La crisi e il futuro dell’Europa secondo Jürgen Habermas

di Jürgen Habermas

intervista di Stuart Jeffries

Terje Nicolaisen, portrait of Jurgen Habermas, 2007.

Terje Nicolaisen, portrait of Jurgen Habermas, 2007.

In che modo la crisi greca è correlata al futuro dell’Unione Europea?

La crisi del debito in Grecia ha avuto un effetto politico collaterale positivo: in uno dei momenti di maggiore debolezza, l’Unione Europea è stata costretta a discutere il problema centrale per il suo futuro. La crisi sposta il focus del dibattito pubblico sul tema che molti considerano il peccato originale di un’unificazione politica incompleta e come bloccata a metà. Un mercato comune con una moneta parzialmente condivisa si è evoluto in una zona economica di scala continentale con una grandissima popolazione; ma non sono ancora state create istituzioni europee con poteri sufficienti a garantire un’effettiva coordinazione delle politiche economiche degli stati membri.

La crisi del debito e l’instabilità dell’euro quantomeno toccano una questione cruciale e potrebbero portare traccia dell’astuzia della ragione: un patto di stabilità colabrodo è sufficiente a controbilanciare le non volute conseguenze di un’asimmetria pianificata fra l’unificazione politica ed economica? Il collasso del mercato immobiliare spagnolo ci mostra che si tratta di un problema più vasto dei trucchi del governo greco. Il Commissario Olli Rehn ha ragione a richiedere il diritto di consultazione e di intervento, da parte della Commissione Europea, circa le politiche economiche degli stati membri. Read the rest of this entry »

Precarietà, flessibilità, creatività

Il termine new economy oggi non va più di moda, dopo i fasti degli anni Novanta. Ma di quella stagione, passata la bolla speculativa che l’ha “bruciata”, rimangono due cose. La prima è la fabbrica flessibile, primo nucleo di intelligenza artificiale insediato nei processi produttivi, che può fornire una produzione “a lotto uno” (pezzi singoli), o in piccole serie, senza eccessiva crescita dei costi. La seconda è la rete globale e al tempo stesso capillare di Internet, che fornisce una formidabile base tecnologica per la divisione del lavoro cognitivo a scala molto estesa, tale da esaltare le chances del networking intellettuale e di business.

new economy

new economy

di Enzo Rullani

intervista di Cesare Del Frate

Nei suoi saggi, lei sostiene che la new economy adotta come principio la valorizzazione della complessità, piuttosto che il suo controllo. Che cosa si deve intendere per complessità in campo economico?

Il termine new economy oggi non va più di moda, dopo i fasti degli anni Novanta. Ma di quella stagione, passata la bolla speculativa che l’ha “bruciata”, rimangono due cose. La prima è la fabbrica flessibile, primo nucleo di intelligenza artificiale insediato nei processi produttivi, che può fornire una produzione “a lotto uno” (pezzi singoli), o in piccole serie, senza eccessiva crescita dei costi. La seconda è la rete globale e al tempo stesso capillare di Internet, che fornisce una formidabile base tecnologica per la divisione del lavoro cognitivo a scala molto estesa, tale da esaltare le chances del networking intellettuale e di business.

La complessità, intesa come varietà, variabilità e indeterminazione, costa oggi molto meno di una volta. L’impresa automobilistica che introduce nuovi modelli ogni mese, o il produttore di abbigliamento che pratica il “riassortimento continuo” in funzione delle vendite realizzate, giorno per giorno, nei negozi di tutto il mondo non sono più rare eccezioni.

Non c’è più il produttore che fa tutto da sé, secondo la regola fordista della massima integrazione verticale del ciclo produttivo. Oggi il tipico produttore manifatturiero lavora in filiera (dividendosi il lavoro con altri, a monte e a valle), si specializza in un particolare core business e ricorre estesamente all’outsourcing per tutto il resto, acquistando dai fornitori materiali, energia, componenti, semilavorati, lavorazioni conto terzi, servizi e conoscenze. O facendo queste cose in joint venture con alleati di vario genere.

Questo processo di divisione del lavoro in filiere sempre più popolate di specialisti e di connessioni a rete è andato molto avanti in tutto il mondo. Ma in Italia ha assunto una dimensione strabiliante. Pochi sanno, ad esempio, che le 4000 medie imprese portanti del capitalismo italiano comprano da fornitori esterni l’81%, in valore di ciò che vendono ai loro clienti. Significa che le loro decisioni di produzione mettono in movimento molta più gente “fuori dai cancelli” dell’azienda che dentro. La loro “fabbrica estesa” comprende non solo i 19 lavoratori che operano alle dirette dipendenze ma anche gli 81 che, nel circuito della rete di fornitura, dipendono da altri. Il modello emergente di produzione è quello del Lego, in cui gli stessi moduli possono essere facilmente inseriti in architetture differenti, in risposta a bisogni differenziati e variabili degli users. Read the rest of this entry »

Filosofia di Slow Food: intervista a Nicola Perullo

La “sensorialità sostenibile”: il gusto è un piacere che conosce e un conoscere che gode, mentre invoca la necessità della riscoperta dell’etica e dell’estetica della gastronomia.


di Nicola Perullo

intervista di Cesare Del Frate

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