Platone e il tiranno: del potere ingordo
Corpo individuale e corpo politico si richiamano l’un l’altro, ad entrambi presiede la giustizia della misura e della regola. Il tiranno si pone, rispetto a tale ordine, come l’eccezione scatenata, come il bramoso incontenibile che disgrega l’anima e la città, portando la rovina del corpo come delle istituzioni, e per questo gli si addice il nome di “disgraziatissimo”.
Come animale mai sazio, che incessantemente si ingozza senza potersi riempire, mosso da fame divorante sé e il mondo: così Platone figura la personalità del tiranno, uomo sventurato prigioniero delle proprie ossessioni. Il Libro IX di La Repubblica di questo parla; con immagini potenti ed evocative Platone fa dire a Socrate tutto il suo sdegno per tale incarnazione del dominio, e non solo: fonda la riprovazione morale su una critica teoretica dei meccanismo delle pulsioni.
La fiamma del desiderio è per sua natura inestinguibile, solo intelligenza e virtù possono porre un argine al giogo che il corpo cerca di imporre all’anima: da queste premesse si incammina l’analisi di Platone, in un gioco di corrispondenze fra l’anatomia del piacere, il carattere del tiranno e le forme di potere:
Le persone che non conoscono intelligenza e virtù, che badano sempre alla buona tavola e a simili cose, vengono trasportate verso l’infimo, e così errano tutta la vita; e mai, superando questo limite, hanno innalzato lo sguardo a ciò che è veramente alto né mai vi sono state trasportate, mai sono sazi, mai hanno assaporato un puro e solido piacere.
Ma, come bestie, tengono sempre lo sguardo rivolto in basso, curve verso il suolo e le loro mense, e pascolano rimpinzandosi e montando; per la smodata cupidigia di questi piaceri si prendono a calci e cornate, e s’ammazzano a vicenda con corna e zoccoli ferrei. La causa è l’insaziabilità (Platone, La Repubblica, libro IX, 586).





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