiama gli ingredienti del cous cous tipico dell’area mediterranea del Maghreb; infatti, in questa pietanza si riproduce un fenomeno antropologico comune alle diverse culture del Mediterraneo che consiste nell’identificazione consapevole, da parte di un popolo, in un prodotto o un piatto tipico di un luogo. La cucina viene dunque intesa come fatto sociale totale in rapporto soprattutto all’immagine di un territorio e delle genti che lo popolano: il cous cous finisce così per incarnare l’universo simbolico che contorna e accompagna il preciso habitat culturale da cui deriva. Ma, nell’opera del regista franco-tunisino, come già suggerisce la doppiezza delle sue origini, la suddetta pietanza si gusta in una terra straniera per coloro che lo preparano e ne mangiano: sarà questa sorta di cortocircuito tra il luogo e il cibo che determinerà infine il sapore del film.

Fatti e personaggi ruotano tutti intorno alla figura del vecchio Slimane, tunisino, da trentacinque anni immigrato nel sud della Francia; insieme agli altri personaggi vive la sua condizione di straniero stretto tra ipocrisie e solidarietà. Il film parte da qui per narrare il complesso percorso di auto rappresentazione di tipo alimentare operato dal protagonista, in un luogo che si rivela estraneo, se non addirittura ostile, al suo desiderio di riconoscimento.

Quando perde improvvisamente il suo lavoro di manovale, nonostante tutti lo spingano, più o meno velatamente, a tornare nel paese d’origine, Slimane decide di riscattarsi realizzando il sogno di una vita: aprire un ristorante di cucina araba su un battello. Ci riuscirà soprattutto grazie a Rym, la figlia della sua nuova compagna; appoggiato all’inizio solo da lei, col procedere degli eventi, una folla sempre più numerosa di familiari e amici parteciperà alla riuscita del progetto, coinvolta dalla caparbietà dei due. Read the rest of this entry »