Il muratore che tira un mattone in testa al filosofo realista, i giochi linguistici come prassi mondana, il professorone di Harvard con le paranoie sull’essere un alieno vermiciattolo su Marte, l’Armageddon relativista, “in principio era l’azione”.

Ludwig Wittgenstein, vignetta

Ludwig Wittgenstein, vignetta

di Cesare Del Frate

In quella terapia che è la filosofia, la verità è un concetto malato da risanare, e a questo si dedica Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche e, ancor più approfonditamente, in Della certezza, fra le sue opere meno conosciute eppur così cruciali.

Quando si parla di verità si finisce sempre nel vicolo cieco dell’aut aut: la verità esiste oppure no (pistola puntata alla tempia)? Ecco, questa domanda secondo Wittgenstein semplicemente non ha senso, è un caso da manuale di quegli usi fuorvianti del linguaggio dai quali dovremmo guarire. Intanto perché la verità non è un oggetto, e quindi non ha un grado di esistenza. Ma, soprattutto, perché la domanda presuppone implicitamente un’idea del linguaggio come specchio della realtà (per usare l’espressione di un altro filosofo, Richard Rorty): in quest’ottica, si deve giudicare la verità di un enunciato in base alla sua capacità descrittiva di stati del mondo, se dico che il sole è luminoso è vero perché esiste un corpo celeste denominato sole che brilla per via delle esplosioni atomiche al suo interno. Fermiamoci un attimo: la frase appena scritta non vi suona strana? La usereste mai in una conversiazione quotidiana, vi mettereste mai a parlare col vicino di treno di reazioni subatomiche per commentare la luce che entra dal finestrino?

Lei è per caso un filosofo realista di Harvard?

Nel quotidiano agiamo e interagiamo senza fare a ogni passo un test di laboratorio: per prendere il sugo in dispensa non ho bisogno di un’analisi fisiologica e anatomica dei muscoli e dei nervi del mio braccio, lo prendo e basta. L’idea che il nostro rapporto col mondo sia mediato dalla conoscenza, sorta di interfaccia o schermo connettivo fra un io razionale e le cose, è una paranoia intellettualistica, di quelle che fanno esclamare ai filosofi realisti “oh cribbio! se non riconosciamo il primato della verità, tutto crolla, l’universo potrebbe non esser altro che un’allucinazione collettiva, io stesso magari in realtà sono un alieno vermiforme di Marte invece di un professorone intelligentissimo, e poi, se neghiamo la verità si scatenerà la distruzione del mondo, perché non ci sarà più alcun fondamento all’etica e alla morale, fine del mondo, Armageddon!” (vedi l’articolo Wittgenstein e la tribù). Perché mai dovrei ricevere una rassicurazione intellettuale sull’esistenza del mondo, o di fatti oggettivi? Perché mai dovrei ripetermi interiormente “lo so: posso andare avanti”, prima di compiere qualsiasi gesto, pena la distruzione della sanità mentale, della morale e della società?

La terapia di Wittgenstein intende curarci da tali paranoie angoscianti, dissolvendo la domanda nel suo non senso: non è che “so” l’esistenza del mondo, non me ne importa nulla, perché il mondo lo vivo. Se uno mi chiedesse “secondo te il mondo esiste o è solo un’illusione?” gli risponderei o “sei matto”, o “ma è ovvio, che ti passa per la testa, mi prendi in giro?”, o “lei è per caso un filosofo realista di Harvard?”.

Il Wittgenstein di Jarman

Il Wittgenstein di Jarman

In principio era l’azione

Quando Wittgenstein parla di “forme di vita” va inteso anche in senso letterale, siamo essere incarnati, il rapporto con l’ambiente intorno è noi è guidato dalla prassi – camminiamo, parliamo, usiamo oggetti, respiriamo – e non a caso il filosofo austriaco riprende la celebre frase di Goethe: “in principio era l’azione”. Insomma, non esiste l’interfaccia della conoscenza perché viviamo il mondo direttamente nell’azione.

Parimenti, il linguaggio non è un sistema descrittivo ma uno strumento per agire: Wittgenstein ce lo spiega tramite il gioco linguistico dei due muratori, A e B. A chiede a B “passami il mattone”. Se B fosse il filosofo di Harvard, penserebbe dentro di sé “A mi sta chiedendo di passargli un mattone”, e se ne starebbe lì fermo, tutto compiaciuto di aver formulato una corretta e oggettiva descrizione della situazione. Al che A il mattone glielo tirerebbe in testa: il significato della sua domanda è che gli devi veramente portare un mattone. Se non glielo dai non hai capito proprio niente! Per Wittgenstein “il significato è l’uso” di un termine o una frase: il significato di “sedia” non è la sedia materiale, dipende dall’uso che ne faccio; nelle seguenti frasi al termine sedia corrispondono significati e azioni diverse: “passami una sedia”, “non startene lì stravaccato sulla sedia! Stai composto!”, [al commesso di IKEA] “salve, sto cercando una sedia per lo studio, potrebbe aiutarmi?”, “sei rigido e legnoso come una sedia”, “la mia sedia è scomoda, ci vorrebbe un cuscino”, “questa è la sedia di Van Gogh”. Gli innumerevoli giochi linguistici che compongono il linguaggio sono appunto dei sistemi d’azione per fare questo e quello: usiamo le parole per pregare, promettere, esigere, scusarci, dire “si, lo voglio” e sposarci, lusingare, tradire, emettere una sentenza in tribunale, confessare, firmare un atto notarile, scrivere la lista della spesa, chiamare il cane, fare un discorso politico in una piazza affollata, cantare, consigliare, redigere una legge, raccontare una barzelletta. E anche descrivere, è ovvio, ma erigere la funzione descrittiva a emblema del linguaggio stesso è quantomeno miope, il descrivere è solo uno fra i tanti giochi linguistici, non ha nulla di speciale rispetto agli altri.

Ludwig Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein

Della certezza

La cosa curiosa è che i veri scettici sono i paladini del realismo: asserire la necessità di proclamare che un mondo esiste veramente significa averlo previamente messo in dubbio. Solo di fronte al dubbio dell’illusione nasce, come reazione, l’urgenza della difesa dell’oggettività – è da qui che parte Cartesio, dal dubbio iperbolico, come Platone parte dalla sfiducia nei sensi. Wittgenstein ci offre una soluzione che consiste nel riconoscere l’insensatezza della domanda.

Non abbiamo bisogno di conoscere la Verità sul mondo, ne siamo certi. La certezza non riposa su una conoscenza tacita o presupposta, consinste invece nella sicurezza della prassi (per inciso, ciò ha a che fare anche con la distinzione fra buon senso e luogo comune, vedi l’articolo di Silvia Molè). Quando apro la porta, non lo faccio perché inconsciamente conosco il meccanismo della serratura e i movimenti per infilare la chiave, lo faccio e basta, con sicurezza appunto. La certezza è il saperci muovere negli universi sia simbolici che materiali in cui viviamo, e chi se ne importa della verità. O meglio, della verità ci importa, ma solo in determinati momenti, cioè quando nasce il dubbio che interrompe la certezza. Il mio amico mi sta mentendo? Qual’è la verità? Ci sono anche luoghi istituzionali della verità: i tribunali e i laboratori. Gli scettici radicali sono, paradossalmente, i giudici e gli scienziati: devono mettere tutto in questione per poter raggiungere l’oggettività, per quanto questa sia sempre provvisoria, in attesa di un nuovo interrogativo che ci spingerà oltre.

La filosofia, che per Aristotele ha origine da quella particolare forma di dubbio che è la meraviglia, Platone direbbe il desiderio figlio della mancanza, è rimasta intrappolata nel suo gioco linguistico alla Sherlock Holmes, generalizzando un caso particolare a norma universale, travisando il linguaggio intendendolo esclusivamente come veicolo di descrizione, conoscenza, verità. E disconoscendo così il legame essenzialmente pragmatico fra noi e il mondo: di certezze viviamo, con la verità giochiamo in alcuni momenti, per il resto agiamo, e basta.

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