Il filosofo e il bambino
di Cesare Del Frate
Se cosa sia la filosofia è domanda di poco senso, allora sarà meglio chiedersi chi sia il filosofo, come fa Simon Critchley (nell’articolo qui tradotto 2 giorni fa), per subito rispondere che è un uomo ridicolo perché fuori dal mondo, e infatti di Talete caduto nel pozzo, perché immerso nella contemplazione delle stelle, rideva la serva Tracia, sebbene proprio per questo – cioè per il distacco riflessivo con cui, come dall’esterno o dall’alto, guarda le cose – il filosofo potrebbe essere colui che, alla fine, riderà per ultimo. Se egli è fuori dal tempo, come sostiene sempre Critchley, di che tempo vive?
La tradizione ci risponde in modo lugubre (ma presto ci tornerà il sorriso), la filosofia è pensiero della morte:
La filosofia è meditazione della morte
sentenzia il neoplatonico Ammonio di Ermia, e con lui sarebbero d’accordo in molti, da Platone ad Heidegger; pure Gadamer va giù pesante:
La filosofia è una disposizione naturale dell’essere umano. Ogni bambino, dopo i sei anni, si chiede che cos’è la morte.
Ecco, a leggere certe grevi affermazioni, un pò da sorridere mi viene, sebbene non sia che il famoso nano sulle spalle dei giganti; il fatto è che questi giganti, a parlar di morte, spesso sono in certa misura buffi, perché proprio mentre riflettono sulla fine, e quindi sulla finitudine dell’uomo, lo fanno tentando di erigere un sistema teorico universale ed eterno (e quindi serissimo), come a voler scongiurare quella fine da cui sono ossessionati – la filosofia come gesto apotropaico, sorta di raffinato cornetto anti-sfortuna? Così la metafisica, cioè letteralmente la scienza di ciò che sta al di là di questo mondo, si autopresenta come nata dal confronto con la morte, e intanto vorrebbe edificare un sapere eterno e imperituro. La serva tracia anche di questo riderebbe.
E allora qual’è il tempo del filosofo? Se la tradizione metafisica ha cercato di collocare il pensiero fuori dal tempo, e se oggi possiamo vedere l’intrinseca contraddizione dell’impresa, allora ci resta lo scarto temporale che impedisce la quadratura del cerchio, la perfezione dell’eternità. Siamo esseri finiti e mortali, soggetti precari (gettati-nel-mondo, direbbe Heidegger), e il filosofo è colui che più di altri è immerso, e riflette, tale condizione. La precarietà è la fonte di quella meraviglia che secondo Aristotele tiene a battesimo la filosofia:
Gli uomini hanno cominciato a filosofare a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori; per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli altri astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere.
Il fatto stesso di essere al mondo è già meraviglia: meraviglia della nascita. Il mistero del mondo, dell’Altro, è continua meraviglia per gli occhi di chi sappia non aquietarsi nel “dato per scontato”,:ecco emergere il filosofo come l’infantile uomo che non smette di stupirsi. Come Talete che già mille volte aveva visto le stelle, ma ancora le ammirava interrogandosi sulla loro genesi e vita, fino a cadere nel pozzo. I bambini di tutto si meravigliano, e incessantemente chiedono “perché perché perché?”: non diversamente agisce il filosofo, e ne risulta altrettanto molesto. Aristotele parte dalla meraviglia e finisce nella metafisica: per non seguirlo, basta ricordarsi quanto lui stesso afferma nel passo citato, lo stupore è indissolubilmente legato al dubbio. Invece di una filosofia del morto, quindi, una filosofia del bambino.
Il dubbio è ovviamente irriverente: come nota Critchley, la filosofia è irriguardosa rispetto alle convenzioni sociali dominanti, al rango, al potere. E per questo è spesso scomoda:
Il filosofo deve essere la cattiva coscienza della sua epoca (Nietzsche).

Qui il dubbio è vicino alla critica, e il domandare assomiglia al pungolare del tafano a cui Socrate era paragonato. Ma non si tratta di semplice interrogare: se l’interrogazione rimane costitutivamente aperta, perché non c’è risposta definitiva ma solo soluzioni parziali, e sempre aporetiche, allora la pratica stessa del domandare esibisce la precarietà umana. Domandare è ricordare e ribadire la finitudine, il fatto che siamo soggetti non padroni del mondo, e nemmeno di noi stessi, e che per questo siamo chiamati a un’etica della responsabilità, del limite, della cura.
Ritornando al tempo, possiamo allora dire che il filosofo non è fuori dal tempo, magari nell’iperuranio, ma è sfasato rispetto al tempo del dato per scontato, dell’ovvio che sostiene le routine del quotidiano. Come in un paradosso temporale, o fantascientifico, il filosofo è sempre in ritardo o in anticipo, mai sincronizzato con le certezze o i dogmi della società in cui vive. La filosofia prende ritmi non routinari: l’andante del questionare, l’adagio dell’ozio della cura di sé, l’allegro dell’ironia, il prestissimo dell’utopia. La filosofia, che sa di non sapere, tesse in contrattempo, sorta di contrappunto alle verità acritiche e alle presunzioni di chi tutto crede di conoscere e dominare. Il filosofo mette il mondo fra parentesi, lo sospende fra dubbio, meraviglia e ironia, così sospendendo anche se stesso, la testa fra le nuvole, la goffaggine che lo espone al riso. D’altronde, chi conosce fino in fondo la saggezza dell’ironia non può che essere, lui per primo, buffo. E per chiudere, ricordiamo con Pascal che
beffarsi della filosofia è filosofare davvero.








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