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	<title>Filopop &#187; mercato</title>
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	<description>il blog di Diogene magazine</description>
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		<title>La crisi e il futuro dell&#8217;Europa secondo Jürgen Habermas</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 10:17:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filopop</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.filopop.com/la-crisi-e-il-futuro-europa-secondo-jurgen-habermas.html">La crisi e il futuro dell&#8217;Europa secondo Jürgen Habermas</a> is a post from: <a href="http://www.filopop.com">Filopop</a></p>



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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Jürgen Habermas</strong></p>
<p style="text-align: justify;">intervista di Stuart Jeffries</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><div id="attachment_1025" class="wp-caption alignleft" style="width: 250px"><a href="http://www.filopop.com/wp-content/uploads/2010/05/Habermas.portrait.jpg" target="_blank"><img class="size-full wp-image-1025  " style="margin: 10px;" title="habermas Terje Nicolaisen" src="http://www.filopop.com/wp-content/uploads/2010/05/Habermas.portrait.jpg" alt="Terje Nicolaisen, portrait of Jurgen Habermas, 2007." width="240" height="329" /></a><p class="wp-caption-text">Terje Nicolaisen, portrait of Jurgen Habermas, 2007.</p></div></p>
<p><span style="color: #0000ff;">In che modo la crisi greca è correlata al futuro dell’Unione Europea?</span></p>
<p style="text-align: justify;">La crisi del debito in Grecia ha avuto un effetto politico collaterale positivo: in uno dei momenti di maggiore debolezza, l’Unione Europea è stata costretta a discutere il problema centrale per il suo futuro. La crisi sposta il focus del dibattito pubblico sul tema che molti considerano il peccato originale di un’unificazione politica incompleta e come bloccata a metà. Un mercato comune con una moneta parzialmente condivisa si è evoluto in una zona economica di scala continentale con una grandissima popolazione; ma non sono ancora state create istituzioni europee con poteri sufficienti a garantire un’effettiva coordinazione delle politiche economiche degli stati membri.</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi del debito e l’instabilità dell’euro quantomeno toccano una questione cruciale e potrebbero portare traccia dell’astuzia della ragione: un patto di stabilità colabrodo è sufficiente a controbilanciare le non volute conseguenze di un’asimmetria pianificata fra l’unificazione politica ed economica? Il collasso del mercato immobiliare spagnolo ci mostra che si tratta di un problema più vasto dei trucchi del governo greco. Il Commissario Olli Rehn ha ragione a richiedere il diritto di consultazione e di intervento, da parte della Commissione Europea, circa le politiche economiche degli stati membri. <span id="more-1027"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;">Il Ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, caldeggia la costituzione di un Fondo Monetario Europeo in grado di fornire aiuto in crisi future. Ciò è fattibile o desiderabile? Può l’Europa difendersi dai saccheggi delle speculazioni finanziare che minacciano la bancarotta della Grecia e la distruzione dell’eurozona?</span></p>
<p style="text-align: justify;">La minaccia attuale getta luce su un problema fondamentale perché riguarda il profondo conflitto fra i sostenitori dell’integrazione europea e i sostenitori di una visione unicamente di mercato dell’integrazione stessa. Nella sua ultima seduta, il Consiglio Europeo ha istituito una task force guidata da Herma Van Rompuy, che dovrebbe sviluppare proposte per evitare future bancarotte di stato. Il piano di Schäuble per un Fondo Monetario Europeo giocherà un ruolo in tutto questo, così come lo giocherà la richiesta della Commissione Europea di esercitare una maggiore influenza sulle nelle politiche economiche degli stati membri. È tuttavia importante riconoscere l’ambiguità di queste iniziative: le intenzioni dichiarate sono solo di creare strumenti, all’interno della cornice dei trattati, che assicurino un maggiore ed effettivo rispetto del patto di stabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altro canto, gli aumentati poteri di ispezione e controllo che sarebbero conferiti alla Commissione nei casi di debito, o anche permanentemente, possono essere interpretati come un impulso iniziale per sviluppare un governo economico nell’eurozona. Il Commissario alle finanze europeo potrebbe ispezionare i bilanci statali ancor prima che siano sottoposti ai parlamenti nazionali. Visto che le leggi finanziarie sono il cuore della democrazia parlamentare, un tale potere di ispezione preventivo non sarebbe affatto innocuo, e richiederebbe un ulteriore spostamento di competenze a favore del Parlamento Europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;">Angela Merkel ha detto al Bundestag che le attuali regole dell’EU non sono abbastanza forti per affrontare la crisi iniziata in Grecia, e che in tali circostanze potrebbe essere necessario espellere un paese dall’eurozona. Ha ragione? E quali sarebbero le conseguenze di un simile gesto per il pogetto europeo?</span></p>
<p style="text-align: justify;">Una tale mancanza di solidarietà farebbe certamente naufragare l’intero progetto. Ovviamente, l’affermazione di Merkel era pro domo sua, nel contesto delle importanti elezioni regionali. Ma non potrebbe esserci migliore illustrazione della nuova indifferenza della Repubblica Federale della sua mancanza di sensibilità rispetto al disastroso impatto delle sue parole sugli altri stati membri.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><div class="wp-caption alignright" style="width: 360px"><img style="margin: 10px;" src="http://www.sofiaecho.com/shimg/zx500y290_897276.jpg" alt="" width="350" height="203" /><p class="wp-caption-text">proteste ad Atene</p></div></p>
<p>Merkel è un buon esempio del fenomeno: “I politici pronti ad assumersi rischi in patria per l’Europa sono una specie in via d’estinzione”. La frase è di Jean-Claude Juncker, egli stesso uno degli ultimi dinosauri europeisti. Bisogna riconoscerlo, Angela Merkel è cresciuta nella Germania dell’Est e altri politici della CDU non parlerebbero come lei. Ma l’intransigenza tedesca ha radici profonde.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’eccezione di Joschka Fischer, la classe dirigente che ha governato la Germania da Schröder in poi ha perseguito una politica nazionalista e poco aperta all’esterno. Non voglio esagerare il ruolo della Germania in Europa, ma la differenza di mentalità del dopo Helmut Kohl ha un impatto anche sull’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i cauti tentativi di unificazione europea erano nell’interesse del paese, perché la Germania, dopo l’olocausto, voleva rientrare nella schiera delle nazioni civilizzate. Consci degli eccessi nazionalistici del passato, i tedeschi non ebbero difficoltà a rinunciare ad alcuni elementi di sovranità e, se necessario, a fare concessioni il cui costo sarebbe ricaduto sulla Repubblica Federale. Questa prospettiva è cambiata dopo la riunificazione. Le elite tedesche sembrano godersi i comfort di un’auto-compiaciuta normalità nazionale: “Possiamo di nuovo essere come gli altri!”. Non condivido il timore di Margaret Tatcher che questa normalizzazione della coscienza pubblica implichi un ritorno a vecchi pericoli. Ma la sconfitta totale, connessa a un’inconcepibile corruzione morale, crearono l’opportunità per le generazioni che vennero dopo di imparare più velocemente. Guardando alle elite di oggi, questa finestra di opportunità sembra essersi chiusa. La mentalità narcisista dell’auto-compiaciuto colosso nel centro dell’Europa non è nemmeno più garanzia che sarà preservato l’instabile status quo dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;">Perché è importante mantenere l’eurozona per il futuro del progetto politico europeo?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://leverageacademy.com/blog/wp-content/uploads/2010/04/greek-crisis-coming-to-america.gif" alt="" width="329" height="188" /> L’unificazione economica è il cuore di quella politica. Sul continente, lo abbiamo già sperimentato durante i processi di unificazione nazionale dell’Ottocento. In completo contrasto con ciò che avvenne all’epoca, l’unificazione europea rimane ad oggi un progetto delle elite. Dobbiamo ancora sperimentare un’elezione europea dove la campagna si svolga su temi che non siano nazionali. Fino al trattato di Maastricht, l’unificazione è stata guidata, essenzialmente, da interessi economici. Dato che gli interessi del mercato europeo furono a quel punto soddisfatti, gli impulsi economici che spingevano a un rafforzamento delle istituzioni comuni persero il loro dinamismo. L’allargamento ad est dell’Unione Europea è stata una conquista storica. Ma gli arditi accordi negoziati nel trattato di Lisbona hanno rivelato i limiti di un approccio elitista, che scavalca i cittadini degli stati nazionali, sui temi di integrazione politica. La crisi economica ha rafforzato gli egoismi nazionali ma, paradossalmente, non ha minato il credo neoliberista degli attori chiave. Oggi, per la prima volta, il progetto europeo ha raggiunto un impasse.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginiamo l’improbabile scenario di una coordinazione delle politiche economiche: ciò porterebbe a una maggiore integrazione delle politiche anche di altri settori. Qui, ciò che finora è stato un progetto guidato dalle amministrazioni e dall’alto potrebbe radicarsi nei cuori e nelle menti dei popoli europei. Il potere simbolico di una politica estera comune promuoverebbe certamente una coscienza di un destino politico condiviso e provocherebbe una maggiore democratizzazione dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Pubblicato originariamente su: Financial Times, 30 aprile 2010.</p>
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		<title>Precarietà, flessibilità, creatività</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Apr 2010 01:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filopop</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il termine new economy oggi non va più di moda, dopo i fasti degli anni Novanta. Ma di quella stagione, passata la bolla speculativa che l’ha “bruciata”, rimangono due cose. La prima è la fabbrica flessibile, primo nucleo di intelligenza artificiale insediato nei processi produttivi, che può fornire una produzione “a lotto uno” (pezzi singoli), o in piccole serie, senza eccessiva crescita dei costi. La seconda è la rete globale e al tempo stesso capillare di Internet, che fornisce una formidabile base tecnologica per la divisione del lavoro cognitivo a scala molto estesa, tale da esaltare le chances del networking intellettuale e di business.<p><a href="http://www.filopop.com/precarieta-flessibilita-creativita.html">Precarietà, flessibilità, creatività</a> is a post from: <a href="http://www.filopop.com">Filopop</a></p>



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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il termine new economy oggi non va più di moda, dopo i fasti degli anni Novanta. Ma di quella stagione, passata la bolla speculativa che l’ha “bruciata”, rimangono due cose. La prima è la fabbrica flessibile, primo nucleo di intelligenza artificiale insediato nei processi produttivi, che può fornire una produzione “a lotto uno” (pezzi singoli), o in piccole serie, senza eccessiva crescita dei costi. La seconda è la rete globale e al tempo stesso capillare di Internet, che fornisce una formidabile base tecnologica per la divisione del lavoro cognitivo a scala molto estesa, tale da esaltare le chances del networking intellettuale e di business.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p><div id="attachment_893" class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><em><em><a href="http://www.filopop.com/wp-content/uploads/2010/04/new-economy.gif"><img class="size-full wp-image-893" title="new economy" src="http://www.filopop.com/wp-content/uploads/2010/04/new-economy.gif" alt="new economy" width="480" height="214" /></a></em></em><p class="wp-caption-text">new economy</p></div></p>
<p><em> </em>di<strong> Enzo Rullani</strong></p>
<p style="text-align: justify;">intervista di <strong>Cesare Del Frate</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nei suoi saggi, lei sostiene che la new economy adotta come principio la valorizzazione della complessità, piuttosto che il suo controllo. Che cosa si deve intendere per complessità in campo economico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il termine new economy oggi non va più di moda, dopo i fasti degli anni Novanta. Ma di quella stagione, passata la bolla speculativa che l’ha “bruciata”, rimangono due cose. La prima è la fabbrica flessibile, primo nucleo di intelligenza artificiale insediato nei processi produttivi, che può fornire una produzione “a lotto uno” (pezzi singoli), o in piccole serie, senza eccessiva crescita dei costi. La seconda è la rete globale e al tempo stesso capillare di Internet, che fornisce una formidabile base tecnologica per la divisione del lavoro cognitivo a scala molto estesa, tale da esaltare le chances del networking intellettuale e di business.</p>
<p style="text-align: justify;">La complessità, intesa come varietà, variabilità e indeterminazione, costa oggi molto meno di una volta. L’impresa automobilistica che introduce nuovi modelli ogni mese, o il produttore di abbigliamento che pratica il “riassortimento continuo” in funzione delle vendite realizzate, giorno per giorno, nei negozi di tutto il mondo non sono più rare eccezioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è più il produttore che fa tutto da sé, secondo la regola fordista della massima integrazione verticale del ciclo produttivo. Oggi il tipico produttore manifatturiero lavora in filiera (dividendosi il lavoro con altri, a monte e a valle), si specializza in un particolare core business e ricorre estesamente all’outsourcing per tutto il resto, acquistando dai fornitori materiali, energia, componenti, semilavorati, lavorazioni conto terzi, servizi e conoscenze. O facendo queste cose in joint venture con alleati di vario genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo processo di divisione del lavoro in filiere sempre più popolate di specialisti e di connessioni a rete è andato molto avanti in tutto il mondo. Ma in Italia ha assunto una dimensione strabiliante. Pochi sanno, ad esempio, che le 4000 medie imprese portanti del capitalismo italiano comprano da fornitori esterni l’81%, in valore di ciò che vendono ai loro clienti. Significa che le loro decisioni di produzione mettono in movimento molta più gente “fuori dai cancelli” dell’azienda che dentro. La loro “fabbrica estesa” comprende non solo i 19 lavoratori che operano alle dirette dipendenze ma anche gli 81 che, nel circuito della rete di fornitura, dipendono da altri. Il modello emergente di produzione è quello del Lego, in cui gli stessi moduli possono essere facilmente inseriti in architetture differenti, in risposta a bisogni differenziati e variabili degli users. <span id="more-892"></span><br />
<a href="http://www.filopop.com/wp-content/uploads/2010/04/economy.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-895" style="margin: 10px;" title="economy" src="http://www.filopop.com/wp-content/uploads/2010/04/economy.jpg" alt="economy" width="480" height="594" /></a> <strong>L’impresa incorpora la conoscenza nelle procedure produttive. E la produzione di massa richiede la standardizzazione dei processi di produzione: la catena di montaggio. Eppure, oggi sembra importante un utilizzo non standardizzabile della conoscenza, una sua messa all’opera “creativa”. Ma in che modo la conoscenza può essere sfruttata creativamente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La conoscenza moderna è costruita in modo da essere replicabile e il contesto del suo uso viene artificialmente reso conforme allo standard in modo che questa replicazione possa avvenire a costo zero, in condizioni sicure e con pochissimi adattamenti. I vantaggi in termini di efficienza sono stati notevoli e si sono materializzati nella crescita storica della produttività per più di due secoli. Ma la replicazione dello stesso standard, che abbatte i costi, riduce in modo significativo il valore che quel prodotto o quel servizio hanno per lo user.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cosiddette commodities non suscitano passioni o desideri: sono beni considerati (spesso a torto) banali e il loro scarso valore unitario conferma questa idea. Lo spazio di libertà aperto dall’espansione della complessità non governata non può essere colmato acquistando più commodities: deve essere riempito dallo sviluppo di attività che portano alla scoperta di qualcosa di nuovo che possa appassionare, divertire e differenziare. Ecco lo spazio in cui rinasce l’economia della creatività, che costruisce desideri, simboli, linguaggi non precostituiti. E li sperimenta insieme agli users della moda, dell’arredamento, del gioco, della gara sportiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che la creatività non può “uccidere” le altre due caratteristiche portanti del valore fornito all’user: l’efficienza e la flessibilità. Dunque bisogna imparare a essere creativi in modo efficiente. Può sembrare un ossimoro che mette insieme cose antagoniste, ma la scommessa imprenditoriale è invece il contrario: ci sono modi di essere creativi che non contraddicono l’efficienza (il ri-uso replicativo della conoscenza) e la flessibilità (l’adattamento alla domanda e alle contingenze del momento).</p>
<p style="text-align: justify;">Nella filiera, il rapporto tra i diversi livelli diventa sempre di più interattivo, nel senso che i diversi specialisti sono incentivati a collaborare per esplorare soluzioni nuove, mettendo a rete il sapere disponibile. E questo coinvolge non solo i saperi tecnici, ma anche quelli del marketing, del design, della comunicazione, del racconto.</p>
<p style="text-align: justify;">E ovviamente i centri di ricerca e le università che si attrezzano per essere parte attiva di questi circuiti emergenti. Tuttavia non basta seguire la domanda e i suoi capricci: la complessità non è turbolenza fuori controllo, ma anche esercizio libero di scoperta. Dunque essa cresce anche per le iniziative di esplorazione congiunta intraprese da produttori e consumatori, che costruiscono codici estetici e linguaggi tecnici adatti alla mappatura del desiderabile. La maggior parte del valore nelle economie di oggi deriva da questa seconda attività, in cui non contano soltanto efficienza e flessibilità, ma diventa fondamentale la creatività delle persone e delle imprese che sono presenti nella filiera. La produzione di senso, allora, diventa la vera fonte di valore economico. E i prezzi rispecchiano questa nuova esigenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I frequenti richiami a Internet come simbolo dell’economia della complessità sono suggestivi ma vaghi. Che cosa si intende quando si propone la metafora dell’intelligenza in rete per descrivere la società dell’innovazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una rete non è altro che un sistema di supporto alla divisione del lavoro, alla comunicazione e all’impegno reciproco che lega i membri tra loro. La rete costituisce il frame più efficace per valorizzare la conoscenza, facilitando così la specializzazione delle competenze e la moltiplicazione dei ri-usi.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://www.nassaulibrary.org/bellmore/JobSearchNewspaper.jpg" alt="" width="307" height="291" /> In questo senso la rete non è definita dagli eventuali contratti giuridici (consorzi, joint ventures, cooperative, associazioni) che legano tra loro alcune imprese o persone. Ma è definita dall’esistenza di investimenti specifici fatti da un certo numero di imprese o di persone in risorse connettive che le legano, rendendo più facile la divisione del lavoro tra loro rispetto all’esterno. La rete sostituisce, nella storia degli ultimi trent’anni, le grandi piramidi auto-referenti e chiuse della storica esperienza fordista.<br />
Le reti sono usate ormai anche dalle grandi imprese, per divenire meno rigide e “pesanti” tramite l’outsourcing, ma hanno soprattutto una funzione abilitante nei confronti delle piccole imprese perché consentono loro varie cose. Di essere efficienti, se si specializzano in un campo specifico e comprano tutto il resto da altri specialisti. D’essere flessibili, perché hanno accesso alle competenze, alle lavorazioni, agli investimenti fatti da altri. D’essere creative, perché nella rete possono collegarsi “creativi” che stanno in altri contesti e che entrano in contatto con gli users a distanza.<br />
L’esistenza di reti consistenti che associano decine di imprese manifatturiere, fornitori di servizi, banche, università, centri di ricerca e società di servizi mobilita l’intelligenza creativa delle persone e delle imprese anche di piccola scala, perchè fornisce loro non solo un terreno di possibile divisione del lavoro ma anche un potenziale pubblico di clienti interessati allo sviluppo di nuove idee che partono da un punto del network e mobilitano gli altri intorno a un progetto comune.<br />
<strong>Rispetto agli altri Paesi occidentali, ma anche rispetto a nuovi protagonisti come la Cina, l’India e il Brasile, come si colloca l’Italia nell’economia dell’immateriale e nella creazione di una società della conoscenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I Paesi low cost sono una sfida per l’Italia perché noi, in passato, abbiamo fatto i “cinesi d’Europa”: un Paese a basso costo del lavoro (rispetto a Germania, Francia e Gran Bretagna) dove era possibile importare macchine e conoscenze dall’esterno in condizioni vantaggiose. Oggi che in Europa sono arrivati altri Paesi, con costi del lavoro inferiori ai nostri, e che il mercato europeo si è aperto all’economia globale, questo posizionamento è diventato indifendibile. Essendo arrivati i “cinesi titolari”, ci troviamo a fare la parte dei “tedeschi”: ossia a dover organizzare la produzione in un Paese high cost.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si fa? C’è un’unica via (i dazi e altre misure difensive non fermeranno l’alluvione): compensare con un differenziale di conoscenza a nostro vantaggio il differenziale negativo che abbiamo dal lato dei costi. Ovviamente si deve trattare di conoscenza originale, veicolata agli users attraverso reti esclusive, che gli altri non possono facilmente usare.<br />
Se l’Italia vuole superare i limiti attuali di cui soffre il made in Italy, deve puntare a qualificarne i significati, in modo da rimarcare le differenze qualitative e semantiche rispetto ai molti prodotti commodities che lo insidiano dal lato dei costi. Altri Paesi hanno già imparato come trarre vantaggio dallo sviluppo dei Paesi emergenti, comprando prodotti low cost e vendendo i loro prodotti tecnologici o di qualità di cui avranno sempre di più bisogno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una delle caratteristiche dell’economia dell’immateriale è il progressivo sfumarsi della distinzione fra produttore e consumatore. A tale proposito, lei ha paragonato la merce a ciò che Umberto Eco chiama “opera aperta”. Ci potrebbe spiegare questa dinamica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un lettore, come bene spiega Umberto Eco, non si limita a replicare nella sua mente le idee a cui pensava lo scrittore mentre scriveva. Traducendo nei propri termini i significati e le situazioni riprese dal libro, in pratica il lettore “riscrive” il libro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso fa il consumatore intelligente, che elabora significati e pone domande nel contesto di uso del prodotto. Il produttore spesso non immagina nemmeno in che modo il consumatore “rileggerà” il suo prodotto, al momento dell’uso. Ma, se si tratta di un produttore flessibile e creativo, è sicuramente molto interessato a saperlo, perché è solo aumentando il valore generato per il cliente che potrà imparare a migliorare la qualità del suo prodotto e ottenere un prezzo superiore.<strong> </strong></p>
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		<title>Filosofia di Slow Food: intervista a Nicola Perullo</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 21:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cesare del frate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La “sensorialità sostenibile”: il gusto è un piacere che conosce e un conoscere che gode, mentre invoca la necessità della riscoperta dell’etica e dell’estetica della gastronomia.<p><a href="http://www.filopop.com/filosofia-di-slow-food-intervista-a-nicola-perullo.html">Filosofia di Slow Food: intervista a Nicola Perullo</a> is a post from: <a href="http://www.filopop.com">Filopop</a></p>



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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><em>La “sensorialità sostenibile”: il gusto è un piacere che conosce e un conoscere che gode, mentre invoca la necessità della riscoperta dell’etica e dell’estetica della gastronomia.</em></span></span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><em><a href="http://www.toxel.com/wp-content/uploads/2008/05/foodart1.jpg"><img class="aligncenter" style="margin: 10px;" src="http://www.toxel.com/wp-content/uploads/2008/05/foodart1.jpg" alt="" width="450" height="330" /></a><br />
</em></span></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><em> </em></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">di <strong><strong>Nicola Perullo</strong></strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">intervista di <strong><strong>Cesare Del Frate</strong></strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong><span id="more-737"></span><br />
</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong>Già nel nome Slow Food evidenzia un elogio della lentezza come alternativa ai ritmi forzati delle nostre vite. Così facendo, si espone però anche all’obiezione di collocarsi in una posizione “passatista”, soprattutto quando ricerca la riscoperta delle trazioni: il “soprassamento” delle tradizioni è un leit motiv della modernità. </strong></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong>Tuttavia, Slow Food porta avanti anche un’idea di innovazione proiettata nel futuro, affidata alla valorizzazione del locale, delle tecnologie leggere, della sostenibilità ambientale. Più che un’opposizione fra modernità e tradizione, si tratta forse di un’opposizione fra diverse concezioni del futuro?</strong></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Si: come la modernità non è un concetto coeso, univoco e indistinto, ma ha in sé una pluralità di toni, così il tempo non è una linea che scorre semplicemente dal passato al futuro, come vorrebbero i fautori del progresso (altro concetto ambiguo). In effetti, in tutti i campi del sapere – dall’economia alla sociologia, dall’antropologia all’estetica, fino alla psicologia – il concetto di lentezza è al centro del dibattito: si parla di sguardo lento, di rallentamento dei ritmi di vita, addirittura di decrescita nel senso di abbattimento dei modelli di consumo e di progresso classici. Si organizzano “giornate mondiali della lentezza”.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Le grandi questioni della crisi ecologica e del modello di sviluppo figlio della modernità industriale hanno portato alla ribalta questa nozione di lentezza che perciò, lungi dall’essere passatista, si caratterizza oggi come la vera avanguardia, la lente attraverso cui riflettere su alcune delle più urgenti questioni della modernità.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Non è un caso che il pensiero slow di Carlo Petrini, pur partendo dalla gastronomia, venga recepito con estremo interesse anche da aree intellettuali che si occupano di altri campi: oggi si palra di Slow Design, Slow Living, Slow Art, Slow Cities, Slow Economy. Il tema della lentezza, però, non è un tema puramente antitecnologico: la lentezza, come anche la salvaguardia, il recupero delle tradizioni, della memoria, delle identità locali, vanno intesi nel senso di un grande apparato di ricostruzione volto a riequilibrare i meccanismi lacerati di quella parte di modernità che ha prevalso nei modelli economici e sociali occidentali, quello che oggi viene definito “tecnocrazia”.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">La lentezza è una nozione che svolge una funzione non antiscientifica o antitecnologica ma, semmai, antitecnocratica. In questo senso, la lentezza si allea con le scienze e le tecnologie “leggere”, non troppo invasive, senza escludere, al contempo, l’eventualità di un passo indietro rispetto alla tecnologia stessa.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong> <a href="http://www.rechargelounge.com.au/wp-content/uploads/2008/10/slow-food.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://www.rechargelounge.com.au/wp-content/uploads/2008/10/slow-food.jpg" alt="" width="226" height="186" /></a> Secondo il sociologo Ulrich Beck il progresso della modernità porta con sé un crescere delle ansie legate ai rischi insiti nel progresso stesso. Così, nel campo dell’alimentazione, troviamo il rischio ogm, nonché le varie crisi, dalla mucca pazza all’aviaria. C’è un diffuso allarme sociale riguardante l’industrializzazione dell’agricoltura e dell’allevamento: questo può spiegare, almeno in parte, il successo di Slow Food? E soprattutto: che ruolo gioca il sentimento della paura nelle scelte dei consumatori della vostra Associazione?</strong></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Per partire dall’ultima parte della domanda: direi che gioca pochissimo o nulla. SlowFood nasce come associazione per la tutela e il diritto al piacere e, nella sua storia, fatta di tante persone che condividono il pensiero che il cibo sia qualcosa di importante, è fortemente prevalente un sentimento positivo e vitale. Il cibo anzitutto come esperienza di convivio e piacere, un piacere che però diventa più interessante e potente se abbinato alla consapevolezza e alla conoscenza.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Con la felice espressione del filosofo Giorgio Agamben, potremmo dire che <em>il gusto è un piacere che conosce e un conoscere che gode</em>. Non sempre altre tendenze, associazioni o movimenti eticamente orientati alla salvaguardia, e come tali critici di quei modelli di sviluppo prevalenti nella nostra modernità, hanno condiviso quest’attenzione al piacere e al godimento. Anzi, spesso una certa tradizione del pensiero critico ha vilipeso ogni aspetto del piacere: penso ad Adorno, ma anche a molta della sinistra italiana per la quale occuparsi di cibo e gastronomia era qualcosa da reprimere o da relegare tuttal’più nel folklore, una “domenica della vita” per chi aveva questioni più serie a cui pensare.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Precisato questo, resta il fatto che oggi lo stato generale del pianeta Terra appare molto grave e, secondo alcuni osservatori, drammatico. Oggi una visione una visione complessiva della gastronomia non può che articolarsi almeno su tre livelli, l’insieme dei quali dà una definizione complessa di qualità: non solo il buono (piacere sensibile), ma anche il pulito (sostenibilità ambientale, ecologia) e il giusto (sostenibilità sociale, politica ed economica). Ognuno di questi aggettivi apre ambiti e problemi enormi che riguardano l’agricoltura, l’economia, l’etica.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></span></strong></p>
<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><strong><strong><strong><a href="http://www.newsfood.com/data/iNodes/2008/10/24/20081024085035-img49638//Standards/250x.jpg"><img class=" " style="margin: 10px;" src="http://www.newsfood.com/data/iNodes/2008/10/24/20081024085035-img49638//Standards/250x.jpg" alt="Carlo Petrini, fondatore di Slow Food" width="250" height="244" /></a></strong></strong></strong><p class="wp-caption-text">Carlo Petrini, fondatore di Slow Food</p></div></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong>Tradizionale e locale sono termini a volte abusati, che incorrono nel rischio della banalizzazione. Per evitare ciò, ci può spiegare che significato hanno lella pratica di Slow Food?</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Slow Food è stata fin dalle sue origini molto attenta a evitare di banalizzare le nozioni di “tradizionale”, “locale”, “tipico”. Innanzitutto, proponendo una distinzione fra tradizionale e tipico. La tradizionalità rimanda a una filiera precisa e diretta, fatta di materie prime locali e qualitativamente ineccepibili, processi di lavorazione artigianali o comunque di piccola scala, aree di produzione dell’oggetto in questione ben delimitate e legate a determinate comunità. La tipicità, invece, rimanda a una tecnica riproducibile (la parola viene dal greco <em>típtein</em>, battere, riprodurre, modellare) e dunque, oggi, a modalità di fattura industriale. La mortadella, per esempio, è in sé un prodotto tipico di Bologna, ma per gustare la mortadella tipica di Bologna bisogna ricercare coloro che la producono secondo criteri che la gran parte della produzione inteniva ha perduto. I Presidi Slow Food sono, in questo senso, progetti per la salvaguardia di prodotti tradizionali.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">In ogni caso, al di là di questa distinzione, oggi purtroppo tutte queste espressioni sono usate spesso in modo triviale. Ogni prodotto è “tipico”, ogni ristorante fa cucina “tradizionale”. Pensiamo al caso celeberrimo del lardo di Colonnata: un prodotto locale quasi scomparso, ricomparso poco più di dieci anni fa grazie all’operato di Slow Food che ha convinto i produttori locali a riprendere la lavorazione: bene, oggi sulle tavole di tutte le osterie da Bolzano a Messina, sui banchi di tutte le gastronomie. Eppure Colonnata è un piccolissimo borgo, con pochissimi abitanti e pochissimi produttori. La produzione del lardo è per forza limitata: è grazie a tale limitazione che le caratteristiche artigianali e uniche (non per forza migliori, ma peculiari, diverse) del prodotto emergono.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">La moda del tipico sta investendo l’industria alimentare, non solo nel senso che le grandi industrie mimano il prodotto per motivi di marketing e di comunicazione, ma anche nel senso, forse addirittura più grave, che le produzioni artigianali, fiutando l’affare e cavalcando l’onda, spesso si trasformano in industriali, se non nelle dimensioni almeno nella mentalità.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Pensiamo anche alla ristorazione: quanti ristoranti, negli ultimi dieci o quindici anni, si sono convertiti in osteria – addirittura in Antica Osteria! Quanto c’è di autentico in tutto questo, e quanto invece è spiegabile solo in termini di moda e di mercato? Ecco, Slow Food cerca di intervenire, a livello educativo, comunicativo, culturale e politico per fare chiarezza su tutto questo e tutelare sia coloro che producono prodotti tradizionali con passione e conoscenza sia che vogliono fruirne.</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.blisstree.com/keepingthecastle/files/2007/07/food-art-fish.jpg"><img class="aligncenter" style="margin: 10px;" src="http://www.blisstree.com/keepingthecastle/files/2007/07/food-art-fish.jpg" alt="" width="400" height="383" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il fast food, come simbolo dell’industrializzazione dell’agroalimentare, porta con sé una promessa di democratizzazione: dei prezzi, dei luoghi e dei tempi. Anche Slow Food si richiama fortemente all’idea di democraticità, naturalmente in modo differente. </strong></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Una delle accuse classiche al gastronomo, fin da Platone, è quella di elitismo. Kant, quando sistematizza il gusto come giudizio estetico, opera una distinzione fra bello e piacevole, facendo rientrare tutto quanto riguarda il gusto del palato nel secondo e, apparentemente, democratizzando il gusto. Operano qui un aspetto epistemologico (il senso fisico del gusto è soggettivo e non accresce la conoscenza) e un aspetto morale (il gusto del cibo produce piacere, il piacere è ostacolo alla conoscenza e via di dissolutezza). Occuparsi di cibo significa sottostare costantemente a questo antico pregiudizio che vorrebbe che la vera cultura fosse il più distante possibile dal corpo, dalle necessità e dal piacere.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Una delle accuse che sono state più frequentemente rivolte a Slow Food è stata quella di snobismo, di goliardia, persino di luddismo alimentare. Tutto ciò ha a che fare con la promessa di democratizzazione. Come nel caso di “modernità”, “progresso”, anche il concetto di democrazia è qualcosa che occorre sondare bene: a quale democrazia si riferiscono i sostenitori del fast food, dell’industria alimentare e degli ogm? Secondo un argomento ricorrente, oggi le multinazionali degli ogm sostengono che questa sarà la soluzione alla fame nel mondo. Ma perché qualcuno soffre di fame nel mondo?</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">La fame nel mondo non dipende, forse, dalla sperequazione e dall’ingiustizia sociale? E, a prescindere dalle questioni di sicurezza e salute legate agli ogm, quali costi ha il monopolio delle sementi che essi postulano? Qualche tempo fa ero negli USA e guardavo la televisione in albergo. Un predicator sosteneva che la ricchezza non va demonizzata, anzi bisogna cercare di fare affari e diventare ricchi il più possibile perché solo così si può fare del bene ai poveri, fare opere di carità e guadagnare dignità agli occhi di Dio. Questi argomenti a favore della nuova industria, sempre con gli stessi “padroni”, mi ricordano un pò le idee del predicatore religioso americano: l’importante è fare del bene ai poveri, in un’ottica paternalistica.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">La questione alimentare mostra una realtà ben diversa: la differenza fra ricchi e poveri è sempre più grande, e a ciò si aggiunge una crisi ambientale epocale. Prendendo posizione su tutto questo, Slow Food propone un modello volto, in parte, a modificare la nsotra mentalità e sensibilità sull’idea stessa di consumo e di economia. Consumare meno, consumare tutti, si potrebbe dire. E, a questo fine, una via efficace è quella dell’economia locale in epoca globale. Tutto questo è antidemocratico e antimoderno? Analizzando bene lo stato delle cose, a noi sembra proprio il contrario.</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.blisstree.com/files/241/2008/10/eyeball-halloween-food.jpg" class="broken_link"><img class="aligncenter" style="margin: 10px;" src="http://www.blisstree.com/files/241/2008/10/eyeball-halloween-food.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a><br />
</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong>Vorrei ora farle alcune domande sul suo lavoro filosofico. Nei suoi saggi, attraverso una riflessione che coniuga l’estetica dei sensi all’etica del consumo, concettualizza la necessità di sviluppare una forma di “sensorialità sostenibile”. </strong><strong>Espressione apparentemente ossimorica, nella misura in cui unisce la semantica estetica a quella economica. Ci può spiegare questo concetto? </strong></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Una riflessione che propone l’attenzione ai fenomeni più “terrestri” e fisici, come il gusto e l’olfatto, arriva a considerare sotto nuova luce la nostra inerenza al mondo, cioè il nostro appartenere all’ambiente, alla terra, all’<em>Um-Welt</em>, per dirla in termini fenomenologici. Ecco alora il legame fra estetica del cibo ed etica, quella che ho chiamato “sensorialità sostenibile”. Se è impossibile un’estetica che non si ponga il problema del valore (anche Wittgenstein ha osservato che “etica ed estetica sono una cosa sola”), è impossibile un’estetica del cibo che non prenda in considerazione il valore del cibo.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">E il valore del cibo sta nella produzione, nell’elaborazione e nel consumo. Riguarda quindi la nutrizione, la dietetica e il corpo, il mercato e l’economia. Se, attraverso il consumo critico e consapevole del cibo, vengo a conoscenza dei modi di produzione dello stesso, posso in qualche misura provare a incidere affinché qualcosa cambi. Come sostiene il poeta e saggista americano Wendell Berry, “mangiare è un atto agricolo”, perché scegliendo cosa mangiare posso modificare i meccanismi della produzione, e dunque le economie relative. È un percorso difficilissimo e tortuoso, ne sono ben consapevole, mi pare valga la pena promuoverlo. In questo senso parlo di sensorialità sostenibile.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"><strong><a href="http://www.guy-sports.com/fun_pictures/art_with_food.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://www.guy-sports.com/fun_pictures/art_with_food.jpg" alt="" width="246" height="266" /></a> Sempre riguardo ai temi estetici, lei promuove anche una riscoperta della sensibilità oltre il suo odierno stato di assopimento, o ottundimento. Da un certo punto di vista, non si potrebbe invece sostenere che la società dei consumi, o dello spettacolo, operi attraverso un’iperstimolazione o sovraeccitamento dei sensi, come avrebbe detto Simmel? Forse c’è, al contempo, un affievolirsi della capacità di sentire le differenze e una concomitante sovraeccitazione nervosa?</strong></span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Trovo che si possa strategicamente operare un ribaltamento di segno alla distinzione (di per sé incerta e discutibile) tra, come avrebbe detto Kant, sensi esterni soggettivi, gusto e olfatto, e sensi esterni oggettivi, vista, udito e tatto. Ora, se tradizionalmente la distinzione viene intesa nel senso che i primi, in quanto soggettivi, sono meno utilizzabili ed epistemologicamente inferiori, nell’ottica del risveglio di una sensibilità non sovraeccitata essi possono invece guadagnare una priorità.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">La sovraeccitazione nervosa riguarda infatti modalità esperienziali dominate soprattutto dall’ascolto e dalla visione. Modalità che possono essere alleate di alienazione e massificazione: tutto diviene “già sentito” e “già visto”, come rileva Mario Perniola in <em>Del sentire</em>. Si fatto è quello che succede nella odierna società dello spettacolo. L’esperienza gastronomica invece potrebbe, essendo modalità promossa da sensi marginali, meno inflazionati, meno compromessi col sistema consumistico, riallineare il soggetto al mondo nei termini di un non ottundimento. Certo, occorre distinguere tra esperienza gastronomica ed esperienza gastronomica: l’industria del junk food, del “cibo spazzatura”, opera proprio all’interno del paradigma ottundimento/sovraeccitazione e quindi non è alleata di gusto e olfatto.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: verdana,geneva;"><span style="font-size: medium;">Pubblicato originariamento su <a href="http://www.diogenemagazine.eu" target="_blank">Diogene</a><a href="http://www.diogenemagazine.eu" target="_blank"><img style='border:0;' src='http://www.filopop.com/wp-content/plugins/tensai-rss/external.png'/></a>, n. 12, 2008.</span></span></p>
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<p><a href="http://www.filopop.com/filosofia-di-slow-food-intervista-a-nicola-perullo.html">Filosofia di Slow Food: intervista a Nicola Perullo</a><a href="http://www.filopop.com/filosofia-di-slow-food-intervista-a-nicola-perullo.html"><img style='border:0;' src='http://www.filopop.com/wp-content/plugins/tensai-rss/external.png'/></a> is a post from: <a href="http://www.filopop.com">Filopop</a><a href="http://www.filopop.com"><img style='border:0;' src='http://www.filopop.com/wp-content/plugins/tensai-rss/external.png'/></a></p>


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