di Francesca Rigotti
Lo specchio è un artefatto. Non è generato da un suo simile ma è prodotto da materia preesistente, metallo e vetro, manipolata per adempiere al compito degli specchi, che poi è anche la loro definizione, ovvero rispecchiare, riflettere. Oltre allo specchio artefatto, prodotto dall’azione e dall’intenzione di qualcuno, c’è però anche lo specchio naturale, la superficie liquida, prima di tutto l’acqua, che può riflettere le immagini con grandissima precisione.

Khristian Mendoza, Transparency, 2009.
Ben lo sapeva il giovinetto Narciso, il cui mito, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, ci viene subito alla mente se pensiamo all’azione di specchiarsi nell’acqua e alle sue, per Narciso, terribili conseguenze. Tutti conoscono la storia di Narciso. Forse non tutti sanno però che il suo destino equoreo era in qualche modo predestinato dalla natura dei suoi genitori, un fiume (il Cefíso) e una ninfa acquatica, la cerulea Liríope (dagli occhi sfacciati, da lirós, sfacciato, e ops, opós, occhio). Occhi sfacciati che la madre trasmise in eredità al figlio, il quale li usò in maniera sfacciata, per innamorarsi cioè della sua immagine riflessa nell’acqua di una fonte. Eppure l’indovino, il cieco Tiresia, interrogato dalla madre se Narciso sarebbe giunto a vedere una lunga vecchiaia, l’aveva avvertita. Ci arriverà, aveva risposto, «se non conoscerà se stesso» (si se non noverit, v. 348).
L’episodio di Narciso ben mostra la densità di senso e di pensiero della cosa-specchio. Così densa e pregnante da aver consegnato al linguaggio della filosofia alcune delle sue parole più significative: speculare/speculazione, riflettere/riflessione, ovvero il tornare a se stesso del pensiero dopo che si è posato su cose e su concetti e idee di cose.

Anche il pensiero specula
Dovendo tradurre i termini greci theoréin e theoría il latino fece ricorso al verbo speculor, ari, derivato da specio, guardare, nel significato di pensare, meditare. Riflessione e speculazione, insomma, termini legati allo speculator, all’osservatore, allo speculum e alla reflexio, definiscono la attività stessa del pensare, il processo mentale del rinviare per riconsiderare.
Un destino «alto» attendeva quindi lo specchio, oggetto peraltro considerato frivolo perché sempre in mano alle donne. Ora, se lo specchio è cosa da donne, come è possibile che, nonostante questa connotazione femminile, quindi di per sé svalutante, esso sia andato a designare nozioni così elevate come la conoscenza di Dio, del mondo, di sé? Io credo che siamo di fronte a un ennesimo caso di applicazione del «paradosso di Arianna». Il «paradosso di Arianna» è una nozione da me ideata per designare situazioni in cui l’oggetto femminile e l’attività ad esso legata (il filo per uscire dal labirinto) sono considerati indegni dell’uomo (maschio), ma poi accettati nel caso in cui abbiano subito un processo di purificazione, per esempio attraverso la metafora, che li rende astratti, ergo degni di designare attività virili (il filo divenuto lògos). Nel caso della conoscenza di Dio e del mondo, è la mente (o l’anima) che si fa metaforicamente specchio, al fine di assorbire la luce emanata dalla divinità o la struttura della realtà esterna, come si legge nell’Alcibiade Maggiore di Platone.

Anche il pensiero rappresenta
Ma proprio contro questa metafora della mente come un grande specchio che contiene rappresentazioni più o meno accurate della realtà si scaglia il filosofo americano Richard Rorty. Fu la fissazione su questa nostra presunta «essenza rispecchiante» (glassy essence) che portò i primi filosofi e poi tutti i loro discendenti – nota Rorty – a interpretare la conoscenza in termini di rappresentazione del mondo accurata, sempre più accurata, come nella versione contemporanea del realismo ingenuo di John Searle; quest’ultima afferma che tanto più lo specchio della mente sarà pulito, chiaro e senza macchie, tanto più esso permetterà di cogliere la verità nel suo adeguarsi progressivo alla cosa. Insomma quando la res si adeguerà all’intelletto, quando la nostra mente avrà riflesso perfettamente le cose, allora conosceremo la verità, che non potrà che mostrarcisi in tutta la sua evidenza. Purtroppo il paragone della mente umana con lo specchio impoverisce secondo Rorty l’attività della mente, assegnandole una dimensione contemplativa, di riflessione e registrazione passive di dati, cancellandone la dimensione poetica, attiva, creativa, immaginativa, inventiva. E tutto perché ai primi filosofi greci venne in mente di concepire l’attività della mente come uno specchio riflettente.
Lo specchio della mente
Conoscenza di Dio e conoscenza del mondo vengono riflesse nello specchio della mente, uno specchio divenuto prevalentemente metaforico e come tale degno dell’attenzione maschile. Nel caso però della conoscenza di sé, lo specchio ritorna ad essere oggetto materiale, lamina metallica lucida e tersa o superficie liquida, nitida e priva di onde, oppure, vedremo, una parte del corpo umano, l’occhio.
Raccontano sia Fedro sia Diogene Laerzio che Socrate esortasse i suoi discepoli a guardarsi nello specchio per conoscere loro stessi. Lo strumento è materiale, ma la conoscenza di sé che si acquista guardando il proprio viso allo specchio sta alla base di ogni progresso morale. La conoscenza allo specchio, potremmo dire con parole di oggi, conduce alla cura di sé. Guardarsi nello specchio è il mezzo più sicuro per trionfare sui vizi e dominare le passioni. Così Socrate
invitava i giovani a guardarsi spesso, affinché, se erano belli, se ne rendessero degni, e se erano brutti, nascondessero la loro disgrazia con l’educazione.
Pure Seneca, l’amico degli stoici, mise in rilievo l’importanza dell’esame di sé condotto allo specchio a scopi morali: gli specchi, scriveva, sono stati inventati perché l’uomo conosca se stesso. L’insegnamento stoico incoraggia l’uso dello specchio nel caso di passioni che deformano il volto e l’anima, come l’ira. Se l’anima potesse apparire agli occhi nera, schiumante, sconvolta, chi si contempla ritornerebbe al buon senso. Anche perché, conclude Seneca con toni alquanto moderni,
ricorrere allo specchio per guarire vuol dire essere già guariti.
Il tema della conoscenza e cura di sé attraverso lo specchio aveva assunto nel passato anche risonanze mistiche, a partire da un testo in cui compaiono sia Socrate che lo specchio. Mi riferisco al dialogo platonico già citato, ovvero all’Alcibiade I o maggiore. Qui Alcibiade pone a Socrate la domanda centrale: come prenderci cura di noi stessi? E Socrate a chiedere ad Alcibiade, di rimando: nel nostro occhio non c’è una specie di specchio?
Hai notato…che quando guarda nell’occhio, il volto si riflette nello sguardo di chi si trova di fronte come in uno specchio, che chiamiamo anche pupilla [piccola pupa, bambola; il greco ha kóre].
Così è dell’anima: se vuole conoscere se stessa, deve contemplare un’altra anima, o più precisamente la parte intellettuale di quest’anima. Perciò guardando
nella virtù dell’anima, noi ci serviremo di quello che è lo specchio migliore, e probabilmente riusciremo a vedere e conoscere noi stessi il meglio possibile.
Ecco lo specchio materiale dell’occhio, qui, in Platone. L’occhio è uno specchio «lecito» perché non è accessorio della toeletta femminile ma parte del corpo, ovviamente maschile, dell’amico, dell’amato.
Approfondire
Platone, Alcibiade o della natura dell’uomo, in Dialoghi, a cura di Carlo Carena, Einaudi, Torino 1970.
Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, a cura di Pietro Bernardini Marzolla. con uno scritto di Italo Calvino, Einaudi, Torino 1979.
F. Frontisi-Ducroux e J.P. Vernant, Ulisse e lo specchio. Il femminile e la rappresentazione di sé nella Grecia antica, Donzelli, Roma 1998.
R. Richard, La filosofia e lo specchio della natura, Bompiani, Milano 1986.
A. Tagliapietra, La metafora dello specchio. Lineamenti per una storia simbolica, Feltrinelli, Milano 1991.
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Dioniso si guarda allo specchio e vede il mondo.
bella la citazione di Dioniso!