Il filosofo e il bambino

Mark Ryden, Apology, 2006

di Cesare Del Frate

Se cosa sia la filosofia è domanda di poco senso, allora sarà meglio chiedersi chi sia il filosofo, come fa Simon Critchley (nell’articolo  qui tradotto 2 giorni fa), per subito rispondere che è un uomo ridicolo perché fuori dal mondo, e infatti di Talete caduto nel pozzo, perché immerso nella contemplazione delle stelle, rideva la serva Tracia, sebbene proprio per questo – cioè per il distacco riflessivo con cui, come dall’esterno o dall’alto, guarda le cose – il filosofo potrebbe essere colui che, alla fine, riderà per ultimo. Se egli è fuori dal tempo, come sostiene sempre Critchley, di che tempo vive?

La tradizione ci risponde in modo lugubre (ma presto ci tornerà il sorriso), la filosofia è pensiero della morte:

La filosofia è meditazione della morte

sentenzia il neoplatonico Ammonio di Ermia, e con lui sarebbero d’accordo in molti, da Platone ad Heidegger; pure Gadamer va giù pesante:

La filosofia è una disposizione naturale dell’essere umano. Ogni bambino, dopo i sei anni, si chiede che cos’è la morte.

Ecco, a leggere certe grevi affermazioni, un pò da sorridere mi viene, sebbene non sia che il famoso nano sulle spalle dei giganti; il fatto è che questi giganti, a parlar di morte, spesso sono in certa misura buffi, perché proprio mentre riflettono sulla fine, e quindi sulla finitudine dell’uomo, lo fanno tentando di erigere un sistema teorico universale ed eterno (e quindi serissimo), come a voler scongiurare quella fine da cui sono ossessionati – la filosofia come gesto apotropaico, sorta di raffinato cornetto anti-sfortuna? Così la metafisica, cioè letteralmente la scienza di ciò che sta al di là di questo mondo, si autopresenta come nata dal confronto con la morte, e intanto vorrebbe edificare un sapere eterno e imperituro. La serva tracia anche di questo riderebbe.

E allora qual’è il tempo del filosofo? Se la tradizione metafisica ha cercato di collocare il pensiero fuori dal tempo, e se oggi possiamo vedere l’intrinseca contraddizione dell’impresa, allora ci resta lo scarto temporale che impedisce la quadratura del cerchio, la perfezione dell’eternità. Siamo esseri finiti e mortali, soggetti precari (gettati-nel-mondo, direbbe Heidegger), e il filosofo è colui che più di altri è immerso, e riflette, tale condizione. La precarietà è la fonte di quella meraviglia che secondo Aristotele tiene a battesimo la filosofia:

Gli uomini hanno cominciato a filosofare a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori; per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli altri astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere.

Il fatto stesso di essere al mondo è già meraviglia: meraviglia della nascita. Il mistero del mondo, dell’Altro, è continua meraviglia per gli occhi di chi sappia non aquietarsi nel “dato per scontato”,:ecco emergere il filosofo come l’infantile uomo che non smette di stupirsi. Come Talete che già mille volte aveva visto le stelle, ma ancora le ammirava interrogandosi sulla loro genesi e vita, fino a cadere nel pozzo. I bambini di tutto si meravigliano, e incessantemente chiedono “perché perché perché?”: non diversamente agisce il filosofo, e ne risulta altrettanto molesto. Aristotele parte dalla meraviglia e finisce nella metafisica: per non seguirlo, basta ricordarsi quanto lui stesso afferma nel passo citato, lo stupore è indissolubilmente legato al dubbio. Invece di una filosofia del morto, quindi, una filosofia del bambino.

Il dubbio è ovviamente irriverente: come nota Critchley, la filosofia è irriguardosa rispetto alle convenzioni sociali dominanti, al rango, al potere. E per questo è spesso scomoda:

Il filosofo deve essere la cattiva coscienza della sua epoca (Nietzsche).

Qui il dubbio è vicino alla critica, e il domandare assomiglia al pungolare del tafano a cui Socrate era paragonato. Ma non si tratta di semplice interrogare: se l’interrogazione rimane costitutivamente aperta, perché non c’è risposta definitiva ma solo soluzioni parziali, e sempre aporetiche, allora la pratica stessa del domandare esibisce la precarietà umana. Domandare è ricordare e ribadire la finitudine, il fatto che siamo soggetti non padroni del mondo, e nemmeno di noi stessi, e che per questo siamo chiamati a un’etica della responsabilità, del limite, della cura.

Ritornando al tempo, possiamo allora dire che il filosofo non è fuori dal tempo, magari nell’iperuranio, ma è sfasato rispetto al tempo del dato per scontato, dell’ovvio che sostiene le routine del quotidiano. Come in un paradosso temporale, o fantascientifico, il filosofo è sempre in ritardo o in anticipo, mai sincronizzato con le certezze o i dogmi della società in cui vive. La filosofia prende ritmi non routinari: l’andante del questionare, l’adagio dell’ozio della cura di sé, l’allegro dell’ironia, il prestissimo dell’utopia. La filosofia, che sa di non sapere, tesse in contrattempo, sorta di contrappunto alle verità acritiche e alle presunzioni di chi tutto crede di conoscere e dominare. Il filosofo mette il mondo fra parentesi, lo sospende fra dubbio, meraviglia e ironia, così sospendendo anche se stesso, la testa fra le nuvole, la goffaggine che lo espone al riso. D’altronde, chi conosce fino in fondo la saggezza dell’ironia non può che essere, lui per primo, buffo. E per chiudere, ricordiamo con Pascal che

beffarsi della filosofia è filosofare davvero.

Cos’è un filosofo?

Ci sono tante definizioni di filosofia quanti sono i filosofi – e forse anche di più. Dopo tre millenni di riflessione filosofica e disaccordi, è improbabile che raggiungeremo un consenso, e certo non intendo aggiungere aria calda alla nube vulcanica dell’incertezza. Ciò che vorrei fare è, piuttosto, aggirare il problema ponendo una domanda leggermente diversa: cos’è un filosofo?

Come disse Alfred North Whitehead, la filosofia è una serie di note a pie’ di pagina di Platone. Mi azzardo ad aggiungere un’altra nota alla definizione platonica del filosofo, contenuta nel Teeteto, in un passaggio che molti interpreti considerano una digressione. Socrate racconta la storia di Talete, ritenuto il primo filosofo. Egli stava osservando così attentamente le stelle che cadde in un pozzo. Si dice che un’arguta serva tracia si prese gioco di Talete – nella sua brama di conoscere i meccanismi celesti era inconsapevole di ciò che stava davanti a lui e ai suoi piedi. Socrate aggiunge:

Lo stesso scherzo si attaglia a tutti coloro che si impegnano nella filosofia.

Socrate

Che cos’è, allora, un filosofo? La risposta è chiara: una stirpe ridanciana, un buffone con la testa fra le nuvole, il bersaglio di innumerevoli canzonature, da Le Nuvole di Aristofane fino alla Storia del mondo, parte prima di Mel Brooks. Ogniqualvolta il filosofo si trovi a parlare di ciò che gli sta davanti ai piedi, non solo la serva tracia ma tutta la folla presente si fa una risata di gusto. La goffaggine del filosofo nelle cose del mondo lo fa apparire stupido o scemo. Abbiamo qui una definizione del filosofo alla Monty Python: è colui che è sciocco.

Ma, come sempre accade con Platone, le cose non sono necessariamente come appaiono, e Socrate è il più grande degli ironici. In primis, teniamo a mente che Talete credeva che l’acqua fosse il sostrato universale di tutte le cose del mondo. Inoltre, cadendo in un pozzo, involontariamente avanza la sua tesi filosofica principale.

E c’è ancora un livello più profondo di ironia nella vicenda: Socrate introduce una digressione facendo una distinzione fra il filosofo e il legale. Quest’ultimo è costretto a presentare un caso alla corte, e a rispettare i tempi stringenti del processo. Nei procedimenti giudiziari dell’antica Grecia, veniva concesso un breve lasso di tempo per presentare i casi. E il tempo veniva misurato con un orologio ad acqua, la clessidra, la cui etimologia significa “ladra d’acqua”. Il legale, il giudice e per esteso l’intera società, vivono con la costante pressione del tempo. Lo scorrere dell’acqua del tempo minaccia sempre di annegarli.

Per contrasto, il filosofo è colui che ha tempo, che prende tempo. Teodoro, l’interlocutore di Socrate, introduce la digressione con queste parole:

Non stiamo forse oziando, Socrate?

La risposta è interessante:  Read the rest of this entry »

Il cinismo oggi: da Diogene a Sloterdijk

Peter Sloterdijk

Peter Sloterdijk

di Laura Cervellione

Viviamo in tempi “cinici”? Pochi come Peter Sloterdijk (Karlsruhe, 1947), l’intellettuale della Scuola di Francoforte nella sua versione “nietzscheiana”, si sono confrontati in modo tanto libero e spregiudicato con questo tema. L’omaggio che il professore di Karlsruhe tributa a Diogene, unito alla volontà di esplorare, foucaultianamente, le tensioni vitalistiche nascoste dietro ogni “verità”, sono i temi sviluppati nella sua Critica della Ragion Cinica (1983),[i] “capolavoro di letteratura filosofica”, come lo definì Jürgen Habermas. Sulla scorta di quei grandi outsiders della critica – moralisti francesi, enciclopedici, socialisti, pensatori come Heine, Marx, Nietzsche, Freud – Sloterdijk mantiene l’intento di una critica che sappia ricongiungere teoria e ironia, argomentazione scientifica rigorosa e quella capacità di dire il vero propria della letteratura, della satira e dell’arte. La Critica della Ragion Cinica vuol riassumere per sommi capi l’evoluzione storica dell’illuminismo, rivelandone le contraddizioni interne con una sagacia non priva di un sottile umorismo. Con l’illuminismo, la ragione, incaricata di costruire un mondo più ospitale per l’uomo, ha invece via via esplicitato l’arbitrarietà di ogni nostro costrutto scientifico e culturale. Ogni critica produce così una ferita al nostro narcisismo e sgretola le nostre certezze: l’illuminismo, lavoro pionieristico nel dolore, apparirebbe così nelle sembianze della “triste scienza” di adorniana memoria. Eppure, la ragione disvelata, osserva Sloterdijk, non diviene, come avrebbe dovuto succedere secondo logica, una ragione “illuminata”, una ragione più critica e avveduta, ma al contrario si fa “ragion cinica”: strano fenomeno collaterale del disvelamento (a-letheia).

La ragion cinica è una “falsa coscienza illuminata”, una ragione che sa la verità su se stessa e, nonostante tutto, continua a operare come prima. Il paradosso è proprio questo binomio indissolubile tra illuminismo e falsità, disvelamento e nuovo nascondimento, visto che, malgrado tutto, “si deve continuare a lavorare”: questo il programma del neocinico, che risulta essere

sul piano psicologico un caso limite di melanconico che riesce a controllare i suoi sintomi depressivi conservando una certa capacità di lavorare.

Apatia post-illuminista

Diversamente dal kynicòs antico, il punto d’arrivo del cinismo moderno non è la vita spensierata nella botte, ma l’immersione apatica nello stress quotidiano, alleggerito da po’ di relax e qualche calmante. Ecco perché per Sloterdijk si richiede con urgenza una “critica della ragion cinica”. Read the rest of this entry »

Il mito e il sarcasmo

Roland Barthes va dal parrucchiere e ci trova il rotocalco con la propaganda imperiale, si indigna, e scrive Miti d’Oggi, opera geniale sul funzionamento dell’ideologia nella società dello spettacolo.

Roland Barthes

Roland Barthes

di Cesare Del Frate

Strip-tease, incontri di catch, giocattoli, il viso di Greta Garbo: sono solo alcuni dei miti che Barthes passa in rassegna, analizza e dissacra in Miti d’oggi, un tuffo senza garanzie nella cultura borghese e capitalistica, cioè la grande fabbrica ideologica travestita da migliore dei mondi possibili. Il viaggio nasce dal disagio provato da Barthes nei confronti dello spettacolo incessante dell’ideologia, dichiara insomma immediatamente il proprio intento politico:

Il punto di partenza di questa riflessione era il più delle volte un senso di insofferenza davanti alla “naturalità” di cui incessantemente la stampa, l’arte, il senso comune, rivestono una realtà che per essere quella in cui viviamo non è meno perfettamente storica: in una parola soffrivo nel vedere confuse a ogni occasione, nel racconto della nostra attualità, Natura e Storia, e volevo ritrovare nell’esposizione decorativa dell’“ovvio” l’abuso ideologico che, a mio avviso, vi si nasconde.

La storia, cioè una serie di scelte contingenti e sempre modificabili, viene figurata come natura, e quindi come destino ineluttabile da accettare passivamente: qui sta il trucco ideologico del mito. E da qui parte il lavoro del mitologo, opera certosina di decostruzione delle immagini e dei significati che compongono l’“ovvio”. Read the rest of this entry »