La vita è racconto

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di Cesare Del Frate

storytelling

Negli album di famiglia, e nei ricordi di genitori e parenti, è serbata la memoria di ciò di cui non possiamo avere memoria: l’origine, la nascita e l’infanzia. Se l’infante è, letteralmente, colui che non può parlare, forse non è un caso che tale condizione si associ al vuoto di rappresentazione: prima del dire, non c’è, propriamente, un mondo.

Non avere memoria dell’origine coincide col non “possedere” l’origine: non ci siamo “fatti da soli”, e proprio per questo dipendiamo da altri non solo per venire al mondo, ma anche per avere un’identità, per divenire soggetti. Ci viene dato un nome, ci viene raccontata la nostra storia: una narrazione accolta in una narrazione ancor più ampia, quella della famiglia, di chi ci ha preceduto, della genealogia parentale ma anche di quella sociale.

La filosofia è tradizionalmente ossessionata dalla morte, e dalle forme di immortalità: quella dell’anima, o quella dell’universalità della ragione. Guardare alla nascita ci fa seguire un altro percorso, abbandonando le ambizioni di onnipotenza del pensiero. Scoprendoci esseri finiti e, soprattutto, esposti: all’altro, al mondo, al linguaggio. Come spiega Adriana Cavarero:

La narrazione, si sa, è un’arte delicata; contrariamente alla filosofia, che da millenni si ostina a catturare l’universo nella trappola della definizione, la narrazione rivela il finito nella sua fragile unicità e ne canta la gloria (Tu che mi guardi, tu che mi racconti, p. 11).

I filosofi sono sempre stati preoccupati dal problema dell’identità, che già dal nome tradisce il narcisismo della coincidenza del medesimo: cosa assicura che l’io che da piccolo giocava nel cortile con gli altri bambini sia lo stesso del trentenne in cerca di lavoro, o dell’anziano che ama i viaggi? Alcuni pensatori americani arrivano a immaginare spericolati esperimenti mentali: se degli alieni mi avessero rapito, sostituendo la mia coscienza con quella di uno di loro, e dotando questa nuova coscienza di tutti i miei ricordi cancellando al contempo quelli che ad essa appartenevano, e mi risvegliassi quindi convinto di essere sempre io, sarei comunque la stessa persona? O se al contrario la mia coscienza fosse travasata in un altro corpo?

Sono esperimenti mentali che ci fanno sorridere, perché l’equivoco sorge da come viene impostato il problema. Se siamo esseri temporali e finiti, l’identità non può essere definita da un set di attributi (ad esempio un insieme di ricordi o di abilità), ma solo dalla storia che l’ha fatta. Io sono ciò che sono diventato, e mai cesso di divenire: non solo grazie a me, ma anche, e forse soprattutto, grazie agli altri. Perché non si dà narrazione solipsistica: ogni narrare non può che essere polifonico, come nota sempre Cavarero in A più voci. Filosofia dell’espressione vocale.

Limite e fragilità dell’io, quello di dipendere dal racconto che di me faranno altri, magari ferendomi oppure ingabbiandomi in figure che non sentiamo nostre. E inesauribile risorsa: l’intreccio di voci e storie, e quindi di vite, ci accomuna in un discorso trasversale, dove molti io compaiono senza che ci sia un io narrante unico, dipingendo un mondo condiviso e traiettorie di senso.

Se la metafora predominante nelle concezioni tradizionali dell’identità è quella dello specchio, in cui troviamo conferma del coincidere con se stessi nella tautologia “io sono io”, la filosofia della narrazione propone invece la metafora di un coro di voci che si alternano e sovrappongono richiamandosi l’un l’altra, in quel mosaico di parole che è l’io singolare e plurale:

Il sé narrabile rientra così in quella che si potrebbe chiamare un’etica relazionale della contingenza, ossia un’etica fondata sull’ontologia altruistica dell’esistente in quanto finito (Tu che mi guardi, tu che mi racconti, p. 113-114).

Vuoi conoscere te stesso? Guardati allo specchio!

di Francesca Rigotti

Lo specchio è un artefatto. Non è generato da un suo simile ma è prodotto da materia preesistente, metallo e vetro, manipolata per adempiere al compito degli specchi, che poi è anche la loro definizione, ovvero rispecchiare, riflettere. Oltre allo specchio artefatto, prodotto dall’azione e dall’intenzione di qualcuno, c’è però anche lo specchio naturale, la superficie liquida, prima di tutto l’acqua, che può riflettere le immagini con grandissima precisione.

Khristian Mendoza, Transparency, 2009.

Ben lo sapeva il giovinetto Narciso, il cui mito, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi,  ci viene subito alla mente se pensiamo all’azione di specchiarsi nell’acqua e alle sue, per Narciso, terribili conseguenze. Tutti conoscono la storia di Narciso. Forse non tutti sanno però che il suo destino equoreo era in qualche modo predestinato dalla natura dei suoi genitori, un fiume (il Cefíso) e una ninfa acquatica, la cerulea Liríope (dagli occhi sfacciati, da lirós, sfacciato, e ops, opós, occhio). Occhi sfacciati che la madre trasmise in eredità al figlio, il quale li usò in maniera sfacciata, per innamorarsi cioè della sua immagine riflessa nell’acqua di una fonte. Eppure l’indovino, il cieco Tiresia, interrogato dalla madre se Narciso sarebbe giunto a vedere una lunga vecchiaia, l’aveva avvertita. Ci arriverà, aveva risposto, «se non conoscerà se stesso» (si se non noverit, v. 348).

L’episodio di Narciso ben mostra la densità di senso e di pensiero della cosa-specchio. Così densa e pregnante da aver consegnato al linguaggio della filosofia alcune delle sue parole più significative: speculare/speculazione, riflettere/riflessione, ovvero il tornare a se stesso del pensiero dopo che si è posato su cose e su concetti e idee di cose. Read the rest of this entry »

Rio de Janeiro: rovine moderniste e narrazioni nazionali

di Beatriz Jaguaribe

Metropolitan Cathedral, Rio de Janeiro

Un tratto persistente delle strategie urbane di modernizzazione di Rio de Janeiro fu l’ossessiva promozione del nuovo. Il miraggio più affascinante della modernità favorì un’architettura eclettica nella Rio della Belle Époque: la stilizzazione di ornamenti che richiamavano il passato fu impiegata non per manifestare, all’interno della tetraggine moderna, la nostalgia per l’opulenza di altre epoche, ma perché rappresentavano l’ultima moda venuta dalla Francia. Fra fine Ottocento e inizio Novecento lo sforzo degli urbanisti per trasformare Rio de Janeiro in una Parigi tropicale diedero vita a un vasto assortimento di muse in marmo, vetrate colorate raffiguranti paesaggi europei, gargoyle, e varie altre imitazioni di decorazioni parigine.

Collocate nel mezzo della vegetazione tropicale e nel clima torrido della città, queste imitazioni, spesso realizzate con materiali scadenti, si deteriorarono velocemente, offrendo quello spettacolo che l’antropologo Claude Lévi-Strauss sintetizzò nella celebre definizione:

I tropici sono, più  che esotici, démodés.

Vestite con cashmere inglese o avvolte in sete e corsetti, le elite locali cercarono di fare, nonostante fosse coperto di sudore, buon viso a cattivo gioco, parodiando lo slogan “Rio si sta civilizzando”.

L’architettura moderna brasiliana cercò di superare l’eredità multiculturale non tramite un suo incorporamento nel folklore, ma grazie all’evocazione di forme atemporali e universali. L’architettura modernista internazionale non si impegnava tanto nella monumentalizzazione del passato, quanto in quella di un futuro già contenuto nella progettazione e nella morfologia degli edifici. Il “nuovo” avrebbe dovuto sfuggire alla temporalità della storia, e ribellandosi all’inevitabile invecchiamento rifiutava di immaginarsi come futura rovina. In quanto monumento alla creazione del “nuovo”, l’architettura modernista, per sfuggire alla rivincita del tempo, avrebbe dovuto congelarsi miticamente in un presente immobile. Read the rest of this entry »

Donne non si nasce

Lo si diventa. Così scrisse a metà del XX secolo Simone de Beauvoir, anticipando la riflessione contemporanea sull’identità di genere.

Simon de Beauvoir

di Alessandra Tanesini

Con questa frase, Simone de Beauvoir volle indicare che essere donna non è una questione puramente biologica fissata già alla nascita, né è un destino inevitabile. Più recentemente, ma in uno spirito che per certi versi non è dissimile dai sentimenti espressi da de Beauvoir, Judith Butler ha dichiarato che credere nelle identità “politiche”, tra cui si include quella femminile, è un errore, anche se è politicamente necessario.

La posizione di Butler può sembrare sorprendente. È difficile capire come possa essere un errore pensare che essere donna, o essere gay, non sia un’identità che cattura aspetti centrali degli individui. Per questo, la posizione di Butler e di altri proponenti del movimento cosiddetto queer è sembrata a molti negare alcuni fatti cruciali e ovvi dell’esperienza degli esseri umani. Eppure lo scetticismo a proposito delle identità non è senza motivazioni. Movimenti politici basati su un’identità hanno spesso incontrato difficoltà a formare coalizioni con gruppi basati su altre identità. Inoltre l’organizzazione interna di questi movimenti è stata a volte caratterizzata da una tendenza a sopprimere le differenze e imporre omogeneità di idee e comportamenti. Read the rest of this entry »